La strategia nazionale contro le discriminazioni proposta dal governo Draghi

La ministra uscente della Famiglia e delle Pari opportunità, Elena Bonetti, ha elaborato negli ultimi anni un piano per tutelare le comunità LGBTQIA+. Ecco cosa prevede.

LGBTQIA+
LGBTQIA+ – Nanopress

Le comunità LGBTQIA+ in Italia soprattutto hanno bisogno di sentirsi più tutelate. Questo è emerso da una serie di indagini condotte negli ultimi tre anni. Il fatto è questo: Bonetti ha pensato di elaborare un piano per poterle tutelare, ma il nuovo governo potrebbe ignorarlo del tutto.

La proposta per tutelare le comunità LGBTQIA+

Cosa accadrà alle comunità LGBTQIA+ con l’avvento del nuovo governo? Quello che è sicuro è che ministra uscente della Famiglia e delle Pari opportunità, Elena Bonetti, ha elaborato negli ultimi anni un piano per poter contrastare ogni tipo di discriminazione.

Si chiama “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere” ed è un piano elaborato nel corso degli ultimi anni, insieme anche ad associazioni, comuni, regioni. Presentato anche durante il Consiglio dei ministri del 5 ottobre, contiene direttive su diversi ambiti ritenuti non sempre inclusivi.

Ovviamente il fine ultimo è sempre uno: prevenire discriminazioni di qualsiasi tipo e tutelare le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+. 

C’è da dire che di recente sono emersi dati che mostrano qual è la situazione italiana rispetto a questo tema. Uno studio condotto nel 2019 dal titolo “Discriminazione nella UE” ha preso in esame quanto le persone LGBTQIA+ siano accettate in ogni Paese europeo. E il nostro ha mostrato dei dati allarmanti, confermandosi al di sotto della media europea. Il grado di accettazione si attesta intorno al 68% contro il 76% degli altri Paesi.

E non solo, perché anche il Rainbow Report, elaborato da Ilga Europe per comprendere la situazione attuale sia in Europa che nell’Asia Centrale, ha rivelato che l’Italia si trova al 35esimo posto. Quindi di certo non è tra i Paesi più inclusivi.

E ancora, anche una ricerca condotta dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali non ha mostrato dati più rincuoranti. Ha infatti preso in esame circa 140 mila persone LGBTIQIA+ provenienti da 30 diversi Paesi ed ha chiesto loro quanto si siano sentite incluse nella loro vita. In Italia il 62% delle persone ha affermato di non aver dichiarato mai il suo orientamento sessuale. Il 92% ha dichiarato il Paese del tutto indifferente davanti alla lotta contro il pregiudizio, mentre solo il restante 8% ha affermato di sentirsi tutelato dallo stato.

Infine, una ricerca ISTAT ha monitorato l’accesso al lavoro da parte della comunità LGBTQIA+. Anche in questo caso la situazione non è affatto idilliaca: il 26% delle persone ha dichiarato che il suo orientamento sessuale è stato causa di svantaggi sul posto di lavoro. Il 40,3% ha infatti ammesso di non aver dichiarato il proprio orientamento proprio per evitare discriminazioni, mentre una persona su cinque ha ammesso di non voler frequentare colleghi per non far conoscere la sua vita privata.

C’è un però. Questo piano appunto è frutto del lavoro della ministra uscente. L’insediamento del nuovo governo potrebbe ribaltare completamente la situazione. E, di fatto, Giorgia Meloni ha detto chiaramente, senza mezzi termini, che ripartirà da zero, con la sua linea di pensiero (sua e del suo partito, si intende). Cosa che fa riflettere su quanto effettivamente questo verrà preso in considerazione.

LGBTQIA+
LGBTQIA+ – Nanopress

Detto ciò, però, la Strategia nazionale merita di essere menzionata. Cosa prevede esattamente?

Ecco cosa prevede la Strategia nazionale

La Strategia nazionale affonda le origini nell’anno della pandemia, che probabilmente non ha aiutato nessuno, in nessun caso. Si fonda comunque sull’assunto di base che ci debbano essere pari opportunità per tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale, dal sesso e da qualsiasi altro fattore.

I temi che fanno da pilastro sono essenzialmente sei: lavoro e welfare; salute; sicurezza e carceri; educazione, formazione e sport; cultura e comunicazione; dati, monitoraggio e valutazione.

Ovviamente per ognuno di loro sono state pensate una serie di iniziative da adottare. Con quali finanziamenti? Sia quelli governativi, che dell’UNAR, ma anche con quelli di altre amministrazioni centrali, sia con fondi europei.

Partiamo subito dicendo che probabilmente il fulcro attorno cui queste iniziative ruotano è sempre lo stesso: combattere l’ignoranza ed il pregiudizio (che sempre figlio dell’ignoranza è). Non a caso, nel primo settore, il lavoro, è prevista la formazione delle risorse umane aziendali (oppure di chi è addetto alle assunzioni). E non solo, perché promuove anche l’accesso alle misure di welfare aziendale per genitori dello stesso sesso.

Non finisce qui, perché, senza girarci troppo intorno, troppo spesso accade che persone transgender vengano discriminate sul lavoro al punto da non essere assunte affatto. Il piano prevede il loro inserimento nel mondo del lavoro, mediante borse lavoro. In ogni caso, in linea generale è previsto che vengano inserite delle norme antidiscriminatorie nei contratti di lavoro nazionale.

Passiamo al tema sicurezza. In questo caso vi sono due filoni differenti: uno riguarda persone LGBTQIA+ rifugiate oppure richiedenti asilo, l’altro riguarda quelle in condizione di restrizione della libertà.

In primis, le forze dell’ordine dovrebbe essere formate ad hoc, poi nel primo caso, le strutture di accoglienza dovrebbero implementare centri destinati a loro nello specifico. Inoltre si richiede che vengano realizzate strutture di accoglienza per persone vittime di discriminazioni. Per quanto riguarda le persone private della libertà, la proposta è molto chiara: chi sta facendo cure ormonali, deve poter continuare a farlo ovunque si trovi.

C’è poi l’ambito salute. Il Piano prevede che in tutto il Paese si possa semplificare l’accesso alla terapia ormonale e che si dia vita a sportelli di assistenza. Inoltre è richiesto che le persone transgender che frequentano l’università possano avere un “doppio libretto”.

Per quanto riguarda la sezione comunicazione e media, inoltre, si parla di digitalizzare i materiali storici LGBTQIA+. Un’altra richiesta è che tutte le persone che lavorano nell’ambito del giornalismo – che riguarda il web, la tv, la carta stampata – sia formato in modo da usare sempre un linguaggio non discriminatorio.

Fin qui è tutto bellissimo: dovremo solo aspettare e capire cosa deciderà di fare in merito a queste iniziative il nuovo governo.