Gli ultimi dati sull’utilizzo degli antibiotici in Europa sono da record

L’importanza degli antibiotici nella storia dell’umanità, della patologia e della cura ha un peso enorme. Eppure gli ultimi dati rilevati sul loro utilizzo in Europa nel corso del 2021 evidenziano dati record in negativo e, quindi, su consumi al ribasso come non si vedeva dal 2009. I motivi sono tanti e non sono solo imputabili alla circolazione del Covid-19. Inoltre, è fondamentale porre l’accento sull’uso improprio da parte dell’utenza: una questione che non può essere assolutamente sottovalutata.

Azitromicina
Azitromicina, antibiotico spesso utilizzato contro il Covid – Nanopress.it

La lotta costante tra uomo e malattia non si è mai fermata e ha sempre visto il contributo fondamentale da parte della ricerca, che man mano si è adoperato per scoprire nuove cure e fronteggiare patologie che prima sembravano ostiche o addirittura incurabili, ma poi non lo sono più state. La scoperta degli antibiotici, in tal senso, ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, ma il loro metodo di utilizzo è ancora oggi controverso, con il fantasma della resistenza che tra pochi decenni potrebbe rappresentare un grosso problema sanitario. Gli ultimi dati record in Europa vanno analizzati nei dettagli, anche perché la geografia cambia gli scenari e i risvolti potrebbero essere diversi di nazione in nazione.

Gli antibiotici sono farmaci che devono essere assunti con cura

Di rivoluzioni in medicina ce ne sono state tante nella storia, ma una delle più importanti, menzionate e ricordate è sicuramente quella degli antibiotici. Nella definizione più semplice – ma probabilmente anche la più corretta – si tratta di farmaci utilizzati per curare o prevenire le infezioni causate da batteri. Già in queste poche parole, si intuisce quanto sia fondamentale distinguere le patologie virali da quelle batteriche, una pratica che pare scontata, ma spesso messa a dura prova da molti sintomi comuni (come febbre, raffreddore, tosse e chi più ne ha più ne metta) e soprattutto dalle cure fai da te.

Sbagliato, anzi molto sbagliato, a meno che si presenti una sovrainfenzione batterica che agisca in unione a un agente virale, per cui l’impiego dei farmaci antibiotici sia davvero giustificato. Ma facciamo un passo indietro, come fossimo sulla macchina del tempo, e ripercorriamo un paio di tappe fondamentali che hanno di fatto cambiato la storia della medicina e degli essere umani.

Azitromicina
Antibiotico Azitromicia – Nanopress.it

Siamo nel 1895 quando per la prima volta vengono evidenziati i poteri battericidi di alcune muffe. Da qui la strada è spianata per tentare di trovare la cura a questo tipo di esserini da microscopio, particolarmente difficili da scacciare, così come i sintomi che provocano, diversi in base al distretto interessato. E invisibili, che poi è un comune divisore fondamentale per molte patologie che hanno reso difficile la sopravvivenza o la salute degli uomini. Non passa molto, è il 1928 quando Alexander Fleming – sì, proprio colui di cui avrete sicuramente sentito parlare in qualche lontana lezione di scienze alle porte della maturità – scopre la penicillina. È proprio quello l’evento sulla scala del tempo da cui parte un nuovo ciclo: ha il via la nascita degli antibiotici.

Un’arma spesso sottovalutata, ma potentissima e che, se assunta in maniera scorretta, può anche provocare danni da non trascurare. Per il nostro sistema immunitario, in primo luogo, ma poi anche per la cura dei sintomi o della patologia che stiamo cercando di combattere, soprattutto se si protrae nel tempo. Spesso, infatti, molti pazienti che preferiscono Google o il proprio istinto a chi della medicina ha fatto la sua professione associano l’utilizzo dell’antibiotico a un ulteriore step di cura. Del tipo che se l’influenza, o chi per lei, non passa con tachipirina, antinfiammatori, integratori e sciroppi vari, allora sì, è quello il momento di andare in farmacia e cercare di reperire proprio gli antibiotici, quando si può.

Niente di più sbagliato, ma lo saprete già. Eppure, un’altra dimostrazione di quanto ciò sia comune è arrivata – indovinate un po’ – con il Covid-19. E qui risaliamo sulla macchina del tempo per arrivare al 2022, proprio nei suoi primi giorni. Lo scorso gennaio, infatti, quando il virus imperversava e i contagi dettati dalla variante Omicron erano praticamente il regalo sgradito del parente inadeguato, avente come biglietto “Don’t open this box”, da scartare con cura, mascherine e amuchina. Beh, proprio in quella fase il panico da farmaci è imperversato e le farmacie italiane sono state prese dall’assalto per reperire l’azitromicina e/o altri antibiotici.

Scaffali svuotati per mettere in dispensa un farmaco che con il Covid c’entra ben poco e magari ad altri pazienti sarebbe servito davvero. Tanto che l’AIFA è stata costretta a sottolineare che “esistono evidenze chiare e inequivocabili per non utilizzare più in alcun modo azitromicina o altri antibiotici nel trattamento del COVID-19, come chiaramente indicato da tutte le linee guida internazionali“. Ve lo scriviamo una volta per tutte: non ci sono antibiotici raccomandati per il virus partito da Wuhan, proprio perché, trattandosi di una patologia virale, non richiede l’utilizzo di farmaci che, invece, sono specifici e per distruggere le infezioni batteriche. A meno che, non ci sia una combo tra le due cose e allora il discorso cambia, ma dovrebbe comunque accertarlo un medico competente.

E qui arriviamo alla notizia di oggi, quella che evidenzia quanto gli antibiotici, almeno nell’anno passato – il 2021 – siano sempre meno utilizzati e purtroppo ancora in maniera scorretta. Ma andiamo a sviscerare i dati per capire ancora meglio di cosa stiamo parlando.

Tutti i dati relativi l’utilizzo degli antibiotici nel 2021

Seminario sull'antibiotico resistenza
Seminario sull’antibiotico resistenza in Italia – Nanopress.it

Eurobarometer ha condotto un’indagine per verificare i consumi degli antibiotici nell’intero anno passato in tutt’Europa. Una maxi operazione che è stata portata a termine rilevando dati dagli intervistati e cercando di capire anche il perché. Ne sono emerse delle evidenze particolarmente interessanti.

Partiamo dalle basi: solo il 23% di cittadini europei ha utilizzato antibiotici. Un dato che è subito ascrivibile come il minimo storico dal 2009 ad oggi. E non è per forza una cosa negativa. In Italia, la media non si discosta tanto da quella del Vecchio Continente, dato che il consumo si attesta al 27%. Ci sono, però, delle grosse differenze in base all’area geografica interessata. Infatti, a Malta si sale al 42%, mentre in Paesi come la Germania – pilastro delle aziende farmaceutiche e della farmacologia – o la Svezia si fermano solo al 15%. È importante sottolineare che gli antibiotici presi in esame sono quelli assunti per via orale, giusto per essere precisi.

Tra questi, l’8% dei medicinali in questioni è stato acquistato senza prescrizione medica, una percentuale che in Italia sale al 10%. Ma ciò su cui vogliamo, ancor di più, porre l’accento è il fatto che gran parte degli intervistati ha assunto i farmaci senza una giustificazione valida o un motivo veramente corretto. Infatti, molti avevano semplicemente infezioni o sintomi virali e circa la metà delle persone interpellate dell’indagine ha dichiarato di non sapere che differenza ci sia con quelle batteriche. In Italia, esattamente il 46%. Poi c’è chi li ha acquistati e poi assunti per polmoniti o bronchiti e qui il discorso cambia ancora, perché è corretto solo se si è prima effettuato il test adatto, senza il quale è impossibile discriminare se sia necessario utilizzate gli antibiotici.

Insomma, il paradosso dell’ignoranza – scusate la crudezza – che fa a pugni con la medicina è sotto gli occhi di tutti. Ma soprattutto la presunzione di una generazione che, anziché affidarsi ai medici, preferisce criticarli e armarsi di camice e presunzione per tentare di guarire. Spesso con scarsi risultati e danni alla propria immunità. Entrando ancor di più nei dettagli, gli antibiotici sono stati utilizzati per infezioni del tratto urinario (15%), mal di gola (13%), bronchite (12%), raffreddore (11%), influenza (10%), febbre (10%) o Covid-19 (9%).

Non vogliamo essere catastrofici, solo informativi, per carità, ma sono dati che vanno inquadrati in una battaglia che potrebbe essere ancora più importante per la storia dell’umanità e che, anno dopo anno, si avvicina sempre di più all’orizzonte. Negli ultimi anni, infatti, sono aumentati i patogeni in grado di resistere all’attacco di uno o più farmaci antibiotici e, quindi, di sopravvivere e moltiplicarsi, nonostante la somministrazione. Si chiama antibiotico-resistenza e sta diventando sempre più un problema anche per i neonati.

Questo tipo di resistenza può essere sia acquisita sia innata e si alimenta quanto più diventa comune l’utilizzo scorretto di questo tipo di medicinali. Il tutto va contestualizzato, sottolineando che comunque la mancata risposta, dopo un lasso di tempo molto importante, fa parte del naturale processo evolutivo di un patogeno. Come un pugile che si abitua ai colpi al punto da incassare talmente tanto da vincere l’incontro. E non è affatto questione da sottovalutare per la sanità mondiale. Anche perché più batteri diventano resistenza, più hanno capacità di rinforzare altri batteri, moltiplicandosi. Se poi molti patogeni diventano in grado di resistere a più antibiotici (si chiama multi-resistenza) allora arrivare a una cura diventa veramente complicato.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si è prodigata continuamente in raccomandazioni forte per promuovere strategie finalizzate a contenere il fenomeno. L’approccio utilizzato è quello del “One Health” che considera in modo integrato la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente.

In Italia, invece, la sorveglianza dell’antibiotico-resistenza, che è stata denominata AR-ISS, è coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Se ne occupano una fitta rete di laboratori di microbiologia ospedalieri che sono stati scelti in maniera omogenea in tutto il territorio nazionale. Ogni anno devono fornire all’ISS i dati di antibiotico-resistenza per diversi gruppi di microrganismi isolati da infezioni. Il focus si sposta, quindi, su alcuni antibiotici o classi di antibiotici particolarmente significativi nella terapia. In questo modo, dopo che viene presa visione dei dati che arrivano dai laboratori regionali e vengono analizzati, si possono effettuare delle previsione e seguire l’andamento dell’antibiotico resistenza nel nostro paese. In Italia, inoltre, sono state rilevate 11 mila vittime per uso improprio: numeri che hanno allarmato la comunità scientifica e non solo nei primi mesi del 2022.

In tutto ciò, gioca un ruolo fondamentale anche la sensibilizzazione sul tema. Infatti, è stata istituita la giornata europea degli antibiotici che è stata fissata ogni anno il 18 novembre. La finalità è avvertire e rendere coscienti i cittadini del problema in questione e favorire un uso corretto degli antibiotici. In questo modo, si spera di preservare l’efficacia dei medicinali nel breve, nel medio e – si spera – nel lungo periodo. Si tratta di un auspicio e non di una certezza perché comunque a metà del secolo è previsto che il problema potrebbe degenerare e diventare serissimo per la sanità mondiale. Un’eventualità che va combattuta da subito, tramite l’informazione, la consapevolezza individuale e probabilmente con un po’ di fiducia in più in chi il camice lo indossa ogni giorno, rinnegando le logiche dello “shopping doctor” e del fai da te che non fanno altro che aggravare un quadro che non si può nascondere sotto al tappeto.

Infine, come analizzare i dati sull’utilizzo di antibiotici nel 2021? Beh, quanto vi abbiamo scritto dimostra che non è tanto importante che la popolazione inghiottisca un alto numero di medicinali per combattere i batteri, anzi, vanno assunti solo dopo aver appurato che è veramente necessario. E ciò avviene tramite test specifici, evidenze mediche, diagnosi differenziali. Il principio della specificità, inoltre, è fondamentale per medicinali come gli antibiotici: non si può pensare di assumere lo stesso farmaco per un problema alle vie aeree o per un’infezione del tratto urinario, per esempio. In più, sintomatologie simili sono causate da batteri diversi, per cui è fondamentale accertare di quale si tratti. Insomma, la quantità non è spesso sinonimo di qualità e proprio questo è il caso.