The Last Dance, quali sono i motivi del successo?

The Last Dance è una delle serie tv più viste del momento. Michael Jordan e i Chicago Bulls accompagnano gli spettatori attraverso i retroscena di una stagione storica e spettacolare. La docu-serie non si limita agli aspetti tecnici del basket ma racconta molto di più. Ecco ciò che ha reso questa serie un successo planetario.

Michael Jordan durante una partita di basket

Michael Jordan / Foto Getty Images | Mike Powell/Allsport

The Last Dance sta letteralmente spopolando in tutto il Mondo. La serie, prodotta e trasmessa da ESPN negli Stati Uniti, ha registrato il numero record di 23.8 milioni di spettatori su Netflix fuori dagli USA (dati del 20 Maggio).

In Italia in particolare è diventata la serie più vista su Netflix, superando persino l’acclamata quarta stagione delle Casa di Carta.
Per chi non la conoscesse, The Last Dance è una docu-serie che racconta la stagione 1997-98 dei Chicago Bulls, narrata prevalentemente dalla voce della stella indiscussa della squadra, Michael Jordan.
La serie ripercorre l’intera stagione “minuto per minuto” grazie alle immagini (di cui molte inedite) girate da una troupe che seguì la squadra costantemente durante quell’indimenticabile annata.
Non mancano continui flashback che permettono allo spettatore di ripercorrere l’intera carriera di Jordan con i Bulls e parte della storia precedente di altri protagonisti importanti di quella squadra.
Alcuni dei primi episodi sono infatti dedicati a Scottie Pippen, storico “secondo violino”, a Dennis Rodman, uomo certamente stravagante ma presenza fondamentale sotto canestro, e al coach Phil Jackson, colui a cui si deve la definizione di quella stagione “The Last Dance” (l’ultimo ballo), sapendo che per lui sarebbe stata l’ultima sulla panchina dei Bulls.
Ma il protagonista indiscusso è, e non potrebbe non essere, colui che è da quasi tutti definito come il più grande di tutti i tempi: Michael Jordan.

Qualcuno potrebbe chiedersi: come mai questa serie ha avuto così tanto successo anche fuori dagli Stati Uniti? Proviamo ad analizzare le possibili motivazioni.

The Last Dance non è un semplice documentario

The Last Dance non può sicuramente essere definito come un semplice documentario. La serie cerca di raccontare i vari aspetti della vita dei giocatori, e di Jordan in particolare, sia dentro che fuori dal campo. Tuttavia molto raramente si parla di aspetti tecnici e tattici del basket, lasciando molto più spazio a emozioni e retroscena.
Questo aspetto ha deluso alcuni degli spettatori più appassionati che, conoscendo già bene la storia di Jordan e i suoi, speravano in qualche “chicca” tattica in più (ad esempio riguardo al famoso “attacco a triangolo” dello storico collaboratore tecnico dei Bulls Tex Winter).
L’impostazione poco tecnica ha però permesso al grande pubblico di avvicinarsi molto più facilmente alla serie. Anzi, The Last Dance è sicuramente un prodotto tranquillamente fruibile anche da chi non è esperto di basket. La serie ha un ritmo forsennato e tiene lo spettatore attaccato allo schermo, soprattutto se questo non conosce già la storia. Ciò che attira di più lo spettatore medio è probabilmente il racconto di ciò che è accaduto fuori dal campo.
E da questo punto di vista Michael Jordan non può certamente essere deludente. Una vita sotto i riflettori condita da gioco d’azzardo, terribili lutti, diverbi con la stampa e con gli altri giocatori.

Le critiche

Non sono mancate le critiche da parte di giocatori (sia compagni che avversari) e giornalisti citati nel documentario. La narrazione inevitabilmente “Jordan-centrica” nella docu-serie non è piaciuta a tutti e sono piovute anche obiezioni sulla veridicità di alcune dichiarazioni del campione. Horace Grant, ex compagno di Jordan nei Bulls, si è per esempio detto contrariato del fatto di essere stato additato come “spia” per avere, secondo Jordan, riferito alla stampa ciò che accadeva negli spogliatoi.
Ciò che certamente emerge è l’incredibile competitività di Michael Jordan, capace di auto-motivarsi continuamente prendendo sul personale “affronti” (reali o immaginari) di altri giocatori. Non si può certamente non rimanere affascinati dalla personalità di questo giocatore,  seppur con le sue controversie. Forse non sapremo mai se i fatti narrati sono tutti perfettamente aderenti alla realtà o se qualcosa è stato “romanzato” (come sostiene ad esempio Sam Smith, autore del libro The Jordan Rules), ma una cosa è certa: The Last Dance è qualcosa di mai visto prima d’ora e il pubblico se ne è accorto.

I “meriti” della quarantena

Un altro aspetto che ha sicuramente influito sull’enorme successo registrato da “The Last Dance” è la concomitanza tra l’uscita della serie e il periodo di lockdown in buona parte del Mondo. Se negli Stati Uniti il basket ha un seguito enorme e la serie avrebbe avuto probabilmente un successo simile, sicuramente non si può dire lo stesso per altri Paesi, inclusa l’Italia. Gli appassionati di sport, privati dalla quarantena dei campionati in atto, si sono rivolti ad un prodotto che potesse soddisfare la loro sete di sport. The Last Dance ha rappresentato dunque il giusto compromesso tra sport e serie tv ed è riuscita ad esaudire i desideri di un enorme numero di spettatori allietando le lunghe giornate passate in quarantena.

Parole di Valerio Malfatto

Valerio Malfatto, nato a Roma il 6 settembre 1995 e diplomato al Liceo Classico statale Luciano Manara. Laureato in Ingegneria Chimica all’Università La Sapienza di Roma e attualmente studente di Ingegneria dei Materiali presso l’Università degli Studi di Padova. Le sue più grandi passioni sono lo sport, in particolare il calcio, e l’ecologia.

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