Francia, Sarkozy condannato a 3 anni per corruzione e traffico di influenze

L'ex presidente è accusato di aver ottenuto informazioni su un altro processo da un magistrato in cambio di un posto di rilievo alla Corte di revisione giudiziaria a Monaco

Sarkozy

Foto Getty Images | Chesnot

Lunedì l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato condannato in primo grado a 3 anni di carcere (due dei quali con la condizionale) con le accuse di corruzione e traffico di influenze. I pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a quattro anni di reclusione, di cui due con la condizionale, per l’ex presidente, per il suo avvocato Thierry Herzog e per il magistrato Gilbert Azibert.

Sarkozy, la condanna a 3 anni per corruzione e traffico di influenze

Le accuse nei confronti dell’ex capo di Stato Nicolas Sarkozy si riferiscono a eventi risalenti al 2014 quando, secondo alcune intercettazioni telefoniche, Sarkozy tentò di ottenere alcune informazioni riservate, relative a un altro processo che lo vedeva coinvolto, dall’ex magistrato francese Glibert Azibert, offrendo in cambio di usare i suoi contatti per garantire allo stesso Azibert un posto di rilievo alla Corte di revisione giudiziaria a Monaco.

Secondo l’accusa, l’ex presidente francese voleva procurarsi informazioni relative alle indagini che la magistratura stava svolgendo su presunti finanziamenti illeciti alla sua campagna elettorale del 2007. Per Herzog invece, che avrebbe fatto da tramite, l’accusa ha chiesto che la pena venga combinata con cinque anni di interdizione dalla professione.

La difesa di Sarcozy, che è in attesa di sentenze in altri due processi a suo carico, annuncerà con ogni probabilità il ricorso in appello. L’anno di carcere da scontare, se confermato, potrebbe essere tramutato in regime di semilibertà o in lavori socialmente utili.

“Come tutte le persone nel nostro paese – aveva detto il procuratore in occasione della richiesta di condanna – un ex capo di Stato ha diritti che devono essere rispettati ma ha anche l’imperativo dovere di rispettare egli stesso la legge, perché è proprio questo lo stato di diritto. Il procuratore, rispondendo alle affermazioni dell’ex capo di Stato che aveva parlato di rivalse nei suoi confronti, aveva detto che il cosiddetto processo delle “intercettazioni” “non è una vendetta”.

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