La rifondazione del Partito Democratico passa anche dal nome

Il Partito Democratico è a un bivio decisivo della sua storia, dopo la sconfitta alle elezioni del 25 settembre e un nuovo destino che lo consegnerà all’opposizione in Parlamento. Il prossimo congresso vedrà una ricostruzione totale della forza politica di centro-sinistra che potrebbe passare anche dal nome e dal simbolo.

Pd simbolo
Il simbolo del Partito Democratico – Nanopress.it

Tutti sugli attenti, nessuno escluso. Sì, perché questa volta nessuno sembra avere intenzione, all’interno del Partito Democratico e di chi gli sta attorno, di girarsi dall’altro lato, far finta di nulla e tenersi i sassolini nelle scarpe. Il prossimo congresso ha l’aria di una vera e propria rifondazione in piena regola, una rinascita che dovrà partire, prima di tutto, dalle motivazioni e dai protagonisti all’interno del sodalizio politico, ma poi anche da chi sta all’esterno e dagli elettori. Il nome e il simbolo sono la copertina di un partito e dovrebbero far emergere il suo messaggio più profondo. Infatti, si sta già ragionando su un cambiamento totale anche sotto questo punto di vista.

Il Partito Democratico va verso la rifondazione totale

Il 25 settembre può essere vissuto come uno spartiacque totale tra ciò che è stato e ciò che sarà, con la necessità sudata e impellente di cambiare. Come ha scritto lo psicologo Marshall Rosenberg, spiegando il potere comunicativo del linguaggio: “Le parole sono finestre oppure muri”. Troppe volte, nel caso del Partito Democratico, ha vinto la seconda opzione, laddove gli interminabili e indefiniti confronti all’interno dello stesso schieramento politico sono diventati lotte primordiali su ciò che si sarebbe dovuti essere, sulle persone, sulla chiusura al nuovo e, quindi, sulle alleanze. Temi su cui ci si può confrontare, sicuramente, ma non dividersi o (peggio) scindersi. E spesso in maniera inconcludente.

La storia del sodalizio di sinistra parte da lontano, lontanissimo quasi, ed è ormai sotto gli occhi di tutti quale sia stato l’esito finale. Senza tornare a snocciolare numeri e bilanci che tutti ormai conoscete a memoria, il Partito Democratico ha perso le elezioni, in favore della coalizione di centro-destra e soprattutto di Giorgia Meloni, prossima presidentessa del Consiglio.

Letta
Enrico Letta – Nanopress.it

Questo è un dato di fatto e da cui, fin dal giorno dopo, si è ripartiti per analizzare tutte le conseguenze del caso. Il segretario, Enrico Letta, dopo aver preso atto della debacle delle urne, ha già fatto un passo indietro, ma lanciando diversi passi in avanti e il prossimo congresso, in cui il PD, a bocce ferme, dovrà interrogarsi in maniera su molti dei suoi significati più profondi.

In una lettera, proprio Letta ha chiamato a raccolta chiunque voglia essere protagonista di questa nuova stagione, in cui tutto probabilmente dovrà essere messo in discussione, non solo frontman o linea politica. Tanto è vero che, nelle ultime ore, si sta parlando con insistenza sempre maggiore di un possibile cambio di nome e di simbolo per lo schieramento politico. Uno stravolgimento totale che parte dalle sue fondamenta e su cui ci si dovrà comunque confrontare ampiamente prima della scelta definitiva.

Vantaggi e svantaggi di un cambio di nome e simbolo per il PD

Basti pensare a quanto detto, già negli scorsi giorni, da Rosy Bindi. Proprio lei che è stata presidentessa del PD dal 2009 al 2013, ha chiesto a chiare lettere lo scioglimento del partito. Ha attaccato duramente la linea adottata dai vertici, sottolineando l’incapacità di “interpretare l’esigenza di un cambiamento radicale”. Ha addirittura etichettato il congresso come “accanimento terapeutico”, optando per uno scioglimento da cui ripartire con qualcosa di nuovo.

E non è l’unica a pensarla così. Basterebbe navigare un po’ sul web e farsi un giro sui social per notare tutti gli utenti che, dopo aver preso coscienza della sconfitta alle elezioni, hanno cestinato il PD e la linea politica adottata. Di certo, molti cittadini italiani spingono per una proposta di sinistra differente, forse anche più netta e solida, con dei volti nuovi e una regia democratica e progressista. Quella che proprio il Partito Democratico prometteva, ma che non è riuscita a incarnare del tutto, almeno per gli elettori.

Letta, comunque, proprio nella lettera in cui ha annunciato il congresso e le sue fasi, l’ha scritto chiaramente che sarà un confronto a campo aperto, in cui verranno prese in esame tutte le questioni da risolvere: “Quando dico tutte, intendo proprio tutte: l’identità, il profilo programmatico, il nome, il simbolo, le alleanze, l’organizzazione”.

C’è aria di cambiamento profondo a sinistra e non poteva essere altrimenti. Un vento che non dovrà trasformarsi in bufera e che ha analizzato anche il sondaggista Antonio Noto, ai microfoni dell’AdnKronos. Interrogato sul perché sì e perché non sarebbe utile cambiare nome, ha risposto: “La forza di un marchio è un elemento che trascina anche il consenso. Cambiarlo vuol dire ricominciare da capo con una strategia ben diversa, a partire dai dirigenti di oggi, che devono passare in seconda fila”. Un cambio totale che passa, dunque, anche da chi ci mette la faccia, ma questo forse a questo punto è comunque imprescindibile.

Tra le ragioni del ‘no’, c’è anche quella che lui etichetta come difficoltà a trovare un “posizionamento preciso”, e si riferisce all’alleanza con il MoVimento 5 stelle, ma anche alla sintesi tra Margherita e Ds che il PD ha sempre rappresentato con un senso di scomodità, forse fino a restarci rinchiuso. Il sì, dunque, non deve essere scontato, ma deve partire da un cambio di rotta chiaro e definito: “Sì, se l’intenzione è creare un partito nuovo, con una nuova classe politica, nuove alleanze, un nuovo posizionamento – chiarisce Noto -. Sì, se davvero ci sarà un nuovo”.

Ancora sull’eventuale cambio del nome, si è espresso un altro sondaggista, Fabrizio Masia. Sempre all’AdnKronos, ha bocciato l’ipotesi di una trasformazione così radicale: “Io non capisco il senso. Mi sembra una operazione di maquillage, di forma, non di sostanza. Va ridefinito l’assetto organizzativo e comunicativo del Partito oltre al quadro di alleanze, nazionali e territoriali”. 

E aggiunge anche: “D’altronde, la storia insegna che non si ottiene nulla dal continuo cambio del nome, strada che il Pd si ostina a percorrere. Va piuttosto attivato un grande lavoro di ascolti, di contenuti, di programmi e di riassetto territoriale”. Insomma, più no che sì e il dibattito comunque non è ancora iniziato all’interno dello stesso Partito Democratico. Le prossime settimane diranno tanto, in ogni caso, sulla strada che prenderà lo schieramento politico di centro-sinistra e ci aspettiamo anche sorprese importanti, nella forma e soprattutto nella sostanza.