I cinesi comprano l’Italia, dal debito pubblico alle aziende

L’Italia è sempre più made in China, che sia il debito pubblico o acquisizioni di aziende. Gli acquisti cinesi sul territorio italiano aggiungono un altro tassello, con la proposta del gruppo Fonsun per l’acquisto di Palazzo Broggi, ex sede di Unicredit in piazza Cordusio a Milano: per chiudere l’accordo, i cinesi sono pronti a sborsare 345 milioni di euro, cifra vicina a quella richiesta della IDea Fimit, la Sgr che gestisce l’immobile (350-400 milioni). Di questi, 40 milioni sono destinati per un acconto che, stando alle voci, sarebbe vincolante. Ancora non è chiara la nuova destinazione d’uso dello storico palazzo nel cuore di Milano, ma Fonsun potrebbe anche solo limitarsi a riscuotere l’affitto: secondo l’accordo, pur non usando più gli uffici, il gruppo bancario deve pagare 20 milioni di euro l’anno per altri dieci anni.

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L’offerta per Palazzo Broggi è solo l’ultima a livello cronologico. Rimanendo a Milano, è di qualche giorno fa la dichiarazione del vice-presidente della Camera di Commercio italo-cinese, Fu Yaxiangnei, sull’interesse della cordata cinese rappresentata da Richard Lee per l’ingresso nel Milan di Silvio Berlusconi. Per rimanere in tema calcistico, lo storico sponsor di casa Inter, Pirelli, ha aperto le porte al colosso cinese ChemChina. Senza contare che la Cina è arrivata a possedere il 4% del debito pubblico italiano.

Le ultime operazioni confermano un trend degli ultimi anni: secondo un report esclusivo di Kpmg, riportato da Corriere Economia e Milano Finanza, solo nel 2014 ci sono state 16 operazioni cinesi concluse in Italia, per un valore complessivo di quasi 6 miliardi di euro, che porterebbero lo stock complessivo degli investimenti sui 15 miliardi.

Negli ultimi 5 anni sono aumentate le presenze del colosso asiatico nelle aziende nostrane e con una strategia diversa dal passato dove valeva la regola del 2%, quota minima degli investimenti nelle società strategiche quotate in Borsa (Eni, Enel, Telecom tra le prime). Sotto questa soglia, i fondi cinesi entrano nelle aziende senza dover rendere noto l’acquisto. Ora l’atteggiamento è diverso e lo stesso numero uno della Banca Popolare cinese, Zhou Xiaochuan, conferma che i quasi 4 miliardi investiti dalla banca non comprendono le quote più piccole. Sopra il 2%, ci sono le quote cinesi in Fiat-Chrysler, Prysmian, Generali, Mediobanca, Saipem e Terna.

Ci sono poi grandi operazioni come l’acquisto del 40% di Ansaldo Energia da parte della Shanghai Electric, il 30% di Eni East Africa acquistato nel 2013 da China National Petroleum e gli accordi sottoscritti a ottobre da Matteo Renzi e il collega cinese Li Kequiang per un valore di 8 miliardi.

Tra le grandi acquisizioni di aziende made in Italy ai cinesi ricordiamo Ferretti Yacht e Krizia, mentre si moltiplicano le aperture dei quartier generali internazionali in Italia, come per il gruppo d’abbigliamento Jihua e per il colosso Ict Huawei Technologies. Insomma, l’economia italiana si prepara sempre più a parlare cinese.

Per sdrammatizzare, rivediamo un video tratto da Crozza nel Paese delle Meraviglie che parla proprio della presenza cinese in Italia

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