Federalimentare: Reddito di cittadinanza e Quota 100 non convincono, e la Brexit fa paura

Delusi dalla manovra, gli industriali dell'alimentazione italiana sono preoccupati dall'andamento del Pil e dai bassi consumi interni, ma sperano in un export del valore di 50 miliardi

Federalimentare: Reddito di cittadinanza e Quota 100 non convincono, e la Brexit fa paura

Verdura. ANSA

Federalimentare boccia Reddito di cittadinanza e Quota 100, le due misure cardine della manovra licenziata dall’esecutivo Lega-M5S. E inoltre sottolinea come siano tanti i timori per una Brexit senza accordo, che sarebbe “molto pericolosa”. La preoccupazione è per il taglio delle stime di crescita del Pil italiano da parte del Fmi dopo quello di Banca d’Italia. A delineare uno scenario in chiaroscuro per il settore agroalimentare è Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che tuttavia vede un certo ottimismo per l’export nei prossimi due anni per raggiungere l’obiettivo di 50 miliardi di euro.

”Cambiare le regole è una malattia della politica”

Intervistato dall’Adnkronos, Ivano Vacondio fa il punto della situazione italiana: “La politica ha diritto di decidere su determinate materie ma noi abbiamo bisogno di certezze non è possibile che tutte le volte che si cambia un governo, o un ministro, si cambiano le regole! Questa è una malattia della politica che crea per il nostro settore un danno incalcolabile”.

E sottolinea le sue perplessità sul reddito di cittadinanza, per lo strumento individuato. “Non si può non essere d’accordo nel distribuire un po’ di ricchezza nelle tasche di chi ne ha necessità per sopravvivenza ma questo strumento – argomenta Vacondio – rischia di finanziare gente che alla fine non cercherà lavoro. In certe regioni poi per la ricerca di un posto non c’è un problema di distanza, il lavoro non c’è proprio”.

Le responsabilità degli industriali

Delusi dalla manovra, gli industriali dell’alimentazione italiana sono preoccupati da un andamento del Pil a dir poco stentoreo da anni come confermano puntualmente le stime di Banca d’Italia e Fondo Monetario Internazionale. “Una situazione inevitabile se non si mette mano agli investimenti in maniera corposa, a riforme importanti, – spiega – credo che questo sia il nostro destino, un destino di declino”.

Ma il numero uno di Federalimentare è pronto anche a fare autocritica con un’assunzione di responsabilità, a nome del secondo comparto manifatturiero d’Italia che fattura 140 miliardi di euro e impiega 360 mila lavoratori. “Come classe imprenditoriale anche noi abbiamo delle responsabilità, ne ho parlato con il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Credo che siamo stati zitti per troppo tempo e che dobbiamo dare un contributo maggiore agli interessi del Paese in termini di idee”.

“Se ci sono responsabilità da parte del governo, che ha pensato di decidere senza ascoltare i corpi intermedi – prosegue – è anche vero che questi ultimi hanno fatto poco. Si ha paura di esporsi ma per farsi sentire bisogna anche urlare” afferma Vacondio con un chiaro riferimento alle recenti manifestazioni in piazza a favore della Tav e delle grandi opere alle quali ha partecipato praticamente tutto il mondo imprenditoriale, compresa Confindustria.

Il pericolo Brexit e il mercato globale

Vacondio esprime ottimismo sul fronte dell’export, nonostante i consumi interni stagnanti e i timori per una Brexit senza accordo, che sarebbe dannosa per le nostre esportazioni del food & beverage in Gran Bretagna. “Se non troviamo ostacoli di carattere politico penso che nel 2020 raggiungeremo l’obiettivo di 50 miliardi di euro di export alimentare”. “Sarebbe un obiettivo necessario anche per compensare un calo dei consumi che dura da qualche anno e non è stagionale” – sottolinea – attribuendo parte del crollo dei consumi anche ad una comunicazione troppo spesso negativa sul cibo: “In Italia si assiste ad una denigrazione dei prodotti e ad informazioni che creano allarme nell’opinione pubblica”.

Particolare attenzione viene prestata alla promozione sui mercati globali. Di qui, la richiesta al governo di “un aiuto concreto per la conquista dei mercati esteri con accordi bilaterali. Che si discuta ancora di Ceta: sì o Ceta, lo considero addirittura fastidioso: noi abbiamo avuto dei grandi vantaggi e dobbiamo per forza aggredire i mercati esteri perché non vedo la possibilità di una inversione di rotta sui consumi interni”.

Per far questo, rimarca, però occorre “fare squadra” come è stato per il “capolavoro fatto da tutti nel respingere l’attacco da parte dell’Onu sulla politica del ‘semaforo’ contro le nostre eccellenze made in Italy. Il governo ci ha aiutato tantissimo e le organizzazioni tutte. Siamo riusciti a fare quadrato”.

E per quanto riguarda i rapporti con gli altri anelli della filiera Vacondio è chiaro. “Noi siamo famosi per la pasta, il caffé, la cioccolata, tutti prodotti che necessitano del 50% di importazioni di materia prima – spiega – ma questo non vuol dire che non si voglia valorizzare il prodotto nazionale e quindi accordi di business con il mondo agricolo, accordi di filiera, sono da condividere, stante però la chiarezza che ognuno ha la propria rappresentanza. Il messaggio che il mondo agricolo rappresenti anche il sistema industriale credo non faccia bene”.

In collaborazione con AdnKronos

Parole di Kati Irrente

Giornalista per vocazione, scrivo per il web dal 2008. Mi occupo di cronaca italiana ed estera, politica e costume. Naturopata appassionata del vivere green e della buona cucina, divido il tempo libero tra musica, cinema e fumetti d'autore.

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