Stragi Falcone e Borsellino, condannato all'ergastolo il boss Matteo Messina Denaro

Il boss della mafia trapanese fu tra i responsabili della linea stragista imposta dai corleonesi di Riina, che costò la vita a Falcone e Borsellino

falcone borsellino

Foto Getty Images / Stefano Montesi - Corbis

E’ stato condannato all’ergastolo il boss Matteo Messina Denaro, capo della mafia trapanese. Ricercato dal 1993, Matteo Messina Denaro è tra i responsabili della linea stragista di Cosa nostra imposta dai corleonesi di Totò Riina, che è costata la vita a Giovanni Falcone e Francesca Morvillo nella strage di Capaci e qualche mese dopo a Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio, insieme ai loro uomini della scorta. A emettere la condanna è stata la Corte d’Assise di Caltanissetta, presieduta da Roberta Serio, dopo oltre 14 ore di camere di consiglio.

Messina Denaro e Totò Riina

Secondo l’accusa, il boss Matteo Messina Denaro avrebbe determinato all’interno dell’organizzazione di Cosa nostra “un clima di unanimità senza il quale il capomafia corleonese Totò Riina – spiega il procuratore aggiunto Gabriele Paci non avrebbe potuto portare avanti i suoi piani stragisti, se non a rischio di una guerra di mafia“.

Non è sostenibile – ha spiegato il magistrato durante la requisitoria – che Totò Riina avrebbe comunque intrapreso quella strada senza avere il consenso di Cosa nostra, perché se ci fosse stato il dissenso dei vertici di una delle province ci sarebbe stata una guerra“. Insomma, se Messina Denaro non avesse supportato la linea di Totò Riina e non lo avesse aiutato a stroncare le voci del dissenso, la storia di quegli anni non sarebbe stata la stessa.

Le stragi del ’92

Latitante dal 1993, il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro è già stato condannato all’ergastolo per le Stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano, che costarono la vita a 10 persone. Ma ancora non era stato processato per le stragi del ’92 che causarono la morte dei magistrati Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e otto agenti delle scorte.

Dall’inizio del processo nel 2017, la corte d’Assise di Caltanissetta ha ascoltato decine di collaboratori di giustizia per ricostruire i mesi precedenti gli attentati che portarono alle stragi di Capaci e via d’Amelio. “La decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza“, ha asserito il pm nel corso della requisitoria.

La “strategia stragista” di Cosa nostra

La sentenza di questa notte riconosce il ruolo di Messina Denaro, boss della mafia trapanese, nella “strategia stragista” di Cosa nostra come anello di congiunzione tra le bombe del 1992 imposte da Totò Riina e gli attentati nel resto d’Italia, a Firenze, Milano e Roma del 1993, volute da Bernardo Provenzano.

Messina Denaro è stato un mafioso che ha rinunciato a qualsiasi spazio vitale di autonomia sapendo che era l’inevitabile dazio da pagare per la sua ascesa dentro Cosa nostra“, ha spiegato il Pm Gabriele Paci durante la requisitoria. E precisa: “Carriera che Riina favorì, nominandolo reggente della provincia di Trapani“.

Risarcimento alle vittime

La Corte d’Assise di Caltanissetta ha disposto i risarcimenti per tutte le parti civili. Alle vedove e ai figli delle vittime sono stati liquidati 500mila euro ciascuno, 300mila ai fratelli. Mentre ai nipoti viene riconosciuta una somma tra i 10 e i 50mila euro. Circa 100mila euro sono stati versati ai tre superstiti degli attentati di Capaci e Via D’Amelio: Angelo Corbo, Giuseppe Costanza e Antonio Vullo.

Parole di Alanews

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