Covid-19: la generosità delle tifoserie, squadra per squadra

Gli ultras in Italia, sempre accusati di essere il male del paese, si sono uniti e messi in azione in prima fila per uno scopo comune: dare un "calcio al coronavirus".

Tifosi

Foto Getty Images | Francesco Pecoraro

In queste settimane di emergenza sanitaria a causa dall’epidemia di Coronavirus, in molti sono assurti all’onore delle cronache per attività benefiche, aiuti e donazioni o anche per il semplice servizio di assistenza professionale o extra professionale alle persone in difficoltà. Si è, giustamente, parlato dell’eroico sforzo di medici e personale sanitario o dell’indomito impegno di forze dell’ordine e protezione civile. Si sono elogiati i vari influencer del mondo dello spettacolo e della comunicazione, dei musicisti, degli sportivi, degli attori e delle attrici che hanno contribuito, anche con piccoli gesti, al benessere comune. Una categoria però, nonostante il susseguirsi di lodevoli episodi, sembra vedere accompagnata la sua azione da un cono d’ombra, da una congiura del silenzio: i tifosi. Forse la sordina impostata al riconoscimento dei meriti di questi giorni paga gli errori, i pregiudizi e l’eredità culturale che in questi ultimi anni ha condizionato il racconto delle loro gesta. Ma forse la migliore giustizia per chi racconta un fatto, lodevole o meno che sia, è farlo in coerenza alla verità. Per questo, nonostante in passato abbiamo parlato approfonditamente dei problemi delle tifoserie italiane, abbiamo deciso di raccontare oggi quello che le migliaia di tifosi italiani stanno facendo nel momento dell’emergenza.

Già in passato, in occasione di eventi tragici come il terremoto dell’Aquila, o quello di Amatrice, moltissimi gruppi ultras si sono organizzati in programmi di aiuti e donazioni, raccolte fondi e collette alimentari e di beni di prima necessità, in collaborazione con la protezione civile. Oggi però, dove il nemico è forse più invisibile e subdolo del solito, il loro sostegno, nascosto dal mondo della comunicazione, è forse più esemplare. Quello che era uno striscione minaccioso di qualche anno fa, “Ci togliete dagli stadi, ci vedrete nelle strade”, si è presto trasformato in una splendida impresa di amore verso il proprio territorio. In effetti, con la chiusura degli stadi, i tifosi italiani, da Nord a Sud, si sono organizzati in un bellissimo campionato della solidarietà, rivaleggiando tra loro solo in opere benefiche.

Le tifoserie del Nord

Nella Lombardia travolta dalla pandemia Covid, i tifosi hanno deciso di reagire come un sol uomo. In molti forse sono rimasti sorpresi nel vedere che a partecipare attivamente alla costruzione dell’ospedale da campo degli Alpini con 250 posti letto nei padiglioni della Fiera di Bergamo, oltre agli stessi alpini e agli uomini della protezione civile, c’erano anche tantissimi ultras della curva nord atalantina. Tale sorpresa poteva essere minore se si fosse saputo che la curva nord dei tifosi dell’Atalanta aveva già deciso di devolvere 60mila euro all’ospedale di Papa Giovanni XXIII di Bergamo, rinunciando al rimborso del biglietto della trasferta di Champion’s League a Valencia, come anche la quota del pullman che sarebbe servita per assistere alla partita Udinese Atalanta. In un primo momento, il tributo al loro valore non era arrivato dal mondo della comunicazione, sempre pronto all’accusa nei loro confronti, ma dagli storici rivali del Brescia: a Sanrico, sul ponte che unisce la sponda bergamasca alla provincia rivale, era affisso uno striscione che recitava “Brescia, divisi sugli spalti, uniti nel dolore”. Gli stessi tifosi bresciani hanno poi fatto sapere che in segno di rispetto nei confronti delle tante vittime non torneranno a supportare la loro squadra allo stadio, anche qualora i signori del pallone decidano, in barba a qualsiasi buonsenso, di tornare in campo per onorare i contratti milionari con leghe e pay tv.

Poco lontano, a Milano, un’altra rivalità calcistica anima un derby della solidarietà: come i bergamaschi, i tifosi del Milan hanno deciso di donare i rimborsi dei biglietti all’Areu, l’Azienda Regionale Emergenza Urgenza. Ad aggiungersi ai contributi degli appassionati rossoneri, ci sono i 250mila euro messi a disposizione dalla società milanista, oltre alle donazioni di molti giocatori ed ex giocatori. Ma i cugini nerazzurri non sono stati con le mani in mano: l’Inter ha raccolto in queste settimane più di 650.000 euro (108.000 donati proprio dai tifosi), decidendo di devolvere il ricavato all’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento per le patologie infettive e le emergenze epidemiologiche.

Alle raccolte milanesi si sono aggiunte le donazioni delle tifoserie limitrofe: il Fronte Ribelle dei tifosi del Saronno, i tifosi del Varese, i tifosi della Pro Patria di Busto Arsizio e tante altre piccole realtà.

In Piemonte invece, all’imponente campagna di donazione messa a disposizione dalla squadra regina d’Italia, la Juventus, e dalla sua enorme tifoseria, si sono affiancate, sul fronte granata della città, utili servizi di assistenza per coloro che sono impossibilitati a compiere spostamenti per fare la spesa, andare in farmacia oppure uscire per piccole commissioni. E se tali dimostrazioni, economiche e benefiche, sembrano semplici quando portate avanti da ricche società con grandi parterre di pubblico, è utile notare come un gesto positivo possa generare emulazioni anche in realtà più ristrette: infatti, i tifosi del Venaria calcio “Nuova Guardia”, prendendo ad esempio quanto fatto dai tifosi del Torino, hanno organizzato un servizio di consegna della spesa a domicilio per le persone anziane over 70 anni di Venaria; i tifosi della curva Ferrovia dello Spezia hanno organizzato consegne a casa di generi alimentari e mascherine sul territorio ligure.

Le tifoserie del centro- sud

Per quanto il Centro Sud stia pagando meno, in termini di contagi e di vittime, il peso dell’epidemia, questo non significa che i suoi tifosi stiano lesinando il loro impegno. Oltre alle splendide dimostrazioni di affetto agli ospedali locali della gradinata nord del Pontedera e nel reatino dei “Bulldog Rieti”, si moltiplicano le dimostrazioni di solidarietà in tutte le città a cavallo dell’Appenino.

I tifosi della Fiorentina ad esempio hanno donato 2000 mascherine ed hanno raccolto migliaia di euro a sostegno della Fondazione Careggi e della Fondazione Santa Maria Nuova Onlus, che aiutano gli ospedali della zona. A Bologna la curva “Andrea Costa” dei rossoblu ha chiesto che i rimborsi dei biglietti fossero donati agli ospedali della città anziché restituiti agli acquirenti. A questi vanno ad aggiungersi le campagne di raccolta fondi dei tifosi del Parma, del Gruppo Vandelli e delle Teste Quadre della Reggiana e di mille altre realtà umbro-tosco-emiliane oltre alla bella iniziativa del gruppo ultras di Perugia, gli Ingrifati, che ha organizzato una spesa solidale per le famiglie bisognose della zona.

E se gli ultras del Frosinone e della Viterbese nel Lazio sono impegnati dal primo minuto nella partita degli aiuti, è nella Capitale che si concentrano gli sforzi. Quella capitolina è forse la rivalità più accesa nelle stracittadine calcistiche ma la sfida, spesso dura e senza esclusione di colpi, ora si è spostata dal campo di gioco a quello della generosità. I tifosi della Lazio del S.S. Lazio Tibur Crew hanno organizzato una raccolta di generi alimentari di prima necessità, mentre i gruppi della curva Nord biancoceleste hanno avviato una raccolta fondi destinata all’ospedale San Paolo di Civitavecchia. La sponda giallorossa della Capitale però non poteva certo stare a guardare l’attivismo laziale senza rispondere colpo su colpo: la società giallorossa ha avviato una raccolta fondi con i suoi tifosi (rinunciando ai rimborsi dei biglietti delle sfide di Europa League e attraverso le donazioni si è arrivati ad oltre 500.000 euro a sostegno dell’ospedale Spallanzani, eccellenza nazionale nello studio delle malattie infettive), oltre alla consegna di pacchi con beni di prima necessità agli abbonati over 75, offerti dall’A.S. Roma e consegnati dagli stessi ultras volontari. Inoltre la società romanista ha lanciato in queste ore un’altra iniziativa: ha messo a disposizione il call center del club per gli abbonati over 60 per aiutarli nell’acquisto di generi alimentari e farmacologici senza farli uscire di casa, oltre ad un’asta di beneficenza di 500 maglie in edizione limitata che presenteranno il logo della campagna “ASsieme”.

E Napoli? Napoli è come al solito “anema e core”. Gli ultras della Curva B hanno comprato beni di prima necessità per alcuni quartieri ed hanno attivato una campagna donazioni per l’ospedale Cotugno, oltre ad aver annunciato la volontà di destinare il rimborso per i biglietti della partita di Champion’s League, Barcellona-Napoli, per attività benefiche in occasione dell’emergenza Coronavirus. Iniziative benefiche sono state lanciate inoltre dai loro storici rivali della Salernitana, della Curva Nord del Bari e del Palermo. A riprova che l’emergenza ha unito tutti in un unico sforzo. Esemplare in questo caso è l’iniziativa delle tifoserie delle squadre calabresi della Reggina 1914, dell’U.S. Catanzaro Calcio 1929, dell’U.S. Vibonese 1928 e del Rende Calcio 1968 che hanno unito i loro sforzi in una raccolta di fondi a sostegno delle migliaia di famiglie calabresi in difficoltà in un momento di grave crisi economica e sanitaria, grazie all’iniziativa de”Il biglietto solidale”, al costo di 5 euro. Contrasti e rivalità sono state superate per dare “un calcio al coronavirus”.

Alla luce di tutti questi esempi, possiamo vedere chiaramente qual è il lato migliore del movimento ultras: l’amore. Il tifo è infatti amore e sacrificio, senza tornaconto, senza secondi fini. Nella curva si crea un rapporto di vera fratellanza interclassista con la comunità del proprio territorio. In questa era di individualisti e menefreghisti, dove il sentimento altruista è additato come ingenuo e “buonista”, gli ultras sono sempre gli ultimi ribelli.

Parole di Redazione

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