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Categories: Lifestyle

No, alla Milano Design Week non c’è più la Milano da bere di una volta

[didascalia fornitore=”altro”]Foto di di Alexandre Rotenberg/Shutterstock.com[/didascalia]

La città meneghina torna a fremere con l’arrivo della settimana dedicata al Salone del Mobile, ma sono davvero sei giorni dedicati al mondo dell’architettura e del disegno industriale? Le strutture crescono, la gente corre, le e-mail scoppiano e i taxi si mettono in sciopero: la Milano Design Week sta tornando e con lei tutto il caos che popola i sei giorni più frenetici della primavera. Perché, anche se tutti pensano che sia la moda a muovere e smuovere la vita milanese, è il design (e il business) a fare la differenza sotto la Madonnina.

“Lavoro, guadagno, spendo, pretendo.“

Il Salone del Mobile, torna anche per il 2018 con la sua 57esima edizione e, oltre a portare flotte di architetti, designer, progettisti e rappresentati verso i 200.000 mq di Fiera a Rho, è pronto a inondare le vie di Milano con migliaia di persone incuriosite dall’evento imperdibile e dal cocktail gratuito.

Perché la Milano Design Week, ormai, non è più solo il momento dedicato a scoprire i materiali, le tendenze e nuovi prodotti dedicati all’arredo e al complemento, ma è soprattutto il Fuorisalone che nel 2018 compie vent’anni.

[didascalia fornitore=”altro”]Un’immagine del Salone del Mobile 2017 – Foto di Paolo Bona/via Shutterstock. com[/didascalia]

In questi anni di km macinati tra una installazione e l’altra, di ore spese a ragionare su come l’architettura possa integrarsi al meglio con il nostro vivere quotidiano, il Fuorisalone ha pian piano abbandonato il suo obiettivo principale diventando un vero e proprio place to be.

Una volta, tra un bicchiere di vino, una tartina e un gadget da non dimenticare, si intrattenevano rapporti sociali e di lavoro. Oggi, invece, è un grande ‘io c’ero’.

[didascalia fornitore=”altro”]Fuorisalone 2017, installazione. Foto di Tinxi /Shutterstock.com[/didascalia]

Un ‘io c’ero’ che, dati del 2017, ha fatto girare da 220 milioni di euro di cui hanno beneficiato hotel, ristoranti e negozi. Una manna dal cielo per la città che non può che ringraziare gli oltre 300.000 visitatori che brulicano in un formicaio fatto di oggetti, progetti e installazioni.

Eppure, il Fuorisalone ha perso la sua magia agli occhi di chi, quel mondo lo ha conosciuto nei tempi d’oro. Nei tempi in cui le installazioni erano guardate e capite da chi ogni giorno si impegnava a progettare e disegnare il nuovo modo di vivere. Persone sempre pronte a scoprire cosa c’era di nuovo, a carpirne i segreti e ad andarsene con il cuore e la mente arricchita.

Chiedetelo agli addetti ai lavori: vi racconteranno di stand inaccessibili, di presentazioni solo su prenotazione, di cocktail dove conoscere artisti, architetti e designer e di agende piene ma vivibili.

[didascalia fornitore=”altro”]Fuorisalone 2017, Statale di Milano. Foto di Tinxi /Shutterstock.com[/didascalia]

E oggi? Oggi no. Oggi si vende, si organizzano eventi di brand completamente estranei al mondo del design industriale e dell’architettura e si punta al numero: più persone ci sono meglio è, più casino c’è meglio è.

Eppure è bene ricordare che non è tutto oro ciò che luccica, perché con l’aumento degli eventi, degli appuntamenti e dei laboratori sono, allo stesso tempo, diminuite le possibilità di conoscersi e di usufruire di qualche benefit a titolo gratuito: i cari vecchi drink e le tartine con il gambero.

Possiamo dire che sia questa la fine del Salone? Assolutamente no, ma la Milano da bere non è più qui (o almeno non lo è per tutti).

Il Salone è morto, lunga vita al Salone! Ma cari milanesi (e non) se siete alla ricerca del free drink, del gadget da collezione, della tartina d’assalto, passate avanti: il Fuorisalone non è quello che fa per voi.

Gaia Magenis

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