Facebook, Cambridge Analytica e lo scandalo privacy spiegato in modo semplice

Spieghiamo in modo semplice e chiaro lo scandalo dietro Cambridge Analytica e i dati diffusi da Facebook che coinvolgerebbero 50 milioni di utenti secondo le ultime stime. Cosa significa, cosa si rischia e dove si è esagerato

Pubblicato da Diego Barbera Giovedì 22 marzo 2018

Facebook, Cambridge Analytica e lo scandalo privacy spiegato in modo semplice

Che cos’è questo scandalo che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica, che ha visto addirittura il co-fondatore e boss Mark Zuckerberg uscire allo scoperto con dichiarazioni pubbliche di scusa e, naturalmente, un’ondata di paranoia sul social network più utilizzato. Tuttavia, c’è tanta malinformazione e disinformazione e, come al solito, pochi spiegano in parole semplici e chiare cosa diamine è successo.

Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza sull’episodio con parole che siano comprensibili anche a chi non è un social media manager, economista oppure analista.

Tutto è iniziato dalle inchieste dei quotidiani americani Guardian e New York Times che riguardavano l’ingente quantità di dati personali che una società di marketing online chiamata Cambridge Analytica ha prelevato da Facebook. Non si è trattato di un accordo tra il social network e suddetta società, ma si è trattato di un comportamento scorretto da parte di quest’ultima. Quel che è accaduto ha sollevato il caro e vecchio polverone fatto di granelli di ansia, sottovalutazione e, al contempo, di esagerazione. Su cosa ci dobbiamo veramente preoccupare e cosa possiamo invece definire come allarme gonfiato?

Perché Cambridge Analytica vuole i dati di Facebook

Partiamo dal principio: perché la società Cambridge Analytica (che si chiama così per via dell’origine universitaria degli sviluppatori) è interessata alla raccolta di dati sui social network? Perché è proprio di ciò che si occupa, andando a dare in pasto ai propri algoritmi tutte le informazioni che trae dal social network più popolato al mondo calcolando quanti like dunque Mi Piace, ma soprattutto in corrispondenza di quali post e in quale numero, ma non solo carpisce anche la provenienza geografica e infine divide il tutto per sesso, magari anche professione e altri parametri. Come fa? Semplice, sono gli iscritti che lasciano libero accesso ai dati rendendli pubblici. Tuttavia, nel recente caso, si è andati oltre questo confine tradizionale.

Come vengono utilizzati i dati carpiti da Cambridge Analytica da Facebook

I dati che vengono raccolti vengono poi elaborati dai software proprietari per creare i cosiddetti profili psicometrici ossia specifici di ogni utente che definisce l’identità e le peculiarità di un individuo in questo caso basandosi sull’attività sui social che ben spifferano preferenze e attitudini. Per quale motivo vengono tracciati? Naturalmente per fare soldi e se vi state chiedendo in che modo la risposta è attraverso pubblicità miratissime che si adattano in modo aderente come un guanto chiurgico all’utente proprio perché questo ha diffuso così tante informazioni che l’algoritmo comprende molto bene “cosa gli piace e cosa vorrebbe comprare”. Di più, sembra che i like da raccogliere non siano poi così tanti per tracciare un profilo preciso: con 70 like si conosce l’iscritto meglio di un amico, con 150 più dei genitori e 300 più del partner. E naturalmente, andando oltre l’algoritmo potrebbe conoscere l’utente più di quanto si conosca da sé. Follia. O realtà inquietante, a voi la scelta.

Quando le cose sono diventate illegali

Ok, quindi cosa c’è di male? C’è che si è andati oltre il consentito. Tutto è iniziato quando l’algoritmo orginale, sviluppato da Aleksandr Kogan appunto all’Università di Cambridge, era dedicato solo all’app da scaricare per partecipare al progetto thisisyourdigitallife che creava un profilo personale proprio con questo sistema. Per partecipare si utilizzava Facebook Login ossia un sistema che evitava di registrarsi, ma richiedeva di accedere al progetto con le proprie credenziali del social network. Tuttavia, vista la gratuità del servizio, in cambio i creatori raccattavano info su età, sesso, email e determinati elementi pubblici. Lo hanno utilizzato in 270000, numero che è cresciuto in modo esponenziale (fino a 50 milioni, sembra) dato che l’accesso ai dati era in realtà esteso – per contratto, che non legge nessuno, di Facebook – agli amici dell’utente. E loro non sarebbero stati mai avvisati. Facebook cambiò policy ma era troppo tardi, tutto era stato salvato.

E fin qui non ci sarebbero stati problemi se non che le info raccolte dall’applicazione sono state poi girate proprio a Cambridge Analytica, violando i termini di Facebook. E il social network se n’è accorto troppo tardivamente, bloccando i dati quando era passato troppo tempo. Dunque l’accusa lanciata a Facebook è proprio quella di aver agito troppo tardi

Il lato oscuro di Cambridge Analytica

C’è tanta oscurità e ombra dietro Cambridge Analytica perché il suo fondatore è finanziatore di siti di estrema destra come Breibart News, sito diretto da Steve Bannon, diventato poi stato consigliere e stratega di Trump durante la campagna elettorale e poi alla Casa Bianca). Sono avanzati, inoltre, sospetti di aiuto della società alla Russia nella propaganda pro Trump e anti Hillary nelle presidenziali del 2016 con le tonnellate di account falsi pronti a pubblicare a valanga fake news e contenuti contro l’ex-first lady, soprattutto in occasione di dibattiti. Inoltre il Guardian aveva parlato di un’interferenza anche in occasione del Brexit con raccolta dati e info su utenti. Insomma, da questa vicenda ne traspare che Facebook è una risorsa immensa, ma che può diventare molto pericolosa e – soprattutto – può peccare in scarsa tempestività (a prescindere dalla buona o cattiva fede, che non possiamo determinare) e che tutti noi dovremmo essere sempre più cauti nel diffondere info personali online.