Made in Italy addio: tutte le aziende italiane vendute all’estero

Anche Versace come Italo, Aceto Balsamico di Modena, Buccellati, Pininfarina, Risiko, Peroni e Brunello di Montalcino: ecco tutte le aziende italiane che hanno venduto la maggioranza delle quote societarie agli stranieri

Pubblicato da Redazione NanoPress Lunedì 22 ottobre 2018

Italy addio: aumenta la lista delle aziende italiane vendute all’estero. L’Italia è il Paese dello shopping. Non ci riferiamo ai turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del ‘Made in Italy‘ che finiscono nelle mani di holding straniere. Finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi). I saldi all’italiana, che negli ultimi anni hanno portato oltre 500 marchi nostrani in mano straniera, non accennano a fermarsi. Si ripropone così, sempre più urgente, il quesito sulle conseguenze (da un punto di vista economico ma anche sociale) di questa svendita del patrimonio imprenditoriale italiano. L’ultimo esempio arriva dal mondo automotive: il prestigioso marchio Magneti Marelli è stato ceduto ai giapponesi di Calsonic kansel. Vediamo di seguito i dettagli e quali altri marchi ”scappati” dal Belpaese negli ultimi anni.

Magneti Marelli passa a Calsonic Kansei

Ansa

Fca ha venduto Magneti Marelli a Calsonic Kansel, società del settore automotive nata in Giappone. Non ci dovrebbero essere novità o cambiamenti per i dipendenti della sede di Corbella, in provincia di Milano, dato che le società hanno garantito di voler mantenere le attività in Italia senza andare a incidere sui livelli occupazionali. L’operazione ha un valore di 6,2 miliardi di euro e dovrebbe concludersi nella prima metà del 2019. Si attende l’approvazione delle autorità su questo business strategico.

Dall’azienda fanno sapere che la vendita servirà a migliorare la condizione dei clienti ”in tutto il mondo grazie alle sue più grandi dimensioni, alla sua forza finanziaria e alla natura altamente complementare delle loro linee di prodotti e della loro presenza geografica. La nuova entità opererà su quasi 200 impianti e centri di ricerca e sviluppo in Europa, Giappone, America e Asia-Pacifico”.

L’amministratore delegato di Fca, , spiega che “l’operazione riconosce il pieno valore strategico di Magneti Marelli ed è un altro importante passo nel nostro continuo focus sulla creazione di valore. L’accordo – spiega l’AD FCA Mike Manley – è un’opportunità ideale per accelerare la crescita futura di Magneti Marelli a beneficio dei suoi clienti e delle sue persone eccezionali”.

Per il segretario generale Fim Cisl, Marco Bentivogli, la cessione rappresenta una “grande occasione di crescita” sulla quale comunque il sindacato vigilerà, in particolare per gli aspetti che riguardano lo sviluppo e la forza lavoro.

Versace

VersaceDonatella Versace / ansa

Dopo essersi assicurati per quasi 1 miliardo di dollari il marchio londinese Jimmy Choo, i vertici di Michael Kors puntano ora all’acquisto di Versace. La storica casa di moda italiana nata a Milano e controllata (ancora per poco) all’80% dagli eredi di Gianni Versace – che la fondò nel 1978 – e per il restante 20% dal fondo Usa Blackstone cambia mano. Secondo le prime indiscrezioni circolate prima della firma del contratto, sia Donatella Versace, sorella di Gianni e attuale vicepresidente, che la figlia Allegra dovrebbero mantenere una parte delle azioni della società.

Anche la cessione del brand Versace fa riflettere: il Made in Italy è davvero sul viale del tramonto? Soltanto dal 2008 al 2012 ben 437 aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti stranieri. Questo è il dato più clamoroso del Rapporto ‘Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita’ presentato dall’Eurispes. Certificazione ulteriore, se ce ne fosse bisogno, di un Made in Italy sempre meno italiano.

Certo, i gruppi stranieri spendono miliardi di euro per portare a casa i marchi italiani, ma sono soldi che vanno alle vecchie proprietà. Non portano valore aggiunto alla comunità e, in ogni caso, non valgono certo la perdita dei gioielli di famiglia. Ecco di seguito altri esempi.

Italo

Italo / ansa

Invece di quotarsi in Borsa, come avevano annunciato a gennaio con la presentazione della domanda a Borsa Italiana, i soci di Italo-Nuovo Trasporto Viaggiatori (Ntv), il gruppo ferroviario guidato da Flavio Cattaneo, hanno deciso ufficialmente di vendere il 100% del capitale sociale. A chi? Al fondo americano specializzato in infrastrutture Global Infrastructure Partners III funds (Gip), per quasi 2 miliardi di euro. La società ha chiuso il 2017 con ricavi operativi totali per 454,9 milioni di euro (+24,8%). La sottoscrizione del contratto di compravendita è stata finalizzata l’11 febbraio 2018.

Aceto balsamico di Modena Acetum

twinings compra aceto balsamico

Twinings ha comprato l’aceto balsamico di Modena. Il gruppo Associated British Foods ha raggiunto l’accordo per l’acquisizione di Acetum Spa, il principale produttore italiano di Aceto Balsamico di Modena con Indicazione Geografica Protetta (Igp). Il marchio era controllato all’80% dal fondo Clessidra di proprietà della famiglia Pesenti. Il restante 20% è rimasto ai due soci fondatori Cesare Mazzetti e Marco Bombarda.

Dopo l’operazione Cesare Mazzetti è rimasto presidente e Marco Bombarda direttore del business. Acetum, che produce pure glasse balsamiche, aceto di vino e di mela e altri condimenti, include anche i marchi Fini e Mazzetti, che è leader in Germania e Australia. La multinazionale inglese che ha acquistato il marchio italiano impiega già oggi in Italia 2.500 dipendenti. Con il tè Twinings, i negozi Primark e con AB Mauri azienda leader nell’industria dei prodotti da forno.

Buccellati

Buccellati è cinese, 85% a Gangtai Group per 195 mln

Lo storico marchio Buccellati passa ai cinesi del gruppo Gansu Gangtai Holding che si sono assicurati l’85% delle quote azionarie. Mentre il 15% della società resta alla cordata italiana composta dal fondo di investimento Clessidra e dalla famiglia Buccellati. La base operativa principale della prestigiosa azienda di gioielli fondata nel 1919 a Milano resterà in Italia. Andrea Buccellati manterrà il suo ruolo di direttore creativo e presidente onorario mentre Gianluca Brozzetti rimarrà come ceo. Quanto al gruppo cinese, specializzato nella vendita retail di gioielli e quotato alla Borsa di Shanghai, nell’ultimo trimestre ha annunciato 377 milioni di fatturato e 5,9 milioni di utile.

Secondo fonti finanziarie, l’azienda italiana è stata pagata 6,6 volte il fatturato, un record per il settore gioielleria. L’operazione è stata finalizzata il due agosto 2017 per 195 milioni. Il presidente del gruppo cinese, Xu Jiangang, ha annunciato un ambizioso piano di investimenti da 200 milioni in cinque anni, sia per assicurare crescita nei mercati dove il brand è già presente come Italia, Europa e Nord America, sia per sostenere l’espansione in mercati nuovi, come la Cina, l’Asia, il Medio oriente e l’Est Europa.

Biondi Santi

Biondi Santi

I francesi dell’Epi Group di Christopher Descours (proprietario e re dello champagne Piper-Hedsieck, Charles Heidsiek ) mettono le mani sul Brunello di Montalcino. Sono entrati come soci di maggioranza nella Tenuta il Greppo dei “Biondi Santi“. Lo storico marchio italiano è nato nel 1865, inventò la formula del Brunello grazie a Ferruccio Biondi Santi, nel 1888. Jacopo Biondi Santi, figlio di Franco, resterà il presidente del brand che era riuscito a resistere fino alla sesta generazione. “Svilupperemo ulteriormente il nostro business”, ha assicurato, spiegando che i nuovi capitali che entreranno così in azienda gli consentiranno di guardare al futuro. “Da soli eravamo troppo piccoli per resistere e svilupparci”, ha chiarito. Smentite le ipotesi di possibili cessioni a gruppi come Lvmh o Prada. L’alleanza è stata siglata il 16 dicembre 2016.

La Peroni giapponese

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La Peroni, storica birra un tempo italiana prodotta a Roma, Padova e Bari, nel 2003 finì nelle mani del colosso anglo-sudafricano SabMiller. Che l’aveva poi ceduta ai belgi di InBev, gli stessi che producono Corona, Budweiser e Beck’s. In febbraio 2016 il produttore giapponese di birra Asahi ha offerto ben 400 miliardi di yen (ovvero una cifra che si aggira intorno ai 3 miliardi di euro) per l’acquisto del marchio. Ad aprile 2016 arriva la notizia che AB InBev ha accettato l’offerta vincolante presentata dal gruppo nipponico per un totale di 2,55 miliardi di euro in contanti.

Risiko va in Canada

Risiko

A gennaio 2016 l’italiana Editrice Giochi passa alla canadese Spin Master e questo vuol dire che anche il Risiko e lo Scarabeo. Così come Cluedo, Dungeons and Dragons (e altri giochi come L’eredità, X Factor e Voyager) non saranno più made in Italy. L’azienda era stata fondata nel 1936 dal lombardo Emilio Ceretti e nel 2009 aveva già ceduto il ”Monopoli” ad Hasbro. La multinazionale di Toronto punta ad aumentare la sua presenza nel mercato italiano del giocattolo. Un settore valutato intorno ai 740 milioni di euro nel 2015 e in crescita.

Pininfarina passa agli indiani di Mahindra

Pininfarina

A dicembre 2015 Pininfarina ha annunciato il passaggio alla società indiana Mahindra con un’operazione da circa 50 milioni di euro. Cui si sommano garanzie sui debiti per oltre 110 milioni di euro. Nel dettaglio, Mahindra & Mahindra e TechMahindra acquisteranno tutte le azioni ordinarie Pininfarina detenute da Pincar (la holding della famiglia che controlla il 76% di Pininfarina), per un totale di circa 25 milioni di euro. Le azioni in pegno alle banche sono state liberate dal vincolo alla chiusura dell’accordo. ”Oggi iniziamo a scrivere il prossimo capitolo della storia di Pininfarina. Siamo orgogliosi e felici di entrare a far parte del gruppo Mahindra”, ha commentato l’ad Silvio Pietro Angori.

Oggi è un giorno splendido, Pininfarina diventa più forte e più globale che mai”. Per il presidente e nipote del fondatore, Paolo Pininfarina, l’accordo con ”un partner industriale solido e globale” permette di rafforzare l’identità della società, che ”è e rimarrà italiana” mentre ”i soldi non hanno passaporto”. E ancora ”L’azienda resta in Italia, restano le maestranze, resta il management. Resta il dna Pininfarina”, ha assicurato il presidente Paolo Pininfarina, presentando in conferenza stampa a Torino l’intesa per il passaggio dell’azienda all’indiana Mahindra.

Questa operazione – ha aggiunto – ci permette di pensare al futuro. E’ un giorno importante che voglio dedicare alla mia famiglia. Sono sicuro che sia la cosa giusta, che mio nonno, mio padre e mio fratello sono con me e pensano che stia facendo la cosa giusta”.

Grom

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Grom, il “gelato più buono del mondo” dal 1° ottobre 2015 passa alla multinazionale olandese Unilever, quella di Algida per intenderci. I due fondatori Federico Grom e Guido Martinetti hanno così ceduto la proprietà dell’azienda che, dalla piccola gelateria di Piazza Paleocapa a Torino, dal 2003 si è trasformata in un colosso del gusto, con oltre 67 punti vendita e 600 addetti tra Dubai, Giacarta, Hollywood, Malibu, New York, Osaka, Parigi e molte altre città. Il gruppo sarà comunque gestito in autonomia dai due fondatori, a cui viene garantita la totale libertà: ad arricchirsi ci saranno però anche il colosso olandese e investitori dal Giappone, dal Qatar e dal gruppo Illy, che detiene il 5% del capitale.

Italcementi

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Italcementi è stata venduta ai tedeschi per il 45%. Il prezzo è stato fissato e corrisponde a 10,6 euro ad azione, per un valore complessivo di 1,67 miliardi. La famiglia Pesenti esce dopo più di un secolo dall’azienda, accettando l’offerta del gruppo tedesco Heidelberg. La famiglia Pesenti diventa il secondo socio. Il nuovo gruppo potrà contare su una capacità produttiva di circa 200 milioni di tonnellate di cemento, con un fatturato di 16,8 miliardi di euro da realizzare in 60 Paesi presenti in 5 continenti.

Palazzo Broggi

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Lo storico Palazzo Broggi di piazza Cordusio a Milano è stato ceduto da Idea Fimit sgr, la società che ne deteneva la proprietà, a un fondo internazionale per un importo di 345 milioni di euro. Il fondo internazionale in questione sarebbe Fosu, la più grande compagnia conglomerata privata della Cina. Per 31 anni il palazzo è stato sede della Borsa di Milano e per vario tempo vi ha avuto sede l’Unicredit.

World Duty Free

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La svizzera Dufry ha comprato World Duty Free. I Benetton hanno raggiunto un accordo per cedere la loro partecipazione pari al 50,1%. Il prezzo di vendita è stato quello di 10,25 euro per ogni azione, con un importo complessivo pari a 1,3 miliardi di euro. Attraverso questa integrazione si è creato il leader mondiale nel settore del travel retail aeroportuale. La catena dei negozi era in trattativa già da tempo, anche perché i Benetton si erano mostrati aperti a ricevere varie offerte. Dufry già da tempo si era impegnata a sostenere questa operazione, procedendo a portare a termine la competizione.

Pirelli

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E’ stato firmato l’accordo che prevede l’ingresso del colosso chimico cinese ChemChina nella Pirelli, la società leader del settore degli pneumatici. Il gruppo controllato dal Governo di Pechino avrà la maggioranza dell’azienda italiana. Secondo Mauro Tronchetti Provera, tutto ciò rappresenta una grande opportunità, perché ha messo in evidenza come i soci cinesi possano garantire lo sviluppo e la stabilità di Pirelli. In ogni caso è stato stabilito, in base ai termini dell’accordo, che non sarà così facile spostare il quartier generale dell’azienda italiana: per determinare il trasferimento a terzi della proprietà intellettuale di Pirelli dovrà essere necessaria una maggioranza in grado di superare il 90% del capitale. Novità soprattutto per quanto riguarda gli pneumatici industriali, perché la loro produzione sarà integrata con una società partecipata da ChemChina. L’intenzione è quella di raddoppiare i volumi del business.

Porta Nuova

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Hines Italia Sgr ha stretto un accordo con Qatar Holding per l’acquisto di Porta Nuova, l’area di Milano con i grattacieli più alti d’Italia. Il progetto immobiliare è passato completamente al fondo Qatar Qia. Già quest’ultima aveva acquistato una partecipazione pari al 40% nei fondi di investimento. Questo nel 2013 e adesso Qia ha portato la sua partecipazione al 100%.

Frecciarossa

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Il colosso giapponese Hitachi ha comprato i Frecciarossa e si prepara a diventare il quarto produttore mondiale di treni. L’affare è stato pari a 36 milioni di euro. Inoltre l’azienda nipponica si è aggiudicata il 100% della Ansaldo Breda, che si occupa della produzione di treni ad alta velocità e dei convogli per la metropolitana senza conducente.

Bologna Calcio

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Il Bologna sarà ceduto agli americani. Il cda ha deciso di accettare la proposta degli Stati Uniti, che consiste in un indennizzo di 6,3 milioni in 3 anni. Entro il 15 ottobre al club saranno versati 6 milioni. La società sarà ceduta all’impresa guidata da Joe Tacopina, brand che ha tra i suoi investitori anche il canadese Joey Saputo. L’azione iniziata qualche settimana fa si è conclusa con la decisione di aprire all’America. I soci sono convinti che l’offerta statunitense sia da tenere in ottima considerazione.

Ilva di Taranto

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Arcelor Mittal, colosso franco-indiano, si è aggiudicato l’Ilva.

Indesit

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Indesit è stata acquisita da Whirlpool. E’ stato, infatti, raggiunto un accordo tra l’azienda americana e Fineldo, holding di Merloni, che ha permesso l’acquisto, da parte degli americani, del 60,4% di Indesit, ad un costo di 758 milioni di euro.

Krizia

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Notizia di qualche anno fa è il passaggio della maison di moda Krizia in mani cinesi, nuova frontiera dello shopping straniero. E’ arrivato, infatti, l’accordo di vendita a Shenzen Marisfrolg Fashion, attiva nel mercato asiatico. Il gruppo cinese è stato fondato nel 1993 da Zhu ChongYun, che ora ricoprirà il ruolo di presidente del Board e direttore creativo della casa di moda milanese. Non sono stati comunicati i dettagli della transazione, quel che è certo è che nei piani della società cinese c’è una espansione decisa verso i mercati asiatici e americani del brand Krizia.

Poltrona Frau

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Il primo colpo grosso del 2014 è stata la cessione di Poltrona Frau alla statunitense Haworth, che acquisisce il controllo del marchio con il 58,6% del capitale. Il 51,3% è stato ceduto da Charme (facente capo a Montezemolo) e il restante 7,3% da Moschini. Il perfezionamento dell’operazione, atteso entro la fine di aprile 2014, è condizionato all’approvazione da parte delle autorità antitrust competenti. Una volta ottenuto il via, gli americani lanceranno subito una OPA sulla rimanente parte del capitale sociale di Poltrona Frau. Sarà quello lo step finale per l’addio definitivo dell’azienda al suo carattere nazionale.

Telecom

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Qualche tempo fa aveva destato scalpore la cessione di Telecom, il principale gruppo italiano di telecomunicazioni, in mani spagnole dopo l’accordo tra Telefonica e le banche italiane azioniste, che le consente di salire al 66% di Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia. Non è solo questione di percentuali azionarie, perché la Telco nomina anche la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione Telecom. Di fatto, quindi, è l’ennesimo marchio italiano che prende la via dell’estero. Il Made in Italy è sempre stata la consolazione dell’economia italiana anche in periodo di crisi. Un favola che ci hanno sempre raccontato (e continuano a raccontare) per dimostrare che il sistema italiano funziona ancora alla grande. Ma a chi appartiene davvero il Made in Italy?

Pernigotti

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Ormai le notizie di cessioni ai colossi stranieri si susseguono a ritmo tanto vorticoso che si fatica a tenere botta. Un caso recente è quello dei cioccolatini Pernigotti, ceduti dai Fratelli Averna ai turchi Toksoz. Si tratta di una azienda privata, con sede a Istanbul, che realizza un fatturato annuo pari di circa 450 milioni. La notizia è dolorosa perché Pernigotti, oltre ad essere un’eccellenza mondiale nel settore dolciario, è anche un’azienda storica con oltre 150 anni di attività. Ma non è tutto. Pochi mesi fa la holding francese Lvmh ha rilevato l’80% della griffe del cachemire Loro Piana, fiore all’occhiello tra i marchi italiani. Il problema sono proprio loro, le holding straniere che si appropriano del grande artigianato nostrano lasciando solo le briciole al prodotto interno lordo dello stivale.

Le holding fanno shopping in Italia

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In un periodo di crisi economica come quello che da anni attanaglia l’Italia, spesso la consolazione degli economisti è il perdurante successo del Made in Italy, sinonimo di grande qualità e garanzia di crescita. Quando leggiamo marchi Made in Italy famosi e acquistiamo i loro prodotti, siamo proprio sicuri che stiamo comprando italiano? La risposta, nella maggior parte dei casi, è negativa. Tanto per rimanere in tema Loro Piana, l’azienda si troverà in buona compagnia nel roster della Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh), che già include simboli assoluti come Bulgari, Fendi e Pucci. Loro Piana, nello specifico, è stata valutata 2,7 miliardi, con la Lvmh che ha pagato 2 miliardi per accaparrarsi l’80% del pacchetto aziendale. Sergio e Pier Luigi Loro Piana manterranno la loro posizione alla guida dell’azienda di famiglia, ma con uno striminzito 20% della proprietà.

Vendere all’estero: un vantaggio per le aziende?

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Se la vendita dei marchi del Made in Italy alle holding straniere può essere visto come una svendita di assets strategici a discapito dell’economia nazionale, non sempre lo stesso discorso vale per l’azienda stessa. C’è chi dalla vendita agli stranieri e dall’emigrazione all’estero riesce a trarre vantaggio. Non sempre vendere equivale a perdere valore, ce lo dice una indagine di Prometeia (“L’impatto delle acquisizioni dall’estero sulla performance delle imprese italiane”) realizzata per l’Ice. Secondo quanto riportato nel rapporto, dalla fine degli anni Novanta ad oggi le imprese acquistate da gruppi stranieri hanno ottenuto performance positive. Questo significa crescita del fatturato (2,8% l’anno), dell’occupazione (2%, anche in territorio italiano) e della produttività (1,4%).

Questo accade soprattutto per i brand simbolo dello stile italiano che sono acquisiti da holding estere per il loro valore elevato e non perché in dismissione. Un discorso, quindi, che non può essere applicato davvero a tutti, anche se è vero che vendere è parte integrante della politica di attrazione dei capitali stranieri, linfa vitale in un contesto come quello italiano, piegato dalla crisi e da una gestione politica deficitaria.

La ricerca conclude che, sebbene siano state vendute a proprietà straniere, le grandi aziende italiane continuano ad essere percepite come made in Italy. Ma è davvero solo un problema di percezione? Allora perché questa svendita non avviene anche nei Paesi stranieri? La colpa, come di consueto, è da cercare ai piani alti.

Le colpe dello Stato italiano

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D’altra parte difficile dire di no alle allettanti offerte di un colosso come Lvmh, che vanta 28,1 miliardi di ricavi, generati anche grazie ai tanti marchi italiani che si sono aggiunti nomi famosi come Louis Vuitton e Celine, Moet et Chandon e Veuve Clicquot. Queste acquisizioni non sono casuali, perché il settore del lusso è quello che fa registrare i dati di vendita più alti (a fronte di un +4% complessivo della holding) nonostante il gruppo abbia alzato i listini dei suoi marchi di punta fino al 10%.

Tanti mancati introiti per il sistema Italia, ma la domanda che bisogna porsi è anche un’altra, dolorsa ma necessaria per non cadere nei pregiudizi. Queste aziende potevano sopravvivere nel mercato globale senza far parte di un gruppo del genere? Artigianato e tradizione spesso non vanno molto d’accordo con i ritmi e le pretese di un mercato in cui le spese di produzione si alzano e i profitti calano.

La dissoluzione del made in Italy

Vendere è forse di vitale importanza per gli imprenditori, ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la dissoluzione del Made in Italy e, anzi, vessa sempre più le aziende con una pressione fiscale a livelli record (per non dire ridicoli). In giro per il mondo ci vantiamo tanto della nostra moda, dei nostri cibi e della nostra creatività, ma ormai (come nel caso della fuga dei cervelli) tutto questo è al servizio di proprietà straniere.

Il fenomeno, come detto, non si riferisce soltanto al settore della moda e del lusso perché la fuga del Made in Italy dall’Italia riguarda tutti i comparti economici, dall’abbigliamento all’alimentare passando per i gioielli. Non esiste settore che non sia stato toccato dalle mani delle ricche holding straniere.

La strategia di questi gruppi è semplice: attendere il momento di difficoltà economica per appropriarsi di aziende con valore aggiunto notevole visto che, pur non più italiano al cento per cento, il prodotto italiano vende sempre e comunque, soprattutto all’estero. Ecco così che una opportunità di crescita per il comparto esportazioni viene ridotta al lumicino dall’esternalizzazione della proprietà e, molto spesso, anche della produzione.

Il primato sul bel vivere e vestire non ci appartiene più, è meglio farsene una ragione. Certo, casi di successo di aziende italiane che si espandono all’estero non mancano, ma l’impressione è che per ogni azienda italiana che riesce a crescere almeno tre finiscono acquisite da holding straniere.

I marchi italiani finiti all’estero

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Da un lato troviamo Barilla che compra la francese Harry’s e la svedese Wasa o Luxottica di Leonardo Del Vecchio che compra l’americana Ray-Ban, ma dall’altro Loro Piana viene ceduto alla Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh). Seguendo la fuga all’estero di marchi di moda celebri come Bulgari, Gucci e Valentino. Le motivazioni sono diverse da caso a caso. Eeredi poco capaci, scarse agevolazioni da parte dello Stato, crisi economica. Ma su tutte le svendite aleggia un’atmosfera da smobilitazione generale. I cugini francesi, con cui da sempre siamo in aperta lotta per il primato sulla moda e sulla buona cucina, sembrano decisamente un passo avanti rispetto all’Italia. Tanto che molte di queste misteriose holding sono proprio transalpine.

Male la moda, peggio il cibo

Lvmh è proprieraria anche di altri brand importanti come Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi; Gucci e Pomellato sono invece sotto il controllo di Kering, ex Ppr, antagonista storico di Lvmh che fa capo alla famiglia di François Henri Pinault, leader della distribuzione di marchi come Fnac e Puma che controlla anche Dodo, Bottega Veneta, Brioni e Sergio Rossi.

Se il Made in Italy nella moda crolla miseramente, va anche peggio al cibo italiano all’estero, un business fallito senza mezzi termini, perché questa eccellenza assoluta italiana si divide tra imitazioni che screditano il settore e acquisizioni che dell’Italia lasciano solo il tricolore (e spesso neanche quello). Tra i principali acquirenti Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria dell’Algida, dell’olio d’oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara che già controlla Carapelli e Sasso), delle confetture Santa Rosa e del riso Flora.

Continuando con la disamina (e senza citare i marchi di grande distribuzione come Auchan e Carrefour), la francese Lactalis ha acquistato la Parmalat e i marchi Galbani e Invernizzi, Cademartori, Locatelli e Président. La Nestlé è proprietaria di Buitoni e Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso e la Valle degli Orti. I sudafricani di SABMiller hanno acquisito la Peroni; l’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vodka Russki Standard, ha comprato Gancia. I pelati AR sono finiti addirittura nelle mani di una controllata dalla giapponese Mitsubishi. Considerato tutto questo, siamo ancora sicuri di comprare lo stile italiano quando portiamo a casa uno di questi prodotti? Ma soprattutto, il Made in Italy non è così condannato a morte certa?