Philip Roth, i libri più belli: da ‘Pastorale americana’ a ‘Lamento di Portnoy’

Scrittore tra i più letti e venerati del XXI secolo, Philip Roth è stato autore di romanzi, racconti, saggi e scritti di memorie. Per ricordare una delle voci più influenti e critiche della letteratura americana e non solo, ecco alcuni dei libri più belli di Philip Roth, da Pastorale americana, il suo romanzo più famoso, a Lamento di Portnoy.

Pubblicato da Caterina Padula Mercoledì 23 maggio 2018

Philip Roth

Scegliere, di Philip Roth, i suoi libri più belli non è cosa semplice dato che durante la sua lunga carriera (inaugurata nel 1958 con la raccolta Addio, Columbus e cinque racconti) lo scrittore scomparso il 22 maggio del 2018 ha dato alle stampe moltissimi titoli, tra romanzi (Pastorale americana in primis, con cui vinse il Premio Pulitzer 1998) racconti, saggi e qualche scritto di memorie. Considerato tra i maggiori romanzieri ebrei, voce tra le più critiche e venerate d’America, Philip Roth è stato uno degli scrittori più prolifici ed influenti del XXI secolo, benché all’inizio i suoi romanzi (circa una ventina) fossero spesso accusati di oscenità. Eppure, proprio attraverso i suoi temi ricorrenti (morale, religione, sesso), lo scrittore più volte favorito per l’assegnazione del Premio Nobel, esplorava la società americana, criticandone gli ideali con pungente ironia. Per omaggiare uno dei giganti della letteratura contemporanea, dunque, ecco alcuni dei libri più belli di Philip Roth, da Pastorale americana a Lamento di Portnoy, fino al più recente Nemesi dopo il quale, nel 2012, annunciò il suo addio al mondo della letteratura.

Addio, Columbus e cinque racconti

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Ripubblicato recentemente da Einaudi col titolo di Goodbye, Columbus, è il libro con cui Philip Roth fa il suo esordio nel mondo della narrativa: contiente un romanzo breve (la storia di Neil Klugman, un ebreo della middle-class che altri non è se non il suo alter-ego, e della sua relazione con la bella Brenda Patimkin, ebrea anch’essa ma di famiglia più abbiente) e cinque racconti, alcuni inediti ed altri già apparsi all’epoca su riviste. Il volume, tra i libri più belli di Philip Roth, è stato pubblicato per la prima volta nel 1958, ed è un ottimo inizio per chi si appresta a conoscere lo scrittore statunitense.

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Zuckerman scatenato

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Pubblicato in versione originale nel 1981, è uno dei libri di più belli di Philip Roth, un romanzo breve nel quale lo scrittore di Newark dà prova delle sue straordinarie capacità narrative: ‘giocare’ con l’autobiografia, ovvero raccontare tutto di sè senza mostrare al lettore il confine – esatto – tra fantasia e realtà. Il protagonista del libro è Nathan Zuckerman che, dopo il successo raggiunto col bestseller sulle vicende di Gilbert Carnovsky, vorrebbe ritirasi un pochino dalle scene. I suoi fan però lo indentificano con l’eroe della sua storia, mentre la critica lo bersaglia in continuazione. Un romanzo brillante e divertente in cui Philip Roth prende in giro se stesso e i suoi libri mentre Zuckerman, già comparso in diverse opere, tra cui My life as a man (1974), Lo scrittore fantasma (1979) e, come voce narrante, in Pastorale americana (1997), è forse l’alter-ego più riuscito dello scrittore, senz’altro il più famoso.

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Lamento di Portnoy

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E’ il romanzo col quale Philip Roth si fece definitivamente conoscere nell’ambito della narrativa mondiale, una tragicommedia ebraica dissacrante e divertente, in cui il protagonista, Alexander Portnoy, racconta allo psicanalista tutta la sua vita. Pubblicato per la prima volta nel 1969, è un lungo monologo diviso in sette capitoli in cui lo scrittore, attraverso flashback col passato, racconta se stesso e la borghesia ebraica americana che, tra nevrosi, manie e perversioni sessuali, è continuamente alla ricerca di un po’ di normalità.

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La macchia umana

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Se parliamo di Philip Roth e dei suoi libri più belli, non possiamo non citare La macchia umana, un romanzo pubblicato nel 2000 in cui compare, in veste di narratore, ancora lui, Nathan Zuckerman. La storia è quella di Coleman Sink, un accademico del New England accusato di razzismo nei confronti dei suoi studenti. Nonostante l’infondatezza delle accuse, Sink è costretto a dimettersi e dopo la scomparsa della moglie (morta prematuramente per un infarto) riesce in qualche modo a ricostruire la sua vita. Il romanzo, vincitore, tra l’altro, del Prix Médicis e del Premio PEN/Faulkner per la narrativa, è considerato una sorta di compendio delle caratteristiche più importanti di Roth, dal suo continuo schierarsi contro il moralismo e l’ipocrisia dell’epoca, all’erotismo straordinariamente descritto, dalla pungente ironia all’uso ‘giocoso’ dell’autobiografia.

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Pastorale americana

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Pastorale americana è considerato il romanzo più bello, nonché il più famoso, di Philip Roth, per il quale vinse, nel 1998, il Premio Pulitzer per la narrativa. Siamo negli anni Novanta e Nathan Zuckerman, durante una riunione di ex studenti, incontra Jerry Levov, fratello di Seymour detto ‘lo svedese’, del quale ricordano le mitiche imprese atletiche. Un racconto che diventa biografia immaginaria (quella di Seymour Levov), nonché affresco spietato dell’America e dell’intera società occidentale.

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Il teatro di Sabbath

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Anche Il teatro di Sabbath, pubblicato in versione originale nel 1995, è uno dei libri più belli di Philip Roth. Eccessivo e variegato nei suoi molteplici personaggi è la storia, tra finzione e realtà, di Mickey Sabbath, un ebreo sessantenne con un passato da burattinaio, che insegna drammaturgia in un college del New England. Dopo la morte della compagna Drenka, che incarna, dell’uomo, gli eccessi e le trasgressioni, Sabbath ripensa al suo passato, dalla prima moglie alcolizzata al fratello ucciso dai giapponesi. Tra i libri più belli di Philip Roth è anche uno dei più controversi: c’è chi lo considera un capolavoro (un compendio di tante figure tipiche della verve creativa di Roth) e chi, invece, difficile da ‘digerire’.

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Nemesi

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L’ultimo, tra i libri più belli di Philip Roth, che vogliamo proporvi, è anche quello che conclude la sua carriera letteraria, quello con cui, nel 2012, ha deciso di dire addio al mondo della narrativa. Siamo nel 1944 e Bucky Cantor, un animatore 23enne che lavora in un campo giochi, combatte contro un’epidemia di polio che a poco a poco sta uccidendo i suoi ragazzi. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 2010, racconta un altro dei temi preferiti dallo scrittore americano: la battaglia dell’uomo contro il suo destino.

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