Trapianto di cuore: sopravvivenza, aspettativa di vita e possibili complicanze

Il primo trapianto di cuore umano è stato eseguito nel 1967, nel 1980 è stato introdotto il primo farmaco antirigetto. Attualmente la sopravvivenza a un anno è dell'88%, a tre anni del 73%. Vediamo quindi nel dettaglio, sul trapianto di cuore, la sopravvivenza, l'aspettativa di vita e le possibili complicanze operatorie.

Pubblicato da Beatrice Elerdini Giovedì 8 febbraio 2018

Trapianto di cuore: sopravvivenza, aspettativa di vita e possibili complicanze
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Il trapianto di cuore è un intervento chirurgico ‘salvavita’, che consiste nell’estrapolare l’organo malato dal paziente, per sostituirlo con uno sano, proveniente da un soggetto dichiaratosi donatore, morto da breve tempo. Riguardo al trapianto di cuore, sopravvivenza, aspettativa di vita e possibile complicanze, quali sono? Si tratta di un’operazione chirurgica piuttosto complessa, non esente da rischi, che però in caso di buon esito, può concedere una nuova speranza di vita al paziente. Anche l’iter clinico per poter accedere al trapianto di cuore non è affatto semplice, non tutti gli individui affetti da gravi patologie cardiache infatti, sono ritenuti idonei per il trapianto. Vediamo dunque di approfondire l’argomento, andando a scoprire le patologie per le quali è indicato il trapianto di cuore, quali sono i tempi d’attesa una volta entrati in lista, quali sono i rischi dell’intervento, in cosa consiste il rigetto e le aspettative di vita.

Trapianto di cuore: indicazioni all’intervento

Riguardo al trapianto di cuore, le indicazioni all’intervento quali sono? Principalmente si giunge al trapianto di cuore, quando l’organo è fortemente danneggiato e non è in grado di svolgere le proprie funzioni, in altre parole quando il paziente soffre di insufficienza cardiaca grave. Ma quali sono le cause che provocano un’insufficienza cardiaca tale da poter essere risolta esclusivamente con un trapianto di cuore? Vediamole qui di seguito:

Coronaropatie: è una patologia che riguarda le arterie coronarie, i principali vasi sanguigni che irrorano il muscolo cardiaco. Quando il loro apporto di sangue e ossigeno viene meno, il miocardio si ferma;
– Cardiomiopatie: un termine medico generico che include tutta una serie di patologie del miocardio, che comportano alterazioni del funzionamento e dell’efficienza del muscolo cardiaco;
– Difetti delle valvole cardiache: il cuore è composto da quattro valvole cardiache che hanno la prerogativa di controllare con precisione assoluta l’andamento del flusso sanguigno tra i vari compartimenti del cuore;
– Difetti congeniti del cuore: esistono infine diverse patologie cardiache che si manifestano sin dalla nascita. Sono proprio queste a rappresentare la principale causa di trapianto di cuore in pazienti giovani e giovanissimi.

Trapianto di cuore: controindicazioni

Esistono inoltre situazioni cliniche che impediscono di fatto il trapianto di cuore e di conseguenza di essere inseriti nella lista delle persone in attesa di un organo. Vediamo le principali:

– Infezioni sistemiche in fase attiva e nei pazienti sieropositivi per l’HIV o con epatite cronica attiva HBV/HCV;

– Diabete mellito insulino dipendente non compensato (non è una vera e propria controindicazione assoluta, tuttavia non devono coesistere altre complicanze come retinopatia, neuropatia, nefropatia, microangiopatia periferica);

– Neoplasie maligne negli ultimi 5 anni;
– Malattie sistemiche con una limitata prognosi;
– Collagenopatie vascolari sistemiche;
– RVP aumentata
– Compliance inadeguata del paziente.

Trapianto di cuore: tempi di attesa

Per il trapianto di cuore, i tempi di attesa quali sono? Purtroppo ancora oggi la donazione degli organi non è così capillare da consentire trapianti d’organo in tempi brevi, inoltre i donatori non sono compatibili universalmente con tutti i pazienti in lista d’attesa. La scelta del donatore rimane infatti uno degli aspetti peculiari delle fasi antecedenti al trapianto di cuore o di qualsiasi altro organo: il donatore in comune con il ricevente deve necessariamente avere il gruppo sanguigno e le dimensioni del cuore. Tali requisiti riducono sensibilmente la disponibilità di organi e allungano notevolmente i tempi di attesa. Vediamo dunque, in sintesi i criteri di selezione per il trapianto di cuore:

– Compatibilità AB0;
– Compatibilità di dimensioni donatore/ricevente;
– Urgenza clinica;
– A parità degli altri parametri, tempo di iscrizione in lista.
– Urgenze Cardiache (ovvero assistenza ventricolare e il ritrapianto).

Quando è disponibile un cuore, questi viene inviato al centro trapianti di turno, il quale dovrà individuare dalle liste il ricevente più idoneo, secondo i criteri poc’anzi indicati.

Trapianto di cuore da donatore deceduto

Avviene in un unico modo il trapianto di cuore, da donatore deceduto, non esiste infatti la possibilità di donare l’organo da vivente, come nel caso di trapianto di fegato, poiché si tratta di un organo salvavita. Si tratta di un intervento chirurgico molto delicato che viene eseguito rigorosamente in anestesia generale, in un tempo massimo di 4 ore dal momento in cui l’organo è stato espiantato dal donatore deceduto. Come avviene il trapianto di cuore? In pochi e sintetici passaggi, possiamo dire a grandi linee che il primo passo prevede l’apertura dello sterno per poter avere accesso diretto al cuore. Subito dopo vengono interrotti tutti i collegamenti vascolari che irrorano il cuore, a quel punto l’organo può essere estratto e il paziente viene connesso alla macchina ‘cuore-polmone’, che temporaneamente sostituirà le funzionalità di un vero miocardio, consentendo l’impianto dell’organo sano. Il nuovo cuore viene quindi introdotto nella cavità toracica e si passa alla connessione di ogni singolo vaso venoso e arterioso. L’ultimo passaggio prevede la chiusura dello sterno e la sutura della ferita.

Il primo trapianto di cuore

Il primo trapianto di cuore umano è stato eseguito nel 1967, per mano del noto chirurgo sudafricano Christiaan Barnard, presso l’ospedale Groote Schuur di Città del Capo: fu effettuato su un uomo di 55 anni, che morì 18 giorni dopo l’operazione. La donatrice fu una ragazza di 25 anni, Denise Darvall, morta prematuramente in un incidente stradale. L’anno successivo, lo stesso professor Barnard eseguì un secondo trapianto cardiaco sul dentista Philip Bleiberg, che visse 19 mesi. Il primo ritrapianto risale invece al 1975. La ciclosporina, farmaco tuttora utilizzato come antirigetto, è stato introdotto pochi anni dopo, nel 1980.

Trapianto di cuore: sopravvivenza

Qual è per il trapianto di cuore, la sopravvivenza? Innanzitutto bisogna partire dal concetto che il trapianto di cuore è un’operazione chirurgica non esente da rischi, che ha un durata, salvo complicazioni, che va dalle 3 alle 5 ore. Le complicazioni possono insorgere durante l’intervento stesso, oppure successivamente. Tra i principali rischi connessi al trapianto, nonostante i controlli rigorosi che vengono effettuati nella fase pre-impianto sul donatore, si annoverano la trasmissione di infezioni severe, quali ad esempio le epatiti o l’HIV, oppure di alcuni tipi di neoplasie. Ci sono poi i rischi post trapianto che variano in base alle condizioni cliniche del paziente al momento dell’intervento, i soggetti in situazioni critiche infatti rischiano maggiormente di imbattersi in complicanze post operatorie. Sul lungo termine emerge invece un’altra tipologia di rischi connessa alla cronica assunzione di farmaci immunosoppressori: tali terapie infatti, espongono il paziente a un aumentato rischio di sviluppare tumori e linfomi. Infine, non certo per importanza, esiste il rischio di rigetto, ovvero quella condizione in cui l’organo trapiantato viene aggredito dal sistema immunitario del ricevente.

Rigetto nel trapianto di cuore

Il rischio di rigetto nel trapianto di cuore, tende a diminuire con il trascorrere del tempo, tuttavia non si può mai considerare del tutto annullato. Si annoverano due tipologie di rigetto: acuto e cronico. In casi sempre più rari ormai, il rigetto può essere immediato, ovvero il nuovo organo non viene di fatto ‘accettato’ dall’organismo ricevente: può smettere di battere subito dopo l’operazione o può anche non partire mai.

Rigetto acuto

Il rigetto acuto cellulare si può manifestare in un arco di tempo ampio che va da pochi giorni fino ad un anno dal trapianto. E’ l’esito di una reazione immunitaria ‘cellulo-mediata T-dipendente’. Istologicamente, si manifesta con una infiltrazione di cellule mononucleate sia a livello interstiziale sia a livello vascolare. Il trattamento del rigetto acuto prevede la somministrazione di steroidi e terapia linfolitica.

Rigetto cronico

Il rigetto cronico invece, si può presentare a partire dal sesto mese dal trapianto e la sua incidenza aumenta col il trascorrere del tempo. Ha un esordio solitamente subdolo: si manifesta come coronaropatia, ma senza il dolore tipico dell’angina, poiché il cuore trapiantato è completamente denervato. Contribuiscono all’insorgenza di questa tipologia di rigetto, oltre a fattori immunologici, la presenza di infezione da citomegalovirus (CMV), iperlipidemia, ischemia miocardica, nonché patologie cardiache del cuore donato.

Trapianto di cuore: aspettativa di vita

In caso di trapianto di cuore, l’aspettativa di vita qual è? Nella determinazione della prognosi di un paziente trapiantato di cuore concorrono diversi fattori: la presenza di coronaropatie abbassa le probabilità di sopravvivenza dopo il trapianto. Non solo, anche lo stile di vita del paziente ha un peso molto importante. Infine, giocano un ruolo decisivo anche le eventuali complicanze conseguenti al trapianto. Dalle ultime statistiche risulta che il tasso di sopravvivenza dopo un trapianto di cuore è pari all’88% a un anno dal trapianto, dell’80% dopo tre anni e del 73% dopo cinque anni. Dai dati emerge inoltre l’importanza della compatibilità tra donatore e ricevente: migliore è il matching tra i due soggetti, minore sarà la mortalità precoce e tardiva.

Invalidità dopo trapianto di cuore

Come funziona l’invalidità dopo il trapianto di cuore? Come avviene nella maggior parte dei casi, i pazienti che subiscono un trapianto possiedono già un’invalidità che solitamente è pari o si avvicina al 100%. Con l’intervento il soggetto certamente migliora la propria condizione di vita, ma non torna a essere ‘sano’, pertanto continua a godere dei medesimi benefici. Nei casi in cui l’operazione di trapianto abbia comportato gravi complicazioni e il paziente non fosse già in possesso di un’invalidità civile totale, una volta ripresosi, potrà fare domanda di aggravamento, presso la sede INPS di competenza territoriale.