Matteo Renzi definisce ‘collega’ Giuseppe Conte. Lui replica: ‘E’ un professore?’

La frecciatina di Renzi ai danni di Conte gli si ritorce contro

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    Frecciatine a profusione fra il pezzo da 90 del PD Matteo Renzi e il premier Giuseppe Conte: durante il suo intervento al Senato, Renzi si è rivolto a Conte definendolo “collega”. Il riferimento è al fatto che nessuno dei due sia salito a Palazzo Chigi dopo avere raccolto voti in elezioni politiche.

    Per anni grillini e leghisti hanno contestato il fatto che in Italia non ci fossero presidenti del Consiglio “eletti dal popolo”. Monti, Letta, Renzi e Gentiloni: nessuno di loro ha infatti preso le redini dell’esecutivo in quanto espressione del voto popolare.

    Le elezioni 2018 hanno insegnato ai pentaleghisti un’amara verità: nessun premier viene “eletto dal popolo”, in quanto a norma dell’articolo 92 della Costituzione la nomina del capo dell’esecutivo spetta esclusivamente al presidente della Repubblica.

    Per prassi, i capi politici degli schieramenti durante le elezioni si presentano agli elettori come “candidati premier”. E per prassi quando uno schieramento ottiene una netta maggioranza, il capo dello Stato affida al suo capo politico l’incarico di formare un governo. Ma, ripetiamo, si tratta di valutazioni che ricadono esclusivamente nei poteri del presidente della Repubblica.

    Torniamo a Renzi, che seppur non sia più il segretario del PD continua ad esercitare una leadership materiale sul partito. Durante il suo discorso in Senato ha definito Conte un “collega”, in quanto anche lui è arrivato a palazzo Chigi senza prima passare dal voto popolare.

    Ma Conte ha la battuta pronta e intervistato da un giornalista ha replicato in questi termini: “Se me l’avessero detto un mese fa non ci avrei creduto. Possiamo ritenerci soddisfatti sia della giornata che dei numeri. Renzi un mio collega? Perché è un professore lui?”

    Conte ha dimostrato di avere letto “L’Arte di ottenere ragione” di Arthur Schopenhauer: ha infatti applicato la regola dell’Omonimia che consiste nell’ “Estendere l’affermazione dell’avversario anche a ciò che non ha nulla in comune a parte un nome simile, indi confutare questa estensione”.