Elezioni politiche 2018, l’ineluttabile spettro del voto di scambio politico-mafioso

Perché è praticamente certo che alle elezioni del 4 marzo ci siano candidati che abbiano fatto un accordo con le organizzazioni criminali e soprattutto perché noi elettori non possiamo farci nulla? Le risposte di Andrea Leccese, autore del libro 'Il voto di scambio politico-mafioso'

Fabrizio Capecelatro Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico Venerdì 2 marzo 2018 Antimafia, Elezioni, Elezioni 2018, Mafia, Politica
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Elezioni politiche 2018, l’ineluttabile spettro del voto di scambio politico-mafioso

Anche sulle prossime elezioni politiche pesa lo spettro del voto di scambio politico-mafioso e, a prescindere da quale partito vincerà, la possibilità che ci siano candidati che abbiano fatto un accordo con le organizzazioni criminali non solo è molto alta, ma soprattutto è difficilmente contrastabile. I motivi li spiega Andrea Leccese, saggista esperto di mafie e autore del libro “Il voto di scambio politico-mafioso” (Armando Editore).

«L’elettore – spiega Andrea Leccese – non sarà mai in condizione di poter fare una scelta antimafia, perché non può sapere quali sono i candidati legati alla criminalità organizzata. Le organizzazioni mafiose sono, infatti, assimilabili ai gruppi di pressione, ma agiscono in assoluto segreto e quindi un eventuale voto di scambio politico-mafioso può emergere soltanto dopo una sentenza di condanna, meglio se definitiva».

Se, quindi, i cittadini non possono fare pressoché nulla per scongiurare il rischio di essere inconsapevoli sostenitori di un voto di scambio politico-mafioso, dovrebbero essere almeno le istituzioni a dotarsi dei necessari anticorpi dalle infiltrazioni mafiose. Ma probabilmente i politici che compongono le istituzioni non hanno interesse a farlo.

«Il reato di voto di scambio politico-mafioso – spiega Leccese – viene introdotto per la prima volta nel 1992 con l’inserimento nel codice penale dell’art. 416-ter, che punisce la promessa illecita di voti in cambio di una promessa di denaro. Difficilmente, però, le mafie promettono voti in cambio di una somma di danaro: molto più probabilmente vorranno appalti pubblici o l’assunzione di personale vicino al clan e altro».

La norma, quindi, creata frettolosamente per dare un segnale di risposta alle stragi di Falcone e Borsellino, nasce subito male e ci sono voluti ben 20 anni per correggerla. «Soltanto nel 2014 – continua Leccese – la norma viene, infatti, ampliata alla promessa di voti in cambio di danaro o “altre utilità”, ma contestualmente si riduce nettamente e incomprensibilmente la pena. Nel giugno 2017 il legislatore per fortuna interviene di nuovo e si prevede non più la reclusione da 4 a 10 anni ma da 6 a 12. Forse si poteva fare anche di meglio».

Attualmente la pena per un politico che promette servigi a un clan che gli porta voti va dunque da 6 a 12 anni, ed è inferiore a quella prevista per un semplice affiliato al clan. «Nel diritto penale – spiega Leccese – è previsto che la pena debba essere proporzionata alla gravità del reato ed è per questo che la pena risulta inadeguata: non si può punire chi inquina la democrazia con gli interessi delle mafie meno di uno spacciatore di strada».

Insomma fra le “mani legate” degli elettori e la mancanza di interesse dei partiti politici a risolvere il problema, il voto di scambio politico-mafioso è uno spettro ineluttabile su queste elezioni…e chissà su quante altre ancora!