Avere 30 anni in Italia fa schifo

Ci chiamano millenials. Ci definiscono la generazione digitale. Ci vedono sempre attaccati a pc e smartphone a 'fare cose'. Ma ci avete mai chiesto come ce la stiamo passando? Male. Noi, nati negli anni '80 e che oggi viviamo il decennio dei 30 anni, siamo la generazione del 'senza': senza ideali, senza soldi e senza futuro.

Gaia Magenis Redattrice Giovedì 31 maggio 2018 Il nano che ti sveglia, Lifestyle
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Avere 30 anni in Italia fa schifo
Photo by Xyron Parapara on Unsplash

Potrebbe sembrare un facile piagnisteo, ma è così: avere 30 anni in Italia, oggi, è una delle cose peggiori che ci possa capitare. Noi trentenni, figli dei favolosi anni ’80, stiamo vivendo uno dei peggiori momenti storici e, a farne le conseguenze non è solo il nostro umore, ma anche il nostro presente che ci sta pian piano togliendo la voglia di fare.

I millenials: la generazione di passaggio che paga per tutti

Secondo un’indagine di Resolution Fondation, i millenials italiani, hanno un reddito inferiore del 17% rispetto alla generazione precedente. Un vero e proprio gap generazionale che sta mettendo in ginocchio i trentenni di oggi che non hanno le forze e la capacità di fare progetti.

Una generazione che, oltre a faticare a ottenere contratti di lavoro solidi, continuativi e con una giusta retribuzione, si trova con una delle più alte percentuali di disoccupati d’Europa senza, allo stesso tempo, avere una rete di protezione sociale.

Trentenni che scelgono di scappare ed emigrare: dal 2010 sono oltre 150mila gli expat che tentano la fortuna all’estero in posti dove i salari non sono una gara al ribasso.

Una generazione istruita, ma con un futuro a rischio

Nonostante i componenti generazione Y, così vengono definiti i nati negli anni ’80, siano più istruiti dei genitori sono anche quelli che più faticano a trovare lavoro.

Una generazione che si è laureata nel periodo storico peggiore e ha dovuto affrontare una delle peggiori crisi economiche degli ultimi anni che ha portato a una jungla fatta di stage infiniti e retribuiti al ribasso. Stage tramutati, poi, in co.co.co. e co.co.pro. che tutto sembravano tranne che qualcosa di positivo.

Oggi siamo tutti freelance, liberi professionisti, partite ive dei minimi e non per nostra scelta, ma per obbligo. Siamo obbligati a trasformarci quotidianamente, a trovare nuove fonti di lavoro, nuovi spunti per arrivare a fine mese. Siamo quelli ‘assunti con partita iva’ un controsenso ma, a volte, l’unico modo per vedere quel bonifico a fine mese e per pensare al futuro.

La generazione di mezzo che è rimasta a mani vuote

Siamo la generazione che non vede più l’estero come una fuga, ma come un passaggio obbligato.

Siamo la generazione a cui la crisi ha tagliato le gambe e i conti in banca.

Siamo la generazione che viene continuamente fotografata dall’Istat come quella ‘messa peggio’ ma che nessuno sembra voler ascoltare e tutelare.

Siamo le generazione che spera nel concorso pubblico fregandosene di studi, lauree o master.

Siamo la generazione che dovrebbe aiutare i genitori che dovrebbero godersi la pensione e che, invece, viene aiutata quotidianamente proprio da questi.

Siamo la generazione che è passata dagli stage, dai contratti a progetto, dai tempi determinati e spesso, anzi troppo spesso, ci è ancora dentro con tutte le scarpe.

Siamo la generazione che si sente dire “Quando lo fate un figlio?” ma che non può permetterselo perché non ha le tutele e non ha i mezzi.

Siamo la generazione dei “bamboccioni” ma che in realtà non lascia la casa di mamma perché non se lo può permettere.

Siamo la generazione che ha perso gli ideali, che non trova la voglia di lottare e guarda un paese che cade a pezzi.

Siamo la generazione che, per avere un mutuo, deve chiedere ai propri genitori soldi e garanzie perché senza è impossibile fare il grande passo.

Siamo la generazioni di mezzo: senza soldi, senza lavoro, senza forze e senza certezze.