Giustizia malata: sentenze lumaca e tribunali pericolanti

Mauro Di Gregorio Giornalista Martedì 6 aprile 2010 Avvocati, Cronaca, Il nano che ti sveglia, Processi
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Giustizia malata: sentenze lumaca e tribunali pericolanti
Foto di Dariush M/Shutterstock.com

Spese di Giustizia altissime. Tribunali pericolanti. Processi che durano un decennio. In Italia la Giustizia non funziona, è un dato di fatto tristemente noto ed è quasi banale ripeterlo. Ma forse è interessante svelare qualche informazione che mostra nel dettaglio come nel far funzionare la macchina della Giustizia vengano sprecate ingentissime risorse con procedure superflue e dannose.

A chi dare la colpa del malfunzionamento della Giustizia? Ai giudici “politicizzati” e “fannulloni”? Forse.
O magari ai programmi delle facoltà di Giurisprudenza che non sono adeguati. Chi lo sa?…
Ma ci sono dei dati che dimostrano come la colpa principale della Giustizia rotta sia da imputare alla cattiva politica. Negli ultimi 16 anni i governi di tutti gli schieramenti sembrano avere fatto a gara per sfasciare il funzionamento dei tribunali. Oltre 150 leggi in materia di Giustizia e nessun miglioramento.
Riportiamo dunque alcuni dati paradossali.

Migliaia di processi inutili

L’Italia spende per la Giustizia tanto quanto la Gran Bretagna, ovvero 7 miliardi di euro l’anno. Ma nel regno di sua maestà la regina si tengono ogni anno 300 mila processi penali. In Italia circa 3 milioni. Come mai? Il mistero è presto svelato: in Italia si celebrano decine di migliaia di processi inutili, per delitti che potrebbero facilmente essere derubricati a semplici contravvenzioni.
Facciamo un esempio concreto: il solito furbo falsifica il biglietto dell’autobus. Il controllore lo coglie in fallo e lo denuncia. Fine della storia? Nemmeno per sogno: parte il processo penale. E si spendono soldi dei contribuenti. Se va bene – “bene” per le casse dello Stato – il “portoghese” ha fornito generalità false al controllore, così si celebra un processo che finisce subito perché il reo è irreperibile.
Se va male il falsificatore di biglietti ha esibito un valido documento di riconoscimento ed allora dovrà presentarsi in giudizio.
Non sarebbe meglio fare una multa e chi si è visto si è visto?

Sprechi nella Giustizia

Torniamo in aula. Molto spesso chi falsifica un biglietto è un poveraccio che non ha il becco d’un quattrino. Il tribunale lo affida ad un avvocato d’ufficio, come nei film americani. E qui sta il bello: l’avvocato d’ufficio è pagato in base a quanti atti compie, quindi è ipoteticamente incentivato a ricorrere in corte d’appello e in Cassazione.
E poi come fa un controllore del bus a stabilire che un biglietto è stato contraffatto? E’ forse un chimico? Meglio fare una perizia.
Sembra una richiesta assurda, ma vi assicuriamo che avvocati particolarmente zelanti hanno fatto richieste del genere.
Per inciso: il costo di una perizia va dai 1.000 ai 1.500 euro. E la paghiamo noi contribuenti.
Questo meccanismo kafkiano si adatta ad una miriade di pseudo-delitti come l’omesso versamento delle ritenute dell’Inps, la sosta con l’utilizzo di tagliandi di parcheggio falsificati, l’omessa esposizione della tabella dei giochi leciti, il furto di due cetrioli al supermercato, il passaggio in autostrada senza pagare il casello, ecc…
Tutti reati di minore entità, trattati con un lungo e costoso processo penale, proprio come gli stupri e gli omicidi.

Il ricorso libero

I processi durano anche 10 anni e costano moltissimo anche perché in Italia il ricorso è praticamente automatico. In Francia solo il 40% delle sentenze va in appello. In Italia quasi tutte. Il motivo? In Francia se il condannato fa appello la corte può aumentargli la pena, in Italia solo confermarla o attenuarla. In pratica con l’appello del condannato, il giudice del secondo grado di giudizio non può operare una reformatio in peius della sentenza. Fare appello conviene sempre.
Questo spiega perché in Italia si celebrino ogni anno 100 mila processi in Cassazione. In Francia solo 1.000. Negli USA solo 120. Sì, centoventi: non è un refuso.
Chiedere l’appello è anche un ottimo stratagemma per cercare di tendere alla prescrizione per farla franca.
Da non sottovalutare anche la disorganizzazione degli uffici e delle procedure, che fanno in modo che, per fare un esempio particolarmente allarmante, per il passaggio di un fascicolo dal primo grado all’appello passano in media 6 mesi.

Avvocati in Italia

Passiamo ad un’altra anomalia italiana: nel Belpaese ci sono circa 213mila avvocati (dato di due anni fa). Ed ogni anno 15mila neo-avvocati superano l’esame di abilitazione.
In Francia ci sono 47 mila legali. In Giappone solo 20 mila.
Un dato paradossale: nella sola città di Roma ci sono più avvocati che in tutta la Francia.
Altro dato paradossale: in Italia gli avvocati abilitati a fare arringhe davanti alla corte di Cassazione sono 50 mila. In Germania solo 44 (anche in questo caso non si tratta di un refuso).
Un maligno potrebbe pensare: “Dovranno pur guadagnarsi da vivere tutti questi professionisti togati, no? Meglio mantenere alto il numero dei processi allora…” Noi per fortuna non siamo maligni.

Il pubblico ministero

Occupiamoci anche dell’altra parte del processo: il pubblico ministero.
Il PM in Italia è un magistrato che fa le indagini. Può fare perizie, perquisizioni, mettere dichiarazioni a verbale, ecc…
Ma quando parte il processo vero e proprio tutti i dati che ha raccolto vanno ripetuti. Quindi anche a distanza di cinque anni o anche più vanno rifatte perizie e contro-perizie e risentiti i testimoni perché ripetano le stesse cose che hanno già detto…
Questo significa altri soldi spesi e tempo sprecato.

La prescrizione

Questo istituto è stato pensato perché a distanza di molti anni un reo può aver cambiato carattere e indole. E’ condivisibile pensare che a distanza di 30 anni una persona che in gioventù ha commesso un illecito possa essersi trasformata in un cittadino esemplare, non più socialmente pericoloso. E’ quindi utile punirlo per atti che risalgono ad un passato remoto che non gli appartiene più? Il dibattito è sempre attuale e non lo approfondiremo in questa sede.
Peccato che in Italia la prescrizione riguardi anche il passato prossimo. Moltissimi reati in Italia si prescrivono nel giro di pochi anni. I processi invece durano moltissimi anni. Conclusione: tanti colpevoli sono a piede libero perché il loro processo si è concluso con la prescrizione>. Come ha denunciato il magistrato romano Mario Almerighi, “in Italia il 93% dei condannati in primo grado non va in carcere”. Nella stragrande maggioranza dei casi proprio per colpa della prescrizione.
Ecco perché in Italia si fa tanta confusione fra assoluzione e prescrizione.
E’ chiaro allora che un reo ed il suo avvocato cercheranno di allungare all’infinito i tempi del processo, chiedendo rinvii, presentando testimoni, chiedendo perizie e contro-perizie, ecc…
Tutto con lo scopo di ottenere l’agognata prescrizione che salva dalla galera.

Rito abbreviato

La giustizia ha tempi biblici e conosce enormi sprechi di risorse anche per l’assurdità di certe procedure. Portiamo un esempio per tutti: il rito abbreviato nei processi di mafia.
Il rito abbreviato, o meglio il “giudizio abbreviato” è un rito speciale introdotto nel nostro ordinamento giudiziario con lo scopo di velocizzare i processi. In pratica il reo che sceglie il rito abbreviato evita il dibattimento e la decisione viene presa direttamente nell’udienza preliminare. Un vantaggio per i magistrati che tagliano i tempi della Giustizia ed un vantaggio per il delinquente che vede tagliare di un terzo la sua pena.
Ma che succede se in un grande processo di mafia su 100 imputati 25 scelgono questo rito alternativo?
Semplice: quando si va in udienza per questi 25 si deve riesaminare la posizione di tutti gli altri e sentire di nuovo tutti i testimoni. Con un enorme spreco di tempo e di denaro dei contribuenti. Per questo lo scrittore anticamorra Roberto Saviano chiede con forza l’esclusione del rito abbreviato per i processi di mafia.

Così fan tutti

La certezza della pena e la riprovazione sociale sono ottimi deterrenti per fare in modo che un cittadino prima di compiere un atto deviante ci pensi due volte.
La certezza di cavarsela con poco e di non perdere la faccia davanti agli altri sono invece incentivi a commettere crimini.
Sociologia spiccia? Forse.
O forse no: Bruno Tinti ricorda che nella sua esperienza di pubblico ministero un giorno gli capitò di procedere contro un famoso professionista che ogni anno “dimenticava” di dichiarare al Fisco circa 200 milioni di lire. Una volta scoperto, il professionista piuttosto che difendersi nel processo decise di avvicinare Tinti tramite un ufficiale della Guardia di Finanza con lo scopo di corromperlo. Tinti li incriminò tutti e due e quando chiese al professionista il perché del suo gesto, quello ammise: “… io ho vissuto per tanti anni negli Stati Uniti. E lì la condanna per frode fiscale è una cosa grave. Io sapevo che qui in Italia non sarebbe stato un problema di prigione. Ma lì negli Usa in questi casi si perde lo status sociale: ti cacciano dal Country Club; tua moglie non è più invitata alle gare di torta alla frutta; i vicini non vengono nel tuo giardino per il barbecue; Insomma diventi un reietto”.
Forse uno dei motivi per cui in Italia si commettono reati con spregiudicatezza è proprio perché c’è un senso civico inferiore a quello di altri paesi occidentali; poi i codici trattano in maniera mite tutta una serie di reati e questo è un incentivo a trasgredire; infine fra prescrizioni, condoni, indulti e amnistie varie (una volta c’era l’amnistia ogni 3 anni) l’italiano sente di potersela sempre cavare in qualche modo.
Voi che ne pensate?

Lo stato dei tribunali

Chiudiamo questa lunga carrellata sullo stato di salute della Giustizia italiana raccontando alcuni video significativi.
Il primo è un’inchiesta dal titolo Tribunali che il giornalista RAI Riccardo Iacona ha condotto nel 2006 per il programma “W l’Italia”.
Iacona ha visitato i tribunali napoletani documentando gravi carenze strutturali negli edifici e incredibili condizioni lavorative: giudici che fanno anche 100 udienze al giorno e che alle 14 vanno a lavorare a casa perché non ci sono i soldi per pagare i cancellieri, trascinandosi i faldoni in un trolley perché non hanno né ufficio né computer…
Striscia la notizia tramite i suoi inviati ha più volte documentato l’assoluta mancanza di sicurezza nei tribunali italiani. Fabio e Mingo avevano mostrato (con barba finta) come fosse facile entrare e uscire dalle cancellerie del tribunale di Bari con atti giudiziari sotto al cappotto.
Jimmy Ghione nel 2003 si era introdotto nel tribunale di Roma vestito da donna.

Fonti

Giornali

  • Se una patente manda fuori strada il sistema – Bruno Tinti sul Fatto Quotidiano del 31 gennaio 2010
  • C’era una volta – Bruno Tinti sul Fatto Quotidiano del 26 febbraio 2010
  • La lotta alla mafia non ha colore – Roberto Saviano su Panorama del 24 Dicembre 2009
  • In attesa di giustizia – Giuliano Pisapia e Carlo Nordio – Guerini e Associati
  • Toghe Rotte. La giustizia raccontata da chi la fa – AAVV – Editore Chiare Lettere
  • Piercamillo Davigo – intervista a Parla con me del 19 marzo 2010
  • Marco Travaglio ad Annozero – puntata del 23 novembre 2006 dal titolo Napoli: delitto e perdono
  • Striscia la notizia – puntata del 10 aprile 2009
  • W l’Italia – puntata del 26 marzo 2006 dal titolo Tribunali