Storie dal carcere: il Progetto Valelapena, l’uva del riscatto

Un'occasione importante per raccontare il ruolo dell’agricoltura come strumento di riscatto e di reinserimento sociale.

Pubblicato da Kati Irrente Giovedì 29 novembre 2018

Storie dal carcere: il Progetto Valelapena, l’uva del riscatto
Grappolo d'uva. ANSA

‘Valelapena. Storie di riscatto dal carcere d’Alba’ è il titolo di una mostra-evento composta da una selezione di scatti tratti dal libro fotografico che porta lo stesso titolo, curato dal giornalista Luigi Dall’Olio e dal fotoreporter Armando Rotoletti. Si tratta di un’occasione per raccontare il ruolo dell’agricoltura come strumento di riscatto e di reinserimento sociale. Un’agricoltura che non serve solo a valorizzare il territorio in chiave economica ma anche sociale, proprio attraverso l’esempio virtuoso di Alba.

La nascita del progetto

Il progetto nasce nel 2006 all’interno della Casa Circondariale con la riattivazione del corso di operatore agricolo. Da qui l’idea di dare vita a un vigneto, sfruttando alcune aree non coltivate all’interno del penitenziario, nel rispetto della vocazione vinicola del territorio. L’anno successivo si è lavorato per lo sviluppo e la messa a punto del vigneto e per la realizzazione di un orto di 3.000 metri quadri, comprendente una serra di 170.

La prima vendemmia è stata portata a termine nel 2009, con una produzione iniziale di 750 bottiglie per poi è andata aumentando con gli anni. Dal 2010 è partito il concorso, interno al carcere, che dà il nome al vino prodotto e all’intero progetto, con la nascita dell’etichetta Valelapena.

Sempre nel 2009 Syngenta diventa partner ufficiale del progetto. “Quando il nostro responsabile territoriale ci ha presentato il progetto, ce ne siamo subito innamorati per il profondo valore sociale e riabilitativo che questo rappresentava non solo per i detenuti ma anche per il territorio stesso – sottolinea l’ad Riccardo Vanelli – Abbiamo quindi deciso di diventarne partner, fornendo i prodotti per la difesa del vigneto e le piantine di fiori e orto per la serra. Inoltre, abbiamo messo a disposizione il nostro personale tecnico qualificato per formare i detenuti sulla corretta gestione del vigneto”.

Agricoltura e inserimento sociale

Il progetto ha un’alta valenza etica ed economica. I detenuti possono prima di tutto acquisire una professionalità spendibile sul mercato del lavoro con il fine ultimo del reinserimento sociale. E la vendita del prodotto contribuisce al reperimento dei fondi per sostenere il progetto stesso.

“Crediamo fortemente nel ruolo peculiare con alta valenza educativa dell’agricoltura e nella sua importanza per la nostra economia e per il nostro tessuto sociale. Questo è ancora più vero quando si parla di detenuti. Testimonianze dall’Italia e dal Brasile indicano il passaggio da una recidiva media del 90% al 2% per i carcerati che lavorano. In termini di costi il bilancio è strabiliante: 9 milioni di dollari risparmiati contro 1 investito”, sottolinea Vanelli.

E chiarisce: “Ma l’importanza principale di progetti come Valelapena è quella di offrire ai detenuti una professionalità spendibile al termine della loro reclusione, assolvendo in questo modo alla funzione più delicata degli istituti di pena; ossia quella di favorire il processo di reinserimento sociale non in senso astratto e generico, ma rapportandosi concretamente al contesto della comunità locale e alle opportunità offerte dal tessuto produttivo del territorio”.

“È in questa ottica che la normativa sull’Agricoltura Sociale aiuta il cambio culturale, basandosi su un modello di agricoltura responsabile che sia produttiva, rispettosa dell’ambiente e delle peculiarità del territorio, ma anche attenta alle esigenze della persona e delle comunità”, conclude.

In collaborazione con AdnKronos