Cancro e trombosi, un legame pericoloso ma spesso sconosciuto

E' necessario informare e sensibilizzare innanzitutto pazienti e caregiver, e poi istituzioni e operatori sanitari sui rischi di questa patologia correlata al cancro.

Pubblicato da Kati Irrente Mercoledì 28 novembre 2018

Cancro e trombosi, un legame pericoloso ma spesso sconosciuto
Foto Pixabay

Esiste uno stretto legame tra cancro e trombosi, un legame che però resta troppo spesso sconosciuto anche agli stessi pazienti. E’ questo il tema oggetto di studio di un team di ricerca MediPragma promossa da Daiichi Sankyo Italia, che ha presentato recentemente a Roma l’approfondimento ‘Cancro e tromboembolismo venoso: il peso della convivenza sui pazienti’. Quello che molti ignorano è che il tromboembolismo venoso è per i malati oncologici “la seconda causa di morte dopo la neoplasia stessa”.

Una ricerca che dà voce ai pazienti

“Siamo particolarmente orgogliosi di presentare questa ricerca, soprattutto per la metodologia con cui è stata condotta, ovvero ascoltando direttamente la voce dei pazienti, che corrisponde a quello che è da sempre il nostro impegno. I pazienti non sono numeri o statistiche e noi continuiamo ad ascoltare i bisogni insoddisfatti di coloro che soffrono di patologie, co-morbilità e condizioni per vari motivi trascurate, e a lavorare per offrire loro una risposta”.

Spiega ancora Massimo Grandi, amministratore delegato di Daiichi Sankyo Italia: “Siamo felici di collaborare con le associazioni di pazienti come Favo al raggiungimento di questo traguardo, che però non deve restare un obiettivo dei singoli, che siano medici, aziende o associazioni, ma deve diventare uno scopo comune, con l’attuazione di sinergie tra istituzioni, professionisti sanitari con varie specializzazione mediche, e soprattutto con il coinvolgimento dei pazienti che devono restare al centro del nostro agire”.

“Frequente, potenzialmente fatale, ma spesso sconosciuta ai pazienti”

Lo studio è composto da interviste ai pazienti oncologici in terapia eparinica per il tromboembolismo venoso (Tev). L’obiettivo “è comprendere, attraverso testimonianze dirette, l’impatto di questa condizione di comorbilità sulla vita quotidiana di chi ne è afflitto e le strategie per gestirla al meglio”.

Leggendo il documento si ha l’idea dell’impatto devastante sulla vita dei pazienti e dei loro familiari e caregiver, che pagano un prezzo altissimo a livello psicologico, economico ma anche sociale. L’insorgere del tromboembolismo venoso in pazienti con tumore può portare all’allontanamento dal lavoro e all’isolamento sociale, con conseguente peso sui familiari”.

Studi su pazienti sopravvissuti al cancro hanno dimostrato “che circa un terzo di essi muore per malattia cardiovascolare. Di tutti i casi di Tev il 20% si verifica nel paziente oncologico, e ciò dipende da diversi fattori come il tipo di tumore, lo stadio e l’estensione. Ma anche l’età del paziente, l’immobilizzazione, la chirurgia e i trattamenti chemioterapici”, sottolineano gli specialisti.

“La conoscenza da parte dei medici e dei pazienti delle problematiche legate al tromboembolismo venoso (Tev) è fondamentale – ha osservato Antonio Russo, ordinario di Oncologia medica dell’Università degli studi di Palermo – dal momento che queste sono molto correlate con il processo neoplastico” sia per la gestione che per la prognosi.

Secondo gli esperti le linee guida Esmo sottolineano da diversi anni che il “Tev ha importanti risvolti sia sulla prognosi dei pazienti oncologici sia sulla loro qualità di vita. Eppure, nonostante sia una complicanza a volte devastante e potenzialmente fatale, gli stessi oncologi spesso sottostimano questo tipo di tossicità e di riflesso molti pazienti non seguono cure adeguate”.

La trombosi venosa e l’embolia polmonare legate alle terapie

La relazione tra queste patologie è al centro dell’attività assistenziale e di ricerca dell’ematologia italiana, soprattutto da quando le nuove terapie hanno cronicizzato la maggior parte delle neoplasie ematologiche prima incurabili. Ciò ha reso importante il ruolo delle alterazioni coagulative legate alle neoplasie stesse o alla loro terapia”, ha spiegato Sergio Siragusa, vice presidente della Società italiana ematologia.

Il rischio di tali alterazioni è maggiore nei primi mesi, fino a due anni dopo la diagnosi – hanno ricordato gli specialisti – e il pericolo di recidiva persiste anche successivamente. Durante la chemioterapia il rischio di Tev è fino a 7 volte maggiore se paragonato ai pazienti senza cancro.

Dalla ricerca emerge che “l’impossibilità di essere autosufficienti e l’allettamento seppur temporaneo a causa del Tev faticano ad essere accettati dal paziente in quanto rappresentano inconsciamente una indiretta percezione di sconfitta nei confronti del tumore”.

E’ evidente dunque il bisogno insoddisfatto di coloro “che sono afflitti da questa condizione di un maggiore supporto da parte dei medici non solo nella preparazione di ciò che devono affrontare, ma una vicinanza rassicurante e costante che risolva loro i dubbi sulla gestione pratica della terapia, come quelli relativi a sede, modalità e tempi di iniezioni dopo la comparsa degli ematomi”.

L’importanza di un’adeguata informazione

E’ necessario informare e sensibilizzare innanzitutto pazienti e caregiver, e poi istituzioni e operatori sanitari sui rischi di questa patologia correlata al cancro. A sottolinearlo è stato Francesco De Lorenzo, presidente della Coalizione europea dei pazienti oncologici (Ecpc) e della Federazione italiana delle Associazioni di volontariato in Oncologia (Favo).

“Il rischio di trombosi correlato al cancro è pressoché ignorato non soltanto dai malati italiani, ma anche da quelli di numerosi Paesi europei. E a dimostrarlo chiaramente sono i risultati di un sondaggio europeo condotto da Ecpc sul livello di consapevolezza dei pazienti oncologici sui rischi della trombosi. Il 72% dei pazienti intervistati ha rivelato di non essere consapevole di correre un maggiore rischio di Tev, e per il 28% di coloro che invece ne erano consapevoli, la conoscenza della patologia è avvenuta solo dopo averla sperimentata, ma il livello di comprensione delle implicazioni si è dimostrato comunque basso”.

In collaborazione con AdnKronos