Lo stato dell’arte delle imprese di biotecnologie in Italia

Vediamo i numeri che caratterizzano il comparto biotech italiano messi in evidenza dal Rapporto 2018

Pubblicato da Kati Irrente Lunedì 28 maggio 2018

Lo stato dell’arte delle imprese di biotecnologie in Italia
pixabay / foto

Da ciò che si legge nel report ‘Le imprese di biotecnologie in Italia – Facts&Figures’ 2018 realizzato da Assobiotec (Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che fa parte di Federchimica) ha in collaborazione con Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), il settore italiano appare fortemente innovativo, molto focalizzato sulla ricerca e in fase di consolidamento per quanto riguarda le aziende più competitive, ma anche pronto – potenzialmente – ad accogliere le sfide e le opportunità che vengono dai mercati internazionali.

I dati dell’anno concluso parlano di più di 570 imprese attive a fine 2017, quasi 13 mila addetti, un fatturato che supera gli 11,5 miliardi di euro con un incremento del 12% tra 2014 e 2016 e investimenti in ricerca e sviluppo che, nello stesso biennio, hanno superato i 760 milioni, con una crescita del 22%.

Il 76% delle imprese biotech italiane sono di dimensione micro o piccola. Il comparto della salute genera quasi tre quarti del fatturato biotech totale, di cui il 68% è dato dalle imprese a capitale estero, che rappresentano solo il 13% delle imprese censite. Il numero degli addetti registra un +17% nelle imprese dedicate alla ricerca e sviluppo (R&S) biotech a capitale italiano.

A commentare i dati è intervenuto Luca Benatti, componente del Comitato di presidenza Assobiotec: “Le imprese biotech che operano in Italia rappresentano un comparto di indiscussa eccellenza, sia scientifica che tecnologica in tutti i settori di applicazione delle biotecnologie” Eppure, la sintesi è che “I dati emersi confermano una fotografia fatta di luci e ombre: una buona produzione scientifica di base, ma dimensioni troppo piccole e che stentano a crescere, un trend positivo che dimostra la vitalità del settore, ma su valori assoluti di investimenti in ricerca non competitivi”.

Quello che sembra mancare è un progetto, prosegue Benatti: “Il settore sembra pronto ad offrire grandi opportunità al Paese, ma al tempo stesso ha urgente bisogno di una strategia nazionale di medio-lungo periodo a favore di innovazione e ricerca”.

Il report evidenzia inoltre che il biotech nazionale è un settore con un’elevata proiezione sui mercati esteri. La Lombardia si conferma la prima regione in Italia per numero di imprese (162 pari al 28% del totale), investimenti in R&S (23% del totale) e fatturato biotech (32% del totale). Seguono Lazio (58) ed Emilia Romagna (57) per numero di imprese. Guardando invece agli investimenti in R&S, dopo la Lombardia è la Toscana la regione che più investe nel biotech, seguita dal Lazio.

Grazie alla ricchezza e alla completezza dei dati presentati nel Rapporto 2018, ha evidenziato Federico Testa, presidente dell’Enea, è stato possibile “delineare un quadro che vede il settore delle biotecnologie come trainante in un’economia avanzata come quella italiana, con ulteriori e ampie potenzialità di sviluppo. Il suo ruolo strategico è confermato dalla robusta crescita di tutti i principali indicatori economici in mercati dove la competizione è prevalentemente tecnologica”, ha osservato.

Gaetano Coletta, ricercatore Enea e membro osservatore del Working Party Ocse su biotecnologie, nanotecnologie e tecnologie trasversali, ha infine sottolineato che: “Questo rapporto è un unicum a livello internazionale, anche perché il settore delle biotecnologie non è facilmente rilevabile dalle statistiche ufficiali. Quello che emerge con forza – conclude – è che questo settore si conferma strategico per una economia avanzata, com’è quella italiana, per le sue prospettive di sviluppo futuro”.

In collaborazione con AdnKronos