‘Sono stato Dio in Bosnia’, la folle vita del mercenario Roberto Delle Fave

Il mio primo bambino l'ho ammazzato in Croazia, a Vinkovci.​ Credimi, la prima cosa che ti senti è una merda. E poi dici, ma Dio dove cazzo era?', ha raccontato il mercenario italiano in una lunga intervista.

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    ‘Sono stato Dio in Bosnia’, la folle vita del mercenario Roberto Delle Fave

    La folle vita di Roberto delle Fave, il mercenario italiano che ha combattuto dapprima nell’esercito croato e poi in quello bosniaco, è diventata un docu-film che racconta tutti gli orrori che ha commesso e visto tra le maglie insanguinate di una delle guerre più feroci della storia recente. Il personaggio ‘schizofrenico’ di Roberto delle Fave, in bilico tra cruda realtà e delirio, è raccontata nel documentario ‘Red Devil – Il mercenario’, del regista italo-albanese Erion Kadilli. Il film è un remake di un documentario del 2011, sempre di Kadilli, intitolato ‘Sono stato Dio in Bosnia’.

    ‘Conduco una vita sregolata, mi diverto a bere e fumare. Spero che mi venga un cancro che mi faccia pagare le pene di tutti quelli che ho ammazzato’, ha raccontato con glaciale lucidità nella lunga intervista girata dal regista torinese Tommaso Magnano. E’ quasi impossibile mantenere un’opinione univoca su Delle Fave, scorporare il disagio mentale dalla brutalità, mentre narra di soldati uccisi, bombardamenti con proiettili all’uranio impoverito e poi ancora di stupri e omicidi di bambini innocenti. E’ lui stesso a maledirsi, ad augurarsi che un brutto male lo porti via per sempre da un’esistenza infame. Ed è stato proprio un tumore al cervello a ucciderlo all’età di 46 anni, nell’estate del 2014.

    Nel documentario Delle Fave racconta la sua vita, i crimini commessi, gli orrori rimasti cuciti in fondo ai suoi occhi, fino agli ultimi anni, durante i quali si è divertito ad allevare serpenti nella sua casa di Bordighera, in Liguria.

    Delle Fave si era avvicinato alla guerra in Jugoslavia come reporter, a un certo punto ha mollato l’obiettivo per imbracciare il fucile. Ha sempre ammesso di aver fatto una montagna di soldi, di aver ucciso uomini e bambini: ‘Il mio primo bambino l’ho ammazzato a Vinkovci… Noi pattugliavamo il quartiere. Quel bambino è uscito con un’arma giocattolo. Io non mi sono accorto che era un’arma giocattolo, ci ho girato il mitra e l’ho fatto ballare per tutta la durata dei trenta colpi del kalashnikov. Quando ti accorgi che un bambino di otto-nove anni non aveva un’arma vera, aveva un’arma giocattolo, credimi, la prima cosa che ti senti è che sei una merda. Poi dici: ma Dio dove c… era? Non per me, ma per quel bambino. Bastava un secondo di ritardo, che io giravo l’angolo. Non sarebbe successo. L’inchiesta l’ha definita una disgrazia ma per me potevano farne anche cinquanta, d’inchieste: non è stata una disgrazia, è stato un omicidio’. E’ lui stesso, con estrema lucidità, a rendersi conto della gravità di quel gesto che non ha mai smesso di tormentarlo.

    Nella lunga intervista di Magnano non mancano tuttavia sprazzi di follia pura: ‘Hitler era un folle e invece io ero un pazzo’, ha raccontato. ‘Arkan, il più grande, il più figo, il migliore dei migliori, affascinante, spietato, determinato, un grande uomo d’affari!…’. A quel punto è il delirio di onnipotenza a prendere il sopravvento: ‘Sono stato Dio, facevo il giorno e la notte, quello che volevo, scopavo le bambine e le vecchie, mangiavo quanto volevo mentre intorno si nutrivano di radici’.