Sanità digitale, Italia fanalino di coda: ‘Siamo in ritardo di 12 anni’

A fare il punto sullo sviluppo e la diffusione della digital health e della telemedicina sono stati numerosi esponenti del mondo sanitario italiano e delle istituzioni.

Pubblicato da Kati Irrente Martedì 6 febbraio 2018

Sanità digitale, Italia fanalino di coda: ‘Siamo in ritardo di 12 anni’
via Pixabay / foto

Gli esperti, purtroppo, non hanno dubbi: per quanto riguarda la sanità digitale, ossia l’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella sanità, prerequisito di funzionamento del sistema salute, l’Italia è in ritardo rispetto agli altri Paesi europei, un ritardo che gli addetti ai lavori hanno quantificato in 12 anni. Ma la digitalizzazione della sanità può contribuire non solo a rendere più efficiente tutto il sistema, ma anche a spendere meglio, in favore del cittadino, i soldi a disposizione di ciascuna regione.

La digitalizzazione della sanità fa risparmiare denaro e contribuisce a rendere più efficiente il sistema salute: ne è convinto il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, che spiega: “Si può portare l’ospedale a casa del paziente in casi di malattie croniche, evitando così i suoi spostamenti in ospedale che, soprattutto in età avanzata, comportano un rischio anche per le infezioni che si possono contrarre e che in questo modo verrebbero evitate. La strada verso il futuro è tracciata. Dobbiamo ovviamente accelerare, perché in questo campo, se tra il pensiero e l’azione intercorre un tempo troppo lungo, ci ritroviamo nella situazione in cui tutti i software che abbiamo comprato e tutta l’organizzazione che abbiamo implementato è già fuori tempo perché superata dal progresso tecnologico. Serve velocità anche nel ‘procurement’, nel fare gli appalti, le gare per realizzare questo sistema”, conclude Emiliano.

Per questo è necessario “coinvolgere e avviare con gli stakeholder un progetto di programmazione e implementazione della sanità digitale”, campo nel quale l’Italia soffre un ritardo evidente. A sottolineare il gap italiano è Francesco Gabbrielli, direttore del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Istituto superiore di sanità, in occasione del recente convegno organizzato dall’Aisdet (Associazione italiana di sanità digitale e telemedicina) al ministero della Salute, dal titolo: ‘Sanità digitale. Dal commitment istituzionale e politico alla messa a sistema. Gli obiettivi dei prossimi anni’.

A fare il punto sullo sviluppo e la diffusione della digital health e della telemedicina, che “rappresentano, di fatto, un passaggio inderogabile per rispondere con efficacia alle sfide assistenziali” sono stati numerosi esponenti del mondo sanitario italiano e delle istituzioni.

Il presidente Aisdet, Ottavio Di Cillo ha commentato la situazione italiana: “Siamo in ritardo poiché manca una piattaforma integrata di conoscenze, competenze e saperi condivisi dagli stakeholder, dalle istituzioni, dagli enti di ricerca e dalle industrie per condividere un processo lungo, ma assolutamente indispensabile in una sanità che sta cambiando”. “Dobbiamo pensare al paziente – prosegue Di Cillo – e in una situazione in cui la sanità sta evolvendo verso un maggiore empowerment il coinvolgimento del cittadino deve essere al centro del sistema. Questo vuol dire monitorare il paziente al proprio domicilio, seguirlo portando le competenze verso di lui. Per cui più servizi sul territorio e ospedali più specializzati. In questo dobbiamo coinvolgere in particolare le Regioni del sud Italia, perché il Mezzogiorno è un volano fondamentale nell’avanzamento dell’intera nazione”.

Anche se da anni si parla di migliorare il sistema di sanità digitale italiana, gli esperti evidenziano i problemi reali che non ne hanno permesso lo sviluppo, come la creazione di ambienti ed ecosistemi digitali che procede ancora a rilento, vittima di numerosi conflitti in corso d’opera, carenza di competenze necessarie per governare la programmazione e i processi, difficoltà a mettere in campo progettazioni di medio-lungo periodo coerenti con la domanda e i bisogni futuri. ”Non è più possibile eludere gli aspetti di integrazione generati dalle piattaforme digitali, le uniche – sottolineano gli esperti – che consentono il trasferimento dell’informazione sul paziente (il dato clinico), il suo monitoraggio, anche a fini di prevenzione, e l’assistenza da remoto (telemedicina)”.

Al coro si unisce la voce del sottosegretario del ministero della Salute, Davide Faraone, che ribadisce come sia necessario “investire su un settore strategico per far funzionare meglio il sistema salute e recuperare il gap accumulato dal nostro Paese. Naturalmente – precisa – questo deve avvenire senza abbandonare gli aspetti della sanità tradizionale a cui siamo abituati, ma al tempo stesso dobbiamo mettere in campo risorse e misure per rendere più efficiente il nostro sistema sanitario. Basta pensare al problema delle liste d’attesa e a tutto quello che il digitale può fornire in quanto a servizi per i cittadini. Il risparmio grazie all’uso delle nuove tecnologie è evidente. Questo è un settore in cui bisogna investire, il Governo lo ha fatto e dobbiamo sempre di più andare in questa direzione”, conclude.

In collaborazione con AdnKronos