La Norvegia vuole rimpatriare 18enne afghana perché ‘il paese è sicuro’, proteste: ‘Così ci condannano’

Taibah Abbasi, 18 anni, e i suoi fratelli, non sono mai stati in Afghanistan, paese da cui i genitori fuggirono per evitare la persecuzione dei talebani. Arrivati in Norvegia dall'Iran nel 2012, tre anni dopo il governo norvegese ha revocato lo status di protezione dicendo che il Paese era sicuro. Proteste degli studenti a Oslo: 'Avete distrutto i miei sogni'

Pubblicato da Lorena Cacace Venerdì 19 gennaio 2018

La Norvegia vuole rimpatriare 18enne afghana perché ‘il paese è sicuro’, proteste: ‘Così ci condannano’
Taibah Abbasi, al centro, con i compagni di scuola durante le proteste/Twitter

Secondo la Norvegia l’Afghanistan è un paese sicuro, tanto da decidere di rimpatriare Taibah Abbasi, 18 anni appena compiuti, nonostante sia una rifugiata con status di protezione. La vicenda della giovane ha scatenato le proteste degli studenti e di Amnesty International che punta il dito contro la politica dei rimpatri verso il paese mediorientale dove le violenze dei talebani e il terrorismo continuano a mietere vittime. Abbasi non è mai stata in Afghanistan: nata in Iran dopo la fuga dei genitori per sfuggire ai talebani, è arrivata con la madre e i fratelli più piccoli in Norvegia nel 2012, ottenendo lo status di rifugiati (quindi protetti) perché a rischio di persecuzioni. Oggi la famiglia vive a Trondheim, cittadina a 200 km a nord di Oslo. Tutto cambia nel 2015 quando il governo norvegese decide che l’Afghanistan è un paese sicuro, iniziando a rimpatriare tutti i maggiorenni che avevano ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Tra loro c’è anche Abbasi. “Qui ci sentiamo al sicuro”, ha spiegato all’emittente USA Abc News. Il cambio di politica ha messo a rischio lei e la sua famiglia che ora risulta risiedere illegalmente: nel 2015 la polizia è arrivata nel cuore della notte, ha abbattuto la porta, ha ammanettato i bambini e trascinato la famiglia in carcere. Oggi il Parlamento norvegese ha confermato la politica di rimpatri verso Kabul, scatenando le proteste della popolazione.

“Non c’è un futuro per me e i miei fratelli in Afghanistan. Subiremo discriminazione e proveremo sulla nostra pelle cosa vuol dire essere una minoranza a rischio, soprattutto io che sono una donna. I miei sogni di terminare gli studi e avere una professione saranno distrutti”, ha dichiarato la giovane.

“È così che le autorità norvegesi si occupano dei bambini rifugiati”, ha detto l’avvocato della famiglia, Erik Vatne. Inutile al momento il suo appello in tribunale. “La risposta del governo è stata che l’Afghanistan era un posto sicuro, o almeno c’erano luoghi sicuri, come Kabul, ma Afghanistan e Kabul non sono sicuri”, ha ricordato il legale.

“Capisco che molte persone possano percepire l’Afghanistan come un paese non sicuro, ma la vicenda riguarda le soglie che si applicano ai casi di asilo”, ha detto il capo della direzione immigrazione, Frode Forfang, al Norway News. Pe questo, la politica norvegese sull’immigrazione “non cambierà per i giovani single che hanno avuto una residenza temporanea perché minorenni e che possono quindi essere rimpatriati appena hanno 18 anni di età”.

I numeri smentirebbero le dichiarazioni del governo. Secondo Amnesty International, i rimpatri di afghani dai paesi europei tra il 2015 e il 2016 sono quasi triplicati, passando a 9.460 da 3.290: la Norvegia, sia in rapporto alla sua popolazione che in termini assoluti, rimpatria più afghani di ogni altro paese europeo. Secondo le autorità di Kabul, il 32% (97 su 304) degli afgani rimpatriati nei primi quattro mesi del 2017 provenivano dalla Norvegia.

L’Afghanistan rimane però un paese estremamente pericoloso. Il numero delle vittime civili ha raggiunto livelli record nel 2017. Neanche un mese fa una bomba nel centro di Kabul ha ucciso almeno 40 persone in quello che è apparso un attacco deliberato contro gli studenti. In un rapporto dello scorso anno Amnesty International ha denunciato casi di afghani rimpatriati dai paesi europei, Norvegia compresa, che sono stati uccisi o feriti in attentati o che vivono nel costante timore di subire persecuzioni

La missione americana in Afghanistan ha riferito che il 2016 è stato l’anno più mortale mai registrato per i civili in Afghanistan, con 11.418 persone uccise o ferite: più di due terzi delle vittime civili erano donne e bambini.

Numeri che non hanno toccato la ministra per l’immigrazione, Sylvi Listhaug. “Non possiamo minare il sistema di asilo”, ha detto in Parlamento, come riportato dal sito Views and News from Norway: eppure, la stessa Listhaug lo scorso anno non andò a Kabul, citando la difficile situazione della sicurezza, secondo l’emittente norvegese NRK.

“La vita in Afghanistan è piena di pericoli quali gli attentati, i rapimenti e le persecuzioni, e rimandarvi le persone è crudele e immorale”, ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei migranti e dei rifugiati di Amnesty International. “Non solo è profondamente irresponsabile obbligare le persone a tornare in mezzo ai pericoli, ma è anche illegale. La Norvegia aveva l’opportunità di dimostrarsi un paese leader nel rispetto dei diritti umani: quell’opportunità l’ha buttata via pregiudicando il futuro di centinaia di richiedenti asilo afghani”.