Uber, hacker rubarono milioni di dati

L'attacco avvenne a fine 2016 e, secondo Bloomberg, l'azienda pagò 100 mila dollari ai pirati informatici per impedire la divulgazione di nomi, indirizzo mail, numeri di telefono dei clienti e numeri di patente degli autisti. Lo ha svelato il ceo della società che gestisce il trasporto tramite app

Pubblicato da Alessandro Pignatelli Mercoledì 22 novembre 2017

Uber, hacker rubarono milioni di dati

UberGli hacker hanno attaccato Uber. Lo ha fatto sapere il ceo della società, Dara Khosrowshahi, ricordando l’episodio della fine del 2016 quando i dati di 57 milioni di utilizzatori dell’applicazione e quelli di 600 mila autisti furono rubati dai pirati informatici. In particolare, furono trafugati indirizzo mail, nomi, numero di telefono degli utenti, numeri di patente dei conducenti. A quanto pare, Uber in quell’occasione avrebbe pagato gli hacker per evitare che quei dati sensibili venissero divulgati.

Khosrowshahi è stato nominato alla guida dell’azienda a fine agosto e ha detto di aver appreso di questa situazione solo recentemente. Uber, facendo accertamenti esterni, riuscì comunque a stabilire che numeri delle carte di credito e dei conti bancari, numeri della sicurezza sociale e date di nascita degli utenti non erano stati rubati. L’operazione di pirateria, a quanto pare, fu eseguita da due persone esterne alla società.

“L’incidente non ha colpito il sistema dell’impresa e la sua infrastruttura. Al momento dell’incidente, abbiamo preso immediatamente le misure per mettere al sicuro i dati e mettere fine all’accesso non autorizzato. Abbiamo identificato i responsabili e ottenuto delle assicurazioni che i dati raccolti sarebbero stati distrutti”. Non la pensano così su Bloomberg: Uber avrebbe pagato ben 100 mila dollari agli hacker per evitare che divulgassero l’esistenza di questo incidente. Uber non ha confermato.

Fatto che sta Uber a giugno ha mandato via il co-fondatore Travis Kalanick e ha licenziato il capo della sicurezza, Joe Sullivan, oltre a uno dei suoi vice per aver taciuto e di fatto gestito la risposta al riscatto autonomamente. Uber ammette comunque di aver sbagliato, all’epoca, a non denunciare il furto dei dati. Kalanick, all’epoca ad, seppe della violazione degli archivi della società a novembre del 2016, un mese dopo l’attacco, ma non fece nulla, diventando complice del capo della sicurezza Sullivan.