Ipotiroidismo negli anziani, gli esperti: ‘Occorre la valutazione caso per caso’

Gli endocrinologi spiegano che il paziente anziano con ipotiroidismo va valutato caso per caso. Tenendo conto anche delle patologie coesistenti. Solo in questo modo si potrà esser certi di aver adottato la strategia più corretta per la terapia

Pubblicato da Kati Irrente Martedì 21 novembre 2017

Ipotiroidismo negli anziani, gli esperti: ‘Occorre la valutazione caso per caso’

Sappiamo che l’ipotiroidismo è una patologia frequente negli anziani, soprattutto nelle donne, che presentano maggiormente la forma subclinica. Quando la tiroide funziona di meno nei pazienti anziani, secondo gli esperti, bisognerebbe fare una valutazione su misura, caso per caso, attuando la gestione della malattia in modo diverso rispetto a quando il trattamento terapeutico è destinato ai più giovani. Anche di questo aspetto si è parlato al simposio ‘Ipotiroidismo nell’anziano: processo alla terapia sostitutiva‘, tenutosi nei giorni scorsi a Roma, in occasione del Congresso nazionale Ame (Associazione medici endocrinologi).

Il 5-10% della popolazione adulta e il 10-20% della popolazione ultrasettantenne fino ad arrivare al 30% degli ultraottantenni – con una maggiore prevalenza proprio nel sesso femminile – soffre di patologie tiroidee, che secondo la letteratura sono in costante aumento. Fra le cause di ipotiroidismo nell’anziano c’è l’impiego di alcuni farmaci, una pregressa tiroidectomia o terapia radiometabolica e, più raramente, malattie infiltrative della tiroide (linfomi, ecc.) o un deficit centrale di secrezione di tireotropina. Ma a colpire gli anziani, spiegano gli specialisti, spesso è una forma di ipotiroidismo con sintomi vaghi e sfumati, nonostante i valori degli ormoni tiroidei siano alterati.

Enrico Papini, direttore di Endocrinologia e malattie del metabolismo dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano (Roma) spiega il manifestarsi dell’ipotiroidismo sub-clinico “che si riscontra gradualmente sempre di più via via che si avanza negli anni. Nella maggior parte degli anziani, soprattutto nei grandi anziani, è relativamente frequente trovare livelli di Tsh alterati, seppur di poco rispetto al normale. La cosa più importante è capire se questo rappresenta un problema oppure no”. Infatti: “In alcuni casi può essere legato a un fenomeno di tipo adattativo, quindi bisogna capire se fa parte della fisiopatologia dell’invecchiamento, o se rappresenta l’espressione di una malattia”. Come fare? “Occorre guardare alcuni sintomi specifici, correlabili a ipotiroidismo. Vedere se la tiroide appare normale o ci sono indizi” che qualcosa non funziona. Infine, evidenzia l’esperto, le cose cambiano in base a “quanto elevato è il Tsh: se si tratta di un innalzamento robusto, è molto probabile che ci sia un’alterazione” che va corretta.

L’ideale sarebbe poter effettuare una valutazione caso per caso. Secondo Papini: “Se si tratta di un’alterazione lieve in una persona di 90 anni che per il resto è in buona salute, allora non facciamo assolutamente nulla; caso diverso se si tratta di un anziano che lamenta sintomi che possono essere imputati a una riduzione della funzione tiroidea. Se l’alterazione del Tsh è confermata a un controllo successivo, allora è opportuno un tentativo terapeutico per vedere – aggiunge Papini – se riusciamo ad ottenere un miglioramento di questi sintomi”.

Tale approccio è pure condiviso da Roberto Negro, endocrinologo dell’ospedale Fazzi di Lecce. “L’ipotiroidismo è un disturbo di funzione molto frequente nell’anziano, ma questo paziente rispetto al giovane adulto – ricorda Negro – ha pochi sintomi, spesso aspecifici”. L’unico modo per accertarsi della funzione tiroidea è fare dettagliati “esami del sangue”. E utilizzare una strategia particolare per riportare nella norma i livelli: no all’urgenza o alla fretta, chiariscono gli esperti.

Occorre quindi monitorare la situazione e, se serve, iniziare una terapia con levotiroxina partendo con dosaggi molto bassi. Negli ultimi anni oltre alla classica compressa, sono arrivate le capsule molli e la formulazione liquida, un vantaggio ad esempio per i pazienti con problemi di deglutizione. Inoltre, l’anziano è un tipo di paziente che presenta spesso più patologie e prende molti farmaci che possono interferire con la levotiroxina in compressa. “La forma liquida – ricorda Negro – riduce i rischi di interazioni e può costituire un vantaggio”, ad esempio se il paziente ha avuto ischemie cerebrali e ha un conseguente disturbo della deglutizione.

Questa molecola “va usata tutte le volte in cui c’è un’alterazione molto significativa” negli anziani, gli fa eco Rinaldo Guglielmi, past president Ame. Come scegliere la formulazione migliore? “Sulla base del gradimento del paziente e di alcune condizioni particolari. Nel caso si assumano anche farmaci per gastropatie, ulcera o supplementi di ferro e calcio – ricorda – ci può essere un’interazione e un’interferenza con l’assorbimento della levotiroxina. Anche in questi casi la forma liquida permette di ridurre l’interferenza di queste terapie”.

In collaborazione con AdnKronos