Carolina Picchio, 14enne suicida per colpa dei bulli: estinti i reati a carico dei 5 ragazzi

Il giudice ha sentenziato 'il non luogo a procedere per effetto dell'esito positivo della messa alla prova'. Pertanto dei reati compiuti non rimarrà alcuna traccia

Pubblicato da Beatrice Elerdini Mercoledì 19 dicembre 2018

Carolina Picchio, 14enne suicida per colpa dei bulli: estinti i reati a carico dei 5 ragazzi
Foto: Ansa

Il Tribunale ha dichiarato estinti i reati a carico dei 5 bulli coinvolti nel suicidio di Carolina Picchio. Il 5 gennaio 2013, la 14enne esasperata dalla pressante persecuzione del branco sui social, si è tolta la vita lanciandosi dalla finestra di casa. Le sue ultime parole le ha affidate a Facebook: ‘Non ce la faccio più’. Carolina è stata uccisa dal cyberbullismo: la legge sul bullismo telematico, approvata all’unanimità il 17 maggio 2017, è stata dedicata proprio a lei.

I cinque ragazzi di Novara erano stati accusati a vario titolo di atti persecutori, violenza sessuale di gruppo, pornografia minorile, detenzione di materiale pornografico, diffamazione, morte come conseguenza di altro reato. Nel giugno del 2016 avevano chiesto e ottenuto la ‘messa alla prova’, un percorso creato ad hoc per i minori, che consiste in un programma di recupero con l’affiancamento ad una psicologa. Nelle relazioni presenti negli atti del processo, è stato confermato che i ragazzi hanno compreso i loro errori e la gravità degli atti di bullismo da loro commessi ai danni di Carolina.

Ciò considerato il giudice ha sentenziato ‘il non luogo a procedere per effetto dell’esito positivo della messa alla prova’. Pertanto dei reati compiuti non rimarrà alcuna traccia.

Dinanzi alla sentenza, il padre della vittima, Paolo Picchio, ha dichiarato: ‘Mi auguro davvero che abbiano compreso il gesto e si siano pentiti’.

Il cyberbullismo che ha ucciso Carolina

Quella di Carolina è solo una delle innumerevoli storie di cyberbullismo che ogni giorno assedia le vite dei più giovani. Tutto è cominciato con la rottura di una relazione. L’ex fidanzatino della 14enne, adirato, ha iniziato a scagliare offese contro di lei in maniera sempre più pesante. Poi il video a una festa pubblicato su tutti i social.  Le immagini ritraggono la giovane ubriaca e non cosciente, mentre alcuni amici mimano gesti sessuali su di lei. In un attimo la ragazzina si è trovata al centro di un vortice violento, in cui lei era la vittima: insulti, commenti umilianti, violenti. Un’escalation che forse non avrebbe avuto una fine e che lei ha scelto di interrompere togliendosi la vita.

Il dolore della scomparsa non è sanabile con un proscioglimento

‘Questo istituto della messa alla prova è considerato fiore all’occhiello del processo penale minorile perché consente l’applicazione della mediazione penale e delle altre strategie di giustizia riparativa. Mi rendo conto che questi giovani all’epoca dei fatti erano minorenni e quindi della necessità di un loro recupero perché sicuramente dopo questo periodo di messa alla prova non commetteranno più atti violenti dettati da immaturità e da un uso non consapevole del web, ma come avvocato della famiglia credo che il dolore per la scomparsa di Carolina non possa essere compensato da qualsiasi esito di proscioglimento’, ha spiegato Anna Livia Pennetta, avvocato della famiglia Picchio, ad Adnkronos.

La legge sul cyberbullismo

La nuova legge fornisce per la prima volta una definizione giuridica di cyberbullismo. Si definisce tale ‘qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo’.

Ora, ogni vittima che abbia almeno 14 anni o anche un genitore può richiedere al gestore del sito o del social di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in rete, se ritenuti lesivi della propria persona. Se non si provvede entro 48 ore, l’interessato può ricorrere al Garante della privacy.