Morì incinta di 5 mesi dopo aver perso i gemelli, l’accusa del padre: “Solo medici obiettori”

Valentina Milluzzo morì dopo 17 giorni di agonia al Canizzaro di Catania perché, secondo il padre, i medici erano obiettori e non le proposero l'aborto terapeutico: sette persone rinviate a processo

Pubblicato da Lorena Cacace Lunedì 10 dicembre 2018

Morì incinta di 5 mesi dopo aver perso i gemelli, l’accusa del padre: “Solo medici obiettori”
Valentina Milluzzo

Valentina Milluzzo morì incinta di 5 mesi il 16 ottobre 2016 dopo una lunga agonia e dopo aver perso i due gemelli. La vicenda fece molto scalpore: la giovane mamma, di 32 anni, fu lasciata in balìa di atroci dolori per 17 giorni, tra febbre e complicanze morendo all’ospedale Canizzaro di Catania perché i medici in reparto era tutti obiettori di coscienza. Oggi, a distanza di due anni, si sono chiuse le indagini e la Procura ha rinviato a processo sette persone, nello specifico il primario di ginecologia Paolo Scollo, i dirigenti dell’ospedale Silvia Campione, Giuseppe Calvo, Alessandra Coffaro, Andrea Benedetto Di Stefano e Vincenzo Filippello e il medico anestesista Francesco Cavallaro con l’accusa di concorso in omicidio colposo. L’accusa non ha però rilevato l’elemento dell’obiezione di coscienza come centrale per le indagini, cosa che invece per il padre e la famiglia è fondamentale. “Perché non è stato proposto l’aborto terapeutico per salvare la vita di mia figlia?”, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia Dire.

La storia di Valentina potrebbe essere solo un caso di malasanità, certo terribile, ma per la famiglia non è solo questo. La domanda che ancora oggi si pone il signor Salvatore Milluzzo rimane ancora senza risposta: davvero nessuno le ha proposto un aborto terapeutico per salvarle la vita perché in reparto c’erano solo medici obiettori?

Tutto iniziò due anni fa dopo un controllo di routine andato male. Valentina aspettava due gemelli, un maschio e una femmina, dopo essere rimasta incinta grazie alla procreazione assistita.

Il suo ginecologo chiede il ricovero perché la situazione è grave per via della dilatazione dell’utero e il 29 settembre 2016 la donna entra al Canizzaro. Tutto inizia a precipitare il 5 ottobre quando, come da cartella clinica, inizia ad avere febbre molto alta e viene trattata con antipiretici.

Valentina non vuole perdere i figli così desiderati, ma il quadro clinico peggiora di giorno in giorno. “Già quel giorno i due feti, alla 17ma settimana, non hanno più speranze. È quello il momento in cui il primo medico obiettore lo dice”, ricorda il padre.

Mentre la figlia “ha febbre, grida di continuo, chiede di essere sedata, liberata dal dolore”, nessun medico interviene per capire cosa stia succedendo. In ospedale contrae la sepsi ma non viene curata con gli antibiotici e non viene neppure rimossa la causa dell’infezione, la placenta e il liquido amniotico nonostante il tampone vaginale indichi l’infezione in corso.

“Il cuoricino batte e io sono un obiettore, non posso intervenire”. È quello che il padre di Valentina e gli altri familiari si sentono dire dal dottor Di Stefano, ora indagato, e da altri colleghi. “Speriamo che possa espellerli spontaneamente, perché io sono obiettore e non posso intervenire”, dice un secondo dottore.

“Valentina viene ignorata per ore e ore”, ricorda il padre. Il 15 ottobre i due feti muoiono e alla donna viene somministrata l’ossitocina, ormone che fa partire le contrazioni, per espellerli da sola.

Nessun intervento, nessuna operazione: Valentina viene costretta a espellere i due figli già morti. Il padre ricorda le urla della figlia e lei, distesa sulla barella alla fine dell’agonia. “L’ho toccata ed era fredda: aveva già i cerotti sugli occhi”.

Dopo qualche ora il 16 ottobre viene dichiarato il decesso della 32enne, lasciata sola fino alla fine. “Valentina è stata abbandonata da tutti, anche dal suo ginecologo curante che non l’ha più seguita. In 17 giorni ha fatto solo 2 ecografie”, insiste il padre.

Non è stato un caso di “semplice” malasanità, ricorda il signor Salvatore. Nei giorni in cui la figlia era ricoverata “su 13 medici 13 erano obiettori” e per questo, secondo lui, non le è stato proposto l’aborto terapeutico anche quando era chiaro che per i feti non c’era più nulla da fare.

La loro battaglia continuerà in tribunale, dove inizierà il processo il prossimo luglio. “Non ci fermeremo. Non vogliamo soldi, ma assicurarci che questi medici non facciano più i medici e non ammazzino altre Valentine”, assicura.