Noi, figlie di un pentito di mafia condannate dallo Stato

La storia delle figlie di un pentito di mafia che non riescono a rifarsi una vita.

Pubblicato da Fabrizio Capecelatro Martedì 25 settembre 2018

Noi, figlie di un pentito di mafia condannate dallo Stato
Foto di archivio della deposizione di un pentito di mafia durante un processo / Ansa

Quella di Vincenzo Paratore, collaboratore di giustizia della mafia siciliana, è una storia brutta. Parecchio brutta. Perché il confine fra il bene e il male si assottiglia molto, fino a mischiarsi per poi diventare tutto male. Di buoni, nella storia di Vincenzo Paratore, infatti, non ce ne sono. Anche chi avrebbe dovuto esserlo, lo Stato, non sempre lo è stato. Gli unici a non avere colpe, come dicono loro stessi, sono i figli di questo collaboratore di giustizia dalle alterne vicende giudiziarie. «Siamo dei criminali – scrivono le tre figlie femmine – colpevoli di essere nati. Peccato che non abbiamo potuto scegliere i genitori». Sono proprio loro a raccontarci le vicissitudini.

Sono le tre figlie femmine del collaboratore di giustizia Vincenzo Paratore. La più grande, quando è andata via dalla Sicilia, aveva appena sei anni e dice di non ricordare pressoché nulla della vita precedente di suo padre. Le altre due, invece, sono nate già in località protetta, con un altro cognome. Paratore, infatti, ha collaborato con la Magistratura nel 1993 e all’epoca si riusciva ancora a cambiare realmente le generalità dei “pentiti” di mafia, invece di fornirgli dei semplici documenti di copertura. «L’unico che ricorda qualcosa è nostro fratello, ma per paura e per vergogna ha abbandonato l’Italia».

«Non vogliamo assolutamente – ci tengono a precisare – difendere il nostro genitore, perché ha commesso dei crimini mostruosi, ha assassinato delle persone e altre le ha fatte uccidere, trafficava in armi e in droga, ha commesso rapine, evasioni e chi più ne ha più ne metta».

Tuttavia c’è qualcosa che vogliono raccontare. Molti anni dopo la collaborazione del padre, il loro fratello maggiore aveva avviato un negozio che successivamente, a causa di un corto circuito, ha preso fuoco. Il padre è stato indagato per quell’incendio e, successivamente, assolto. «Tuttavia il Magistrato ha raccontato nell’aula del tribunale la vita passata di nostro padre e tutti noi siamo rimasti senza parole: credevamo che il Magistrato fosse impazzita, poi con calma nostra madre è stata costretta a raccontarci quel poco di cui era a conoscenza».

Né i figli di Paratore, né i congiunti sapevano infatti quale fossero i suoi trascorsi ma nella sentenza di assoluzione si faceva chiaro riferimento alla sua vita precedente. «Intanto – proseguono le figlie di Paratore – anche la stampa ha riportato la notizia che era stato assolto un pentito di mafia per l’incendio di quella attività e, quindi, anche fra le nostre conoscenze si è sparsa la voce di chi fosse realmente nostro padre». Per questo il fratello più grande ha deciso di emigrare e «noi ragazze siamo rimaste traumatizzate, avendo scoperto nel modo peggiore la verità sulle nostre origini».

«Ora siamo più grandi, nostro fratello vive ancora fuori dall’Italia, tutti lavorano e abbiamo la nostra vita. O meglio cerchiamo di costruircela con enorme difficoltà perché siamo sempre le figlie di un pentito di mafia e tutta la cittadina in cui viviamo ci conosce come tali».

«Ora, però, quel “mostro assassino” di nostro padre è apparso nuovamente sui giornali, perché è stato fermato mentre trasportava apparentemente più di 30 kg di rifiuti ferrosi e perché aveva trasformato il garage di nostra madre in una discarica in cui accumulava materiale che la legge ritiene rifiuti, come copertoni di bici camere d’aria, ruote di biciclette, aspirapolveri, stufe, che lui invece aggiustava. Dicono anche che avrebbe bruciato un auto, ma non è stato ancora processato e perciò è innocente fino a prova contraria. Dicono anche che avrebbe minacciato dei condomini, ma non risulta ancora alcuna denuncia a suo carico». Tutte vicende giudiziarie su cui la Magistratura farà luce e appurerà la verità, ma che nulla c’entrano con il suo trascorso criminale. E, invece, sui giornali è stato ridetto che si tratta di un collaboratore di giustizia, macchiatosi in passato di atroci delitti.

«Che nostro padre non fosse uno stinco di santo lo sapevamo già, ma così paghiamo noi le sue colpe. Che senso aveva ridire un’altra volta la sua vera identità, pur senza citare il suo vero nome, nel riportare le attuali notizie che lo riguardano e che, peraltro, dovranno ancora essere oggetto di indagini della Magistratura?»

«Con chi dobbiamo parlare noi che siamo colpevoli soltanto di essere nate? Ci sentiamo tradite dallo Stato che ha permesso venisse rivelata la nostra identità, che perfino noi sconoscevamo. E oggi siamo costrette a essere guardate con sospetto da chi ci sta attorno, a ricevere offese e perfino minacce perché siamo le figlie di un pentito».

«Abbiamo letto su Internet – concludono le figlie di Vincenzo Paratore – che nostro padre ha fatto condannare alcuni magistrati e ha denunciato alcuni personaggi istituzionali. È per questo che noi dobbiamo pagare? Quello che è il debito di nostro padre con la giustizia e di come l’abbia pagato o debba ancora pagarlo non siamo noi a deciderlo, ma noi siamo persone innocenti e non abbiamo colpe da espiare».