Prosciutti DOP: l’eccellenza che arriva dalle scrofe allevate in gabbia

'Dietro ogni prodotto suinicolo che consumiamo c'è nella maggior parte dei casi una madre a cui è stato negato il più basilare dei diritti che la natura ci ha dato', ha spiegato Annamaria Pisapia Direttrice di CIWF Italia Onlus.

Pubblicato da Beatrice Elerdini Mercoledì 23 maggio 2018

Prosciutti DOP: l’eccellenza che arriva dalle scrofe allevate in gabbia
Allevamenti intensivi / ansa

I prosciutti DOP, così come i salami e i culatelli sono un’eccellenza tutta italiana, una gamma di prodotti amati e apprezzati in tutto il mondo. Purtroppo però dietro all’alta qualità si nasconde l’orrore in cui sono costretti a vivere i maiali: nella maggior parte degli allevamenti del nostro Paese infatti, le scrofe sono costrette in gabbie di dimensioni ridottissime, senza aver alcuna possibilità di movimento, al massimo riescono ad alzarsi in piedi e a compiere un passo indietro e uno avanti. Dentro queste micro-celle vivono le gravidanze e l’allattamento dei numerosissimi cuccioli, frutto delle modificazioni genetiche a cui vengono sottoposte le scrofe. Ciwf Italia Onlus ha portato alla luce quello che accade negli allevamenti intensivi: vediamo i numeri spaventosi che si nascondono dietro l’eccellenza degli insaccati DOP made in Italy.

Il 90% del prezioso prodotto delle scrofe, ovvero i suinetti partoriti in gabbia, finiscono nella filiera degli alimenti Dop, la famosa eccellenza italiana. ‘E’ possibile che tale eccellenza nasca dalla sofferenza delle scrofe allevate in gabbia?’, è questo l’emblematico quesito che sta alla base della video inchiesta realizzata da Ciwf Italia Onlus in alcuni allevamenti italiani di scrofe.

I numeri degli allevamenti intensivi italiani

Ogni anno in Italia vengono allevate 500.000 scrofe destinate a partorire i suini, che poi diventeranno i famosi prodotti DOP. La maggior parte di queste scrofe vive in gabbie microscopiche che impediscono di esprimere ogni istinto naturale. Non possono muoversi e sono persino obbligate ad allattare i cuccioli dietro alle sbarre, per ridurre il numero dei suinetti potenzialmente a rischio di essere schiacciati. In media vivono soltanto 2 anni, rispetto ai 10 che vivrebbero in natura. Ogni anno ‘subiscono’ tre gravidanze e per ognuna possono dare alla luce 10-15 suinetti, grazie alle modificazioni genetiche effettuate sulle scrofe: aumentando il numero dei capezzoli infatti, si può accrescere il numero dei cuccioli partoriti. Per ogni parto la scrofa rimane chiusa in gabbia 9 settimane, 5 settimane durante la gestazione e 4 durante l’allattamento. Dopo soltanto 28 giorni i piccoli vengono sottratti alla madre. Infine, 4,46 miliardi di euro è il valore al consumo dei prodotti DOP (ISMEA 2016).

Superare l’allevamento in gabbia? Si può

Secondo Ciwf Italia Onlus le gabbie non sono necessarie: ‘È opinione diffusa che l’utilizzo delle gabbie sia indispensabile per massimizzare la produzione ed evitare lo schiacciamento dei suinetti, il cui numero per parto, a causa della selezione genetica, aumenta sempre di più. In realtà alcuni studi hanno rilevato come non sia acclarata la relazione fra uso della gabbia e riduzione della mortalità dei suinetti, quindi la necessità dell’allevamento in gabbia delle scrofe ai fini produttivi non è dimostrato’. Di qui la volontà di avviare una petizione per porre fine a questa pratica crudele e per lo più inutile: la richiesta rivolta al Ministero delle Politiche Agricole e al Ministero della Salute, è quella di avviare un processo di dismissione graduale delle gabbie in Italia, che preveda anche degli incentivi economici per gli allevatori al fine di facilitare la transizione.

‘Moltissimi cittadini ignorano che il sistema crudele dell’allevamento in gabbia è usato anche per le scrofe e che dietro ogni prodotto suinicolo che consumiamo c’è nella maggior parte dei casi una madre a cui è stato negato il più basilare dei diritti che la natura ci ha dato: accudire la propria prole. L’allevamento in gabbia può e deve essere superato al più presto anche per questi animali’, ha spiegato Annamaria Pisapia Direttrice di CIWF Italia Onlus.