Curare le paralisi spinali sarà possibile con il bypass wireless

Curare le paralisi spinali sarà possibile con il bypass wireless
da in Stampanti 3D, Tecnologia
Ultimo aggiornamento: Giovedì 10/11/2016 10:13

    Neurotrasmettitore elettrico

    Come fare per ripristinare il collegamento perduto tra il cervello e gli arti a seguito ad esempio di una lesione alla colonna vertebrale e al midollo spinale? La tecnologia al servizio della medicina sta lavorando duro e il più velocemente possibile per rendere utilizzabili metodi e innovazioni che attualmente sono in fase di perfezionamento, con risultati più che ottimisti nelle sperimentazioni. La soluzione dello schema qui sopra mostra come sia stato possibile curare una scimmia disabile andando a connettere senza fili il cervello con la parte inferiore della colonna, bypassando la zona danneggiata e consentendo nuovamente all’animale di camminare. Ci sono diversi precedenti, come il caso di Ian Burkhart che troverete nella prossima pagina

    Ian burkhart

    Presto anche paralisi che sembrano irrimediabili potranno essere guarite? C’è da essere ottimisti, soprattutto leggendo il caso di Ian Burkhart. Vittima di un incidente automobilistico sei anni fa e bloccato dal collo in giù, è riuscito a riottenere l’uso di braccio e mano andando a bypassare il midollo spinale grazie a un impianto nel cervello. Il 24enne si è messo a disposizione di un test dell’Università dell’Ohio che sta dando frutti mai vista prima. Il microprocessore grande quanto un mirtillo è stato inserito nell’area del cervello responsabile del movimento e sfrutta gli impulsi nervosi come informazioni che vengono poi gestite da un algoritmo e decodificate per poi essere inviate a un supporto che stimola il muscolo del braccio consentendo il movimento. Ora può afferrare e reggere un cucchiaio, può bere, pagare con una carta di credito, rispondere al telefono e persino giocare a una sorta di Guitar Hero.

    Jacobs Institute

    Ancora una lodevole applicazione medica per le stampanti 3D: per curare al meglio pazienti colpiti da aneurisma, si potrà realizzare una copia perfetta della porzione di apparato vascolare interessato e così simulare l’intervento prima dell’operazione vera e propria, aumentando in modo sensibile l’efficacia dell’intervento. L’innovazione è a opera del Jacobs Institute di Buffalo in collaborazione con la società Stratasys.

    A proposito di tridimensionalità e del nostro “computer” integrato, i film in 3D possono fungere da “turbo” per il cervello per un periodo di ben 20 minuti, migliorando le prestazioni cerebrali, con benefici per sportivi come ad esempio boxer e tennisti che fanno dell’esplosività muscolare e dei riflessi la vera differenza. Ad affermarlo è una ricerca pubblicata recentemente dalla Goldsmiths University dal neuroscienziato Patrick Fagan e dal profesor Brandan Walker del Thrill Laboratory. Scopriamone di più.

    Secondo gli studi, l’incremento di attività cerebrale si attesterebbe intorno al 23 per cento nel processo cognitivo dopo aver goduto di un film stereoscopico. I tempi di reazione migliorerebbero dell’11% con una durata di ben 20 minuti come un boost da auto modificata. Cosa significa tutto questo? Che vedere un film 3D prima di una performance sportiva potrebbe essere un sorta di doping naturale e senza controindicazioni. Come prova del nove, a parte dei partecipanti all’esperimento è stato proiettato un film 2D classico e come conseguenza, hanno fruito di un incremento di riflessi e processo cognitivo fino a 5 volte inferiore.

    “Queste scoperte sono molto più significative di quanto si potrebbe immaginare, perché se la vita media si sta allungando, il declino delle performance cerebrali in età avanzata è rimasto lo stesso e se si riuscisse a limitarlo si migliorerebbe notevolmente la qualità della vita”. Quindi, anche i non sportivi gioverebbero dalla visione di film in 3D, anche professionisti come chirurghi migliorerebbero in modo sensibile. Lo studio si è condotto al cinema Vue a Piccadilly Circus a Londra, un luogo iconico. Di contro, si è scoperto che film in 2D e film in 3D sono egualmente “immersivi” nel senso letterale del termine, a dimostrazione che la tridimensionalità non è necessariamente sinonimo di maggiore coinvolgimento con la storia e con le immagini.

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