Apollo 11: la tecnologia che portò l’uomo sulla Luna 47 anni fa

Apollo 11: la tecnologia che portò l’uomo sulla Luna 47 anni fa
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Ultimo aggiornamento: Giovedì 24/11/2016 07:17

    Nella mattinata italiana del 21 luglio 1969, Neil Armstrong divenne il primo uomo a camminare sulla Luna. Sono passati 47 anni da quella straordinaria avventura – anche se ancora oggi c’è chi non crede che tutto ciò sia accaduto davvero – ed è il caso di rendere omaggio a quello che si può definire a ragione un vero e proprio miracolo della preistoria della tecnologia e dell’informatica. Già, perché davvero gli americani hanno inviato (e soprattutto portato indietro) una missione sul nostro unico satellite con una potenza di calcolo che oggi non troviamo nemmeno in un orologio digitale low-cost. Com’erano i computer del ’69 e come si sono risolti i problemi non indifferenti incontrati durante la missione Apollo 11?

    Non siamo più andati sulla Luna con missioni umane non tanto perché non ci siamo in realtà mai stati quanto perché serve un budget altissimo, i rischi rimangono comunque elevati e perché si preferisce lo studio del nostro satellite tramite sonde e robot piuttosto che con personale in carne e ossa, che richiede tutt’altra progettazione, tempistiche e pericoli. Ma nel 1969 la questione era anche e soprattutto politica, con la sfida della corsa alla Luna contro l’Unione Sovietica che aveva mandato per prima un uomo nello spazio riportandolo a casa sano e salvo. Si sono accelerati i tempi in modo consistente, si è trattato forse più di incoscienza calcolata che di coraggio vero e proprio. Fatto sta che, con tutti questi presupposti, gli USA hanno conquistato la Luna. Con mezzi che ora definiremmo “ridicoli”. APOLLO 11: LA MISSIONE, L’AVVENTURA

    In collaborazione con il mitico MIT – Massachusetts Institute of Technology di Boston – e con la società Raytheon, gli ingegneri della NASA hanno progettato il vero fulcro di Apollo 11 ossia il computer per il modulo di comando. Non tutto era automatico, anzi i comandi manuali facevano ancora da padrone (e meno male, visti i numerosi contrattempi) così si è pensato a una progettazione la più semplice e intuitiva possibile. L’Apollo Guidance Computer (AGC) comportava diversi pulsanti ognuno dedicato a una specifica funzione e fu determinante per l’evoluzione dei circuiti integrati. Contava su una memoria da 64Kbyte e operava a 0.043MHz; se oggi prendiamo uno smartphone moderno questo monta una memoria mediamente da 32GB (espandibile di ulteriori 128GB) e opera mediamente a 2.2GHz, milioni di volte più performante. AGC si basava su un codice chiamato Mac, acronimo di MIT Algebraic Compiler e non certo del computer Apple. Come funzionava? Il codice era convertito manualmente in un linguaggio digeribile per il computer grazie a schede di carta bucherellata. Così si programmava la missione.

    Durante il viaggio AGC andò più volte in tilt. Il primo allarme fu il codice 1202, dovuto a un sovraccarico: il computer poteva riprodurre sotto-programmi e poteva riconoscere un ordine di priorità, ma non sempre la teoria poi corrisponde alla pratica. Neil Armstrong chiese aiuto via radio e fu aiutato dall’ingegnere informatico Jack Garman che lo rassicurò: “Possiamo ignorare l’allarme“. I fatti gli diedero per fortuna ragione. A Terra, IBM dedicò 3500 impiegati alla missione e al Goddard Space Flight Center si utilizzava IBM System/360 Model 75 per le comunicazioni radio e anche per il lancio del colossale razzo Saturn. Il computer IBM System/360 Model 75 era presente anche al Manned Spacecraft Center a Houston in Texas e fu sfruttato da Neil Armstrong e Buzz Aldrin per calcolare la quantità di energia necesaria per decollare dalla Luna e agganciarsi con un rendez-vous alla navetta che orbitava intorno al satellite, comandata da Michael Collins. Durante la missione Apollo 11 furono anche utilizzati per la prima volta evoluti sensori biometrici che fornivano in tempo reale informazioni sullo stato di salute dell’equipaggio, anche da 350.000 chilometri di distanza.

    La parte più delicata dell’intera missione, però, fu come al solito il rientro. L’astronauta David Scott spiegò per bene il rischio che si doveva correre: “Pensate a una palla da baseball e a una da basket distante 4.2 metri, la prima era la Luna, la seconda la Terra: il corridoio che dovevamo infilare era sottile quanto un foglio A4“. Una storia che mette ancora i brividi. 10 TECNOLOGIE DERIVATE DALLE MISSIONI APOLLO

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