Gli smartphone hanno un microfono spia

Gli smartphone hanno un microfono spia

Un pericolo mai considerato, che però può portare ad ascolti non autorizzati delle conversazioni

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    Gli smartphone hanno un microfono spia

    C’è un pericolo nascosto in ogni cellulare, che finora non è stato così considerato, ma che può portare a spiacevoli conseguenze, se usato nel modo “segreto”. Stiamo parlando del motore della vibrazione ossia di quel componente che si trova praticamente in ogni telefonino da quello da 20 euro agli smartphone da quasi 1000 euro, che “muove” il dispositivo attirando l’attenzione sfruttando il senso del tatto e non quello dell’udito, visto che non usa la suoneria. Ebbene, visto che strutturalmente si può considerare simile a un altoparlante e che ogni altoparlante può essere anche utilizzato come microfono, con un intervento nemmeno così complicato è possibile andare a modificarlo per intercettazioni audio nascoste. Scopriamone di più.

    L’allarme è stato lanciato dalla Electrical and Computer Engineering School dell’University of Illinois presso Ubana-Champaign. Il professore Romit Roy Choudhury e il dottorando Nirupam Roy hanno infatti scoperto come trasformare in un oggetto spia lo smartphone o anche il semplice cellulare andando ad agire su un componente come il motore della vibrazione. L’equazione è molto semplice: motore vibrazione = speaker = microfono. Ma come diavolo è possibile questa trasformazione? In realtà non è necessario un intervento dei tecnici dell’FBI. Semplificando il processo, una fonte sonora esterna va a interagire sul magnete del motore, che vibra e induce la bobina a emettere un voltaggio, che una volta interpretato, porta a decifrare l’originale fonte sonora.

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    Forse non tutti sanno infatti che gli altoparlanti sono dotati di trasformatori reversibili che possono elevare il segnale. Prendete ad esempio i ricetrasmettitori amatoriali economici: in questi dispositivi altoparlante e microfono sono la stessa cosa. Certo, la qualità non sarà eccellente e lo è ancora meno nell’esperimento, ma è comunque più che sufficiente per poter distinguere le parole, soprattutto se si va a sfruttare un software di riconoscimento vocale in coppia con un algoritmo appositamente sviluppati, che vanno a aggiungere le frequenze mancanti per tradurre l’80% del “rumore” che veniva prodotto dal motore di vibrazione/altoparlante/microfono nell’esperimento di Choudhury e Roy.

    C’è però un grande “ma”: tutto questo è stato dimostrato essere possibile, a patto di agire fisicamente sul dispositivo seppur con una procedura molto veloce e non così complicata. È molto importante questa precisazione, perché sgombra ogni dubbio sul fatto che questo subdolo processo possa avvenire da remoto. Tuttavia, se si riesce ad aver accesso anche momentaneamente al telefono della vittima, può essere portato a termine. I due ricercatori presenteranno la loro ricerca a Singapore in occasione del convegno MobiSys di sicurezza. Sarà interessante seguire gli sviluppi.

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