Hashtag registrati: la nuova strategia social delle aziende

Hashtag registrati: la nuova strategia social delle aziende

Una strategia commerciale in linea col progresso social per proteggere la proprietà intellettuale

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    Hashtag registrati: la nuova strategia social delle aziende

    C’è chi usa gli hashtag di Twitter e Instagram senza criterio, giusto per il gusto di tappezzare le proprie foto o tweet con una marea di cancelletti e chi invece ha da subito fiutato la natura d’oro di questo sistema di catalogazione dei social network. Sempre più aziende stanno proteggendo i propri hashtag registrandoli come se fossero brevetti e andando così a assicurarseli come proprietà intellettuale. Una delle prime è stata la Pepsi, ma si inizia a vedere qualcosa muoversi anche in Italia. D’altra parte creare una forte identità online e sui social network come Twitter e Instagram sta diventando una peculiarità e un’esigenza irrinunciabile. Scopriamone di più.

    Cosa sono gli hashtag? Sono etichette vere e proprie che si appongono a un tweet di Twitter oppure a una foto di Instagram per catalogarle sotto un argomento che le rappresenti. Ad esempio, se scatto una foto al mio cane pitbull sceglierò appunto #pitbull, se twitto un mio pensiero sul pesce d’Aprile allora sceglierò #pescedaprile. Tutti questi elementi “etichettati” andranno a finire in un unico calderone risultando dunque maggiormente trovabili e condivisibili. Non solo: determinano anche le classifiche, i cosiddetti trend che su Twitter sono sempre più (giustamente) importanti anche e soprattutto a livello commerciale. C’è infine una grande possibilità: inventarsi un hashtag.

    Non parliamo di quelli un po’ sciocchi e divertenti come ad esempio #pasqualeiscrivitisuinstagram sotto la foto dell’amico Pasquale che non è appunto iscritto al sito e dunque non può essere taggato, ma veri e propri claim pubblicitari che possono andare a fondersi con l’immaginario comune rispetto a un brand. Sono ben 1398 le richieste di registrazione di un hashtag nel 2015 secondo i dati forniti da Thomson Reuters CompuMark contro le appena 7 del 2010. Gli USA sono il paese che traina con oltre 1000 richieste seguito a sorpresa dal Brasile poi Francia e UK con Italia al terzo posto condiviso.

    Ci sono esempi popolari come quello registrato da Pepsi con #sayitwithpepsi, che così si è tutelata da un eventuale uso improprio da parte dei concorrenti o detrattori oppure di Madewell (Abbigliamento) con #everydaymadewell. Il primo caso ha riguardato l’Europa, il secondo gli Stati Uniti d’America. E altri ancora verranno, generando quello che potrebbe essere un business degno di quello di ormai dieci anni fa relativo al boom di registrazioni di nomi a dominio. Insomma, se avete una buona idea per un hashtag e avete i mezzi economici e la dimostrazione “intellettuale” che vi può appartenere fateci un bel pensiero.

    INSTAGRAM INTRODUCE EMOJI NEGLI HASHTAG

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