Il football americano in sintesi: un’esperienza terrificante

Il football americano in sintesi: un’esperienza terrificante
Corrispondente dagli Stati Uniti in Sport, Stati Uniti d'America
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Lunedì 21/09/2015 in Sport, Stati Uniti d'America
    Il football americano in sintesi: un’esperienza terrificante

    Ho assistito ad una partita di football americano dei Denver Broncos ed è stata un’esperienza terrificante.
    Arriviamo allo stadio con una buona mezz’ora di anticipo sul fischio d’inizio, anche se non credo ci sia un fischio vero e proprio, il che disorienta già di per se. I Broncos si giocano un’amichevole contro i San Francisco 49ers ma lo stadio è pieno, sold out, settantacinquemila spettatori. Un muro di maglie arancioni mi si apre davanti non appena metto piede sugli spalti. Non ci sono cori provenienti dalla curva, bandiere o striscioni. Al loro posto tre maxischermi mi vomitano addosso ogni tipo di pubblicità a tutto volume: pubblicità di pick-up, di cibo strano coperto di formaggio fuso, dell’esercito, un altro pick-up, una dell’aeronautica militare e via dicendo.

    Mentre inizio a prendere seriamente in considerazione l’acquisto di un pick-up, ecco che entrano sul campo e nella mia vita le veneri del consumismo, le ninfe dei cappelli da cowboy, le cheerleaders. Lo stadio si fa finalmente sentire con forti applausi, “woo-hoo” e fischi da operaio in pausa pranzo. Le ragazze sono bellissime, sorridenti e mezze nude, con ammiccanti costumi da cowgirl; iniziano subito a ballare, frustando il bacino avanti e indietro per la gioia del mio grasso vicino di posto. Una bambina microscopica si alza sulla sedia ed inizia a copiare le sue beniamine ballando con una mano alla cintura. Domando ad un amico esperto quanto prendono le cheerleaders, senza distogliere lo sguardo dalle ragazze che ora si esibiscono in un can-can d’altri tempi, e mi risponde che non prenderanno piu’ di cinquecento dollari a partita. “Una miseria”, sostiene, “lo fanno per la gloria”. Non sono certo di che gloria si parli. Forse una di loro si chiama Gloria.
    Entrano in campo i San Francisco 49ers, i quali giocano fuori casa, e vengono subito coperti da una bordata di fischi e “buuu”. La squadra è composta da un sacco di gente, un gruppo di giocatori per la difesa ed uno per l’attacco, e mi accorgo subito che la maggior parte dei giocatori sono giganteschi afroamericani.
    Fiammate alte fino al cielo, fuochi d’artificio, lo svolazzare delle minigonne delle cheerleaders ed una super bionda lanciata al galoppo su un cavallo bianco in mezzo al campo preannunciano l’ingresso dei Denver Broncos. Lo stadio impazzisce, tutti urlano e battono i piedi sul pavimento creando un interessante effetto sonoro. Anche i Broncos sono per lo più immensi afroamericani, alti due metri e con dei tronchi al posto delle braccia. Alcuni di loro, entrando, si esibiscono in curiose danzette aggressive, urli intimidatori rivolti a chissà chi e segni con le mani tipici dei ghetto afroamericani. L’aggressività dei giocatori è contagiosa e sugli spalti se ne risente. I “woo-hoo” e gli “yeah!” degli spettatori prendono un tono affamato, voglioso, sembra quasi che dicano: “Finalmente un po’ di botte!”
    Inizia la partita e gli occhi della gente sono per lo più rivolti ai maxi schermi, dove le giocate vengono proiettate in tempo reale. Gli spettatori sembrano salutare come una “buona giocata” i contrasti più duri, e lo dimostrano compiaciuti urlando a squarciagola. Quando un golia d’uomo scaraventa a terra un altro giocatore un po’ più piccolo, lo stadio esplode di felicità.
    Dopo pochi minuti di interessata sorpresa vengo preso da una noia profonda. Il problema sono i continui e costanti intervalli pubblicitari. Sul campo tutto si ferma ogni due minuti per dare spazio agli spot pubblicitari in televisione, e chi è allo stadio aspetta con pazienza guardando le cheerleaders o affogando in un piatto di formaggio giallo fuso. Il vero show sono le trovate pubblicitarie: le cheerleaders portano una gigantesca fionda a bordo campo per lanciare contro gli spalti magliette e gadget vari che la gente si affanna ad acchiappare.

    Tutti si alzano commossi quando un veterano di una delle ultime guerre, una a caso, si fa strada sul campo traballando su delle protesi, salutando. Lo speaker tuona, intimando ai presenti di “rendere omaggio” al sergente tal dei tali per il suo servizio in Medio Oriente.
    Io inizio a sentirmi in un film di fantascienza, uno di quelli dove tutti hanno perso il lume della ragione. Lo spettacolo consiste in aggressività, pubblicità, violenza e sesso. Il pallone ovale sembra più una cornice, una scusa per il gran casino di luci e suoni che inghiotte tutto. La partita dura più di tre ore, di cui solo un’oretta viene giocata. Una vera maratona di pubblicità che alla fine lascia esausti.
    Alla fine delle tre lunghissime ore molti dei settantacinquemila spettatori sono ubriachi. Chi di birra, i più tranquilli, e chi di testosterone. La violenza è finita, o rimandata, e i gladiatori tornano negli spogliatoi sotto uno scroscio di urla e applausi. I giocatori sono un ricordo vivente della schiavitù, sono il prodotto di generazioni di accoppiamenti forzati tra uomini e donne di prestanza fisica per lavorare nei campi di cotone. E’ interessante vedere che in entrambe le squadre il quarterback, che ricopre un po’ la figura del comandante, è bianco.
    Mentre cerco la mia macchina nell’immenso parcheggio ragiono sul luogo in cui mi trovo.
    Il Colorado è magico, di una bellezza fiabesca, ma è anche teatro dei peggiori massacri avvenuti negli Stati Uniti negli ultimi tempi. Da Columbine fino a James Holmes, l’uomo che si è messo a sparare a zero in un cinema uccidendo dodici persone, ne sono passati di matti. Non riesco a fare a meno di trovare un nesso tra chi impazzisce e decide dal nulla di fare un massacro e questa cultura di violenza, aggressività e machismo che viene forzata giù nelle gole di chi vive qui. Rabbrividisco al pensiero che ci possa essere un nesso anche tra quel che ho visto allo stadio e la popolarità di un candidato alla presidenza come Donald Trump. Una persona che in campagna elettorale fa dell’aggressività il suo punto di forza, rantolando sulla costruzione di un muro al confine con il Messico e sulla deportazione forzata di undici milioni di centroamericani. Un individuo oscuro a cui non ho mai prestato tanta attenzione, ma che dopo questa sera tratterò come un pericolo reale.

    Per la cronaca: i Broncos hanno battuto i 49ers 19 a 12.

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    SCRITTO DA Giorgio Ausenda Corrispondente dagli Stati Uniti Segui autore:
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