Genny a’ carogna: l’ultrà che ha dato l’ok alla finale di Coppa Italia

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    La finale della Coppa Italia 2014 tra Fiorentina e Napoli è iniziata con 45 minuti di ritardo e l’ok definitivo non è arrivato dal Prefetto Giuseppe Pecoraro, ma da Gennaro De Tommaso detto Genny a’ carogna, capo ultrà del Napoli. Chi è questo individuo che ieri è apparso con maglietta nera e scritta “Speziale libero” dedicata all’omicida del poliziotto Filippo Raciti ucciso a Catania il 2 febbraio 2007? È il numero uno dei Mastiffs nonché figlio di un camorrista affiliato al clan Misso. Nel suo curriculum si può anche annoverare ovviamente un Daspo con il divieto di assistere alle manifestazioni sportive. In buona sostanza è uno di quelli che (non) guarda la partita girato di spalle, con occhi sugli altri ultrà, come direttore di un’orchestra di anche migliaia di strumentisti che devono fare ciò che lui dice. In questa serata assurda (l’ennesima) anche le autorità sportive e di sicurezza hanno dimostrato quanto siano subordinati.

    45 minuti di ritardo per una decisione che di certo dovrebbe spettare non a un presunto tifoso – ma in realtà i capi ultrà non vedono che pochi sprazzi di partita – quanto alle autorità competenti. Ma siamo in un paese delle banane dove gli spettatori che vogliono assistere alla partita magari coi figli vengono perquisiti come terroristi e si fanno storie per una bottiglietta d’acqua, mentre dalle curve partono fumogeni, bengala, bombe carta e incendi. Cosa era successo al di fuori dello stadio ve l’avevamo raccontato ieri, con il ferimento di dieci tifosi di cui uno – Ciro Esposito – in fin di vita dopo essere stato raggiunto da proiettili sparati da una pistola. La tifoseria del Napoli aveva sentenziato: non si gioca per rispetto della persona in fin di vita.

    Gli ultrà utilizzano spesso la parola “rispetto” ma l’esito è quasi, drammaticamente sia chiaro, comico. Perché sentirsi chiedere rispetto da chi devasta senza apparente motivo non solo uno stadio ma anche intere città e da chi inneggia all’odio in uno sport che ormai non è più uno sport ma il più sportivo degli spettacoli è davvero inaccettabile. Non che non si pensi al tifoso ferito, tutt’altro, ma non si deve dimenticare che è frutto di uno scontro tra ultrà, dunque un qualcosa che è nato dall’interno di queste associazioni pseudo-criminali, non tanto dall’esterno. Se doveva esserci uno stop quello era della loro attività non certo del match che non c’entra e non deve c’entrare nulla con tutto questo vomitevole contorno.

    E infatti così è stato: orrenda l’immagine di Hamsik con il direttore generale Bigon che devono addirittura recarsi sotto la curva per chiedere il permesso e per raffreddare gli animi. Spesso si prende come esempio l’Inghilterra che certo era messa molto peggio di noi e ora si è trasformata radicalmente, ma chi adotta questo confronto viene spesso definito un po’ qualunquista o superficiale, ma è la prova che qualcosa può essere messo in pratica. Non si può continuare a essere schiavi di questi criminali, non si può aspettare l’assenso del capo ultrà alle 21.40 di un match che doveva iniziare quasi un’ora prima. Non si deve dare loro possibilità di scelta e di decisione.

    È stato grottesco assitere al conciliabolo in tribuna tra il presidente del Coni Giovanni Malagò quello della Federcalcio Giancarlo Abate, del presidente della Lega Maurizio Beretta senza dimenticare Andrea Della Valle della Fiorentina e Aurelio De Laurentiis del Napoli. Traspariva un senso di inutilità: niente dipendeva da loro. E così tutto il mondo ha potuto assistere ai fischi al nostro inno e allo spettacolo indecoroso a fine partita dell’invasione di alcuni (non) tifosi del Napoli che più che festeggiare pensano a insultare i tifosi della Fiorentina. L’odio è talmente forte da sovrastare la gioia: invece che godersi un successo meritato per 3 a 1 e conquistato con onore si è pensato a beffarsi di chi non ha vinto. Tristezza oltre all’amarezza di una serata che non deve essere considerata un episodio isolato e da dimenticare in fretta, ma un punto di partenza che ormai non si può più posticipare.