I Ministri a NanoPress: Strokes e Queens Of The Stone Age ci hanno cambiato la vita’ [INTERVISTA]

I Ministri a NanoPress: Strokes e Queens Of The Stone Age ci hanno cambiato la vita’ [INTERVISTA]

Il chitarrista Federico Dragogna ha parlato dei live, della musica in radio e della 'cultura generale' in Italia.

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    I Ministri a NanoPress: Strokes e Queens Of The Stone Age ci hanno cambiato la vita’ [INTERVISTA]

    Nella intervista a NanoPress, I Ministri hanno approfondito alcuni dettagli della loro vita di musicisti. In attesa di vederli su numerosi palchi d’Italia tra i quali quello dell’Home Festival di Treviso, in programma dall’1 al 4 settembre e dove I Ministri saranno in scena proprio nella serata di apertura, abbiamo scoperto alcune curiosità sui tre milanesi che, in dieci anni di carriera, hanno conquistato il loro posto di rilievo nella scena del rock indipendente italiano.

    La band composta da Federico Dragogna (paroliere, chitarra e cori), Davide ‘Divi’ Autelitano (voce e basso) e Michele Esposito (batteria) è cresciuta in sordina costante nelle fila dell’ultimo grande movimento del rock del terzo millennio, una fiammata musicale che ha portato ottimi album prima di mutare rapidamente in altro. La loro carriera è iniziata nel 2006 con ‘I soldi sono finiti’ ed è culminata nel 2015 con la pubblicazione del terzo disco in studio, ‘Cultura generale’. L’album ha riscosso un discreto successo di pubblico grazie all’annesso tour che continua ininterrottamente da mesi. Intervistato da NanoPress, Federico Dragogna ha parlato proprio di concerti, preparazione fisica ai live, problemi con le radio e dello speciale rapporto con i fan sui social.

    Ciao Federico, come va?
    Bene! È una giornata cuscinetto tra la fine di un lungo lavoro e l’inizio di altri, quindi è interessante. Una giornata cuscinetto di agosto.

    Vi state un po’ riposando tra una data e l’altra del tour?
    Eh sì. Ma io nel frattempo sto facendo il disco nuovo di Le Luci Della Centrale Elettrica. Gli avevo prodotto lo scorso album e siamo rimasti un duo. Siamo una squadra su questo, quindi sono impegnato anche su altri fronti.

    Come ti trovi con questo ruolo di produttore, diverso da quello del musicista?
    Bene, benissimo. Come produttore ho cominciato da prima di fare il musicista, in realtà, nel senso che dall’inizio producevo; nasco producendo le nostre cose, è una parte di me che mi interessa tantissimo.

    È una specie di ritorno al passato per te?
    Sì: al di là del live, passare il tempo facendo musica in studio per me è semplicemente una delle più belle cose che si possano fare, in genere nella vita, come passaggio del tempo intendo. Se potessi fare solo questo tutta la vita, come uno che si trova benissimo a tagliar l’erba o uno che è contentissimo di mangiare o di dormire… Ecco, io sono contentissimo di questo. Quando la musica la porti in giro, o quando la suoni, è come se fossero due azioni diverse: ci sei di mezzo tu che suoni lo strumento, ma quello che senti in testa è diverso. È come scrivere, stare per i cavoli tuoi e creare qualcosa dal nulla. Eseguire è diverso, c’è dentro il corpo, la gente, farsi ascoltare… è un altro mondo.

    In alcune interviste avevate sottolineato la particolarità dell’esecuzione dei brani durante il lavoro in studio, durante le registrazioni di ‘Cultura Generale’ dove avete lavorato con un produttore (Gordon Raphael) che vi ha fatto sudare proprio nel senso stretto del termine.
    Esatto. Questo disco è stato come provare ad unire le due cose, stare in studio e suonare dal vivo: devi essere pronto fisicamente. Capisci una serie di cose quando unisci queste due caratteristiche, entrambe senza trucchi. Ed è molto interessante.

    Una curiosità: come vi preparate per i concerti? Oltre alle prove, ovviamente, visto che hai parlato di coinvolgimento fisico.
    Lo dobbiamo alla gente che ci viene a sentire, a noi stessi per fare i concerti come li facciamo, visto che siamo della gente sportiva nella vita (ride): comunque ci troviamo sempre a provare in settimana, anche in tour, anche adesso, anche ieri. Non avresti nessun bisogno di provare. Ci sono altri colleghi e altre band che ci prendono in giro perché facciamo i secchioni, ma in realtà è per abituare il corpo ad essere preciso su quei tempi e su quelle risposte. Prima di salire sul palco cerco di correre 20 minuti, faccio esercizi, cerco di arrivare sul palco un po’ stanco e col fiato rotto. È come se fossi già a metà partita, sono ‘scaldato’, arrivo già sudato! È bello perché nell’altro caso, se dai tantissimo subito, al terzo pezzo sei spompato…

    Come la storia di Steve Prefontaine, il maratoneta che impostò male la gara e dopo aver comandato per tre quarti di corsa, dovette mollare e arrivò quarto…
    Sì, e poi è morto! (Ride) Noi facciamo un sacco di preparazione fisica. Divi meno, ma perché scalda solo molto la voce, fisicamente è incredibile che riesca a fare tutto da unduetré

    Effettivamente i vostri brani hanno una discreta carica vocale.
    Non è una questione di preparazione per lui, Divi ha un dono, urla come un dannato.. E ci ha lavorato tantissimo. Tuttora mi stupisco per quanto urli, non è il growl del metal o dell’hardcore, è proprio voce piena e volume pieno; se quella cosa lì la facessi in una stanza sarebbe davvero brutto. È diventato precisissimo nel far questo: dieci anni fa, quando suonavamo, facevamo più o meno la stessa cosa, ci muovevamo ancora di più e nei localini dove eravamo facevamo un certo effetto, però se sentivi le registrazioni erano un casino, erano completamente imprecise su vari punti, erano più punk che altro… E non veniamo dal punk, noi.

    ministri

    Quindi se tu dovessi descrivere da dove venite, visto che non è dal punk? Quali sono le vostre basi?
    Veniamo dal punto in cui il rock ha cominciato a perdere di importanza e ha iniziato ad implodere, dai primi anni Duemila, l’ultimo grande movimento in qualche modo. Noi invece abbiamo passato un’adolescenza con tanti rock diversi, tanti generi diversi, per dire… Divi arrivava da Oasis e Blur, Britpop, Nirvana, e nel frattempo furoreggiava il punk alla Blink, uno si rifugiava nei Dream Theater e nel metal del genere, nel nu-metal dei Korn.. Un mischione clamoroso, basato sul non fregarsene niente dell’Italia. Fino ai 23 anni, finché non ci siamo entrati, non sapevamo niente della scena indie italiana e non conoscevamo per esempio gli Afterhours, tutta quella roba lì… Il tentativo fu di mettere su qualcosa di italiano, piegandolo in una maniera diversa. I primi tre anni lavoravamo su una base nu-metal molto fuori fuoco, facevamo molte cose da metallari ma non funzionava. Poi ci sono stati dei dischi come quelli degli Strokes o Songs For The Deaf dei Queens Of The Stone Age che ci hanno cambiato abbastanza la vita…

    E anche il modo di suonare è stato influenzato da quel periodo che potremmo definire di ‘decadentismo rock’?
    Sì, esatto, riuscivamo a trovare dei momenti di contatto e di ispirazione con quella roba lì. Ci interessava quello che stava succedendo all’estero, non proprio quello che succedeva in Italia; di quello ce ne siamo accorti dopo.

    Volevo chiederti un chiarimento su un commento che avete fatto sul palco durante il concerto di Roma (il 29 luglio 2016) cui ero presente. Avete ringraziato le poche radio che vi passano: perché, secondo te, non siete ‘apprezzati’ dalle radio?
    Credo che in generale le radio in Italia siano semplicemente una rappresentazione di loro stesse, non di un mondo, della realtà musicale o della gente che c’è in quel paese.

    Paradossalmente è un mondo che io non riesco a incontrare nemmeno nella vita; non conosco chi ascolta certa roba. È notizia di questi giorni che il direttore delle Radio Rai Carlo Conti ha chiuso un programma su Rai Radio2, ‘Babylon‘ di Carlo Pastore, che era un programma di superlivello e peraltro andava in onda una volta a settimana.

    Proponeva insomma una musica diversa rispetto a quella che si sente in radio.
    C’è anche il dovere di rappresentare una parte di mondo, e invece… Voglio dire dire, neanche gli XX passano in radio in Italia, eppure se vengono a fare un concerto fanno il pienone ovunque. Per dire, la radio in Italia non passa neanche James Blake, quindi I Ministri sono l’ultimo dei problemi (ride). Io non voglio me in radio: voglio che almeno passi Jack White, sarebbe un bell’inizio. Ma non parlo solo del rock, anche altre cose tipo Snoop Dogg: non lo senti nella radio italiana.

    È vero che quando fai il classico skip in radio mentre sei in macchina, capita di sentire sempre le solite canzoni.
    Ogni tanto becchi la stessa canzone in tre radio diverse: lo stesso Ligabue passato in tre stazioni diverse. Ovviamente non è un problema di Ligabue, intendiamoci, lui fa il suo mestiere bene e complimenti a lui, ma non ha senso che una cosa come la radio non abbia un livello di differenziazione. È sempre stato così per la musica in Italia, è qualcosa che dipende anche un po’ da tutta la sinistra sessantottina che ha preso in mano i centri di cultura. Non era gente musicale, sostanzialmente non ascoltavano musica. Mia madre ascoltava Guccini, mentre mio padre che ascoltava i King Crimson e i Genesis era un non politico e non andava bene, i Genesis erano quasi da ‘fascisti’… Mancava terribilmente la cultura della differenziazione, e si sente.

    Puoi farci un bilancio di questo tour estivo? Diciamo della prima parte, visto che comunque avete altre date e sarete anche all’Home Festival di Treviso?
    Per me non esiste più la prima parte e la seconda parte, ormai è così da sempre (sorride). Stiamo facendo cose molto diverse in quest’estate, incontriamo della gente che non ci capita di vedere di solito. Ad esempio al concerto dei Pixies, che era da 35 euro, non è che viene tutta la Torino che normalmente ti segue e che magari sono dei ragazzi, che per vederti in apertura a 35 euro ai Pixies e non sanno nemmeno chi siano, ecco, magari non ci vengono. Incontriamo un sacco di persone nuove, sembra di tornare indietro: ti trovi davanti ad una platea che devi convincere ed è diverso da una platea che è, tra virgolette, già d’accordo con te. Chi è lì per te, quando è forte come partecipazione e non solo numericamente, ti trasmette tantissimo e vengono fuori delle forze sovrumane sul palco. Ma quando non sono lì per te è un’altra cosa, sei tu con le tue forze che devi convincere qualcuno fuori.

    Il problema del gruppo spalla, insomma?
    In realtà noi ci divertivamo sempre un sacco come gruppo spalla, perché non avevamo da giocarci nulla nella serata. Comunque andasse, sapevamo che potevamo solo fare meglio e aggiungere qualcosa.

    Sei molto ottimista!
    Sono molto Pollyanna (ride), mi ci chiama già mia madre.

    È molto inusuale nel mondo della comunicazione italiana, soprattutto quella musicale, il vostro modo di usare i social, con locandine ad hoc e post diretti. Voi come vi trovate online, al di là dell’operazione di servizio su concerti e comunicazioni varie ai fan?
    Ahahaha questa domanda riguarda principalmente me, è un grande problema della mia vita! (ride) È un carico di roba grossissimo da fare, mi faccio venire delle idee, tipo quella di fare tutti i vinili disegnati a mano. È stato uno sbattimento infinito! Principalmente è un discorso di passione, perché mi piace tantissimo fare tutte queste cose e voglio che sia mantenuto un certo tipo di tono, quindi nessuno ha controllato mai le nostre pagine, nemmeno per il minimo tweet. Abbiamo cominciato quando stavamo venendo fuori, a Milano, dieci anni fa, agli albori di Myspace; io pensavo semplicemente a fare tutto il possibile per cercare di dire che i nostri erano concerti diversi dal solito, anche se in fondo sempre concerti erano. Andavo a piazzare le locandine in giro per Milano, naturalmente abusive, e vicino all’università: le mettevo io, era una cosa molto fisica e mi divertiva moltissimo. Quando è partito il nostro primo tour, mi sono detto che lo dovevo fare per ogni concerto, quasi per scaramanzia, perché non potevo mancare se le cose andavano bene. Ci sono legato per una questione di destino.

    È una superstizione che è diventata una religione e un portafortuna, insomma.
    Esatto! Alcune locandine sono complicatissime, ci metto anche tre ore, mi portano via una grandissima parte della giornata… Oggi per esempio devo fare quella del concerto di Grosseto e non ho ancora l’idea. Non posso più fare cose normali, c’è un tot di pubblico che si aspetta comunque una cosa brillante, in un modo diverso ma sempre brillante. Ci devo pensare prima un botto! Praticamente è diventato un lavoro non pagato a lato di tutta la cosa.

    Per Grosseto puoi usare anche il simbolo cittadino: è un cinghiale.
    Sì, ma come?! È complesso, il compito di oggi sarà questo, sarà fare la locandina di questo concerto. (ride)

    Un grazie a Federico Dragogna per la disponibilità e la simpatia.

    All’Home Festival 2016 a Treviso saranno presenti alcuni dei migliori nomi italiani e internazionali della musica, principalmente rock ma non solo. Dopo l’anticipazione gratuita del 31 agosto con alcuni gruppi locali, dal 1 al 4 settembre si terrà ufficialmente la manifestazione musicale veneta. Ecco i concerti da non perdere:

    1 settembre: Editors, Ministri, 2ManyDjs, I Cani, Jaselli, Selton
    2 settembre: Prodigy, Alborosie, Il Teatro Degli Orrori, Dub FX
    3 settembre: Martin Garrix, Fabri Fibra, Eagles Of Death Metal, Salmo, Enter Shikari, Gemitaiz, Iosonouncane
    4 settembre: Max Gazzé, Vinicio Capossela, 2Cellos, Benji&Fede, Dubioza Kolektiv, Coez, Landlord

    Il costo dei biglietti dell’Home Festival 2016 di Treviso è di 18 euro + diritti prevendita per l’ingresso giornaliero, mentre l’abbonamento valido per i quattro giorni ha il costo di 60 euro + diritti prevendita.

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