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Le dieci band più grandi di tutti i tempi

Le dieci band più grandi di tutti i tempi
da in Band, Classifiche musicali, Rock, Spettacoli
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 17/05/2017 12:56

    Oggi ci allontaniamo dall’attualità e proviamo a stilare bilanci, classifiche e a tirare un po’ le somme, facendo un giochino vecchio tra gli appassionati di musica: elencheremo le migliori dieci band di tutti i tempi. Né solisti né esecutori. I gruppi che hanno fatto grande la musica pop/rock. Ovviamente si tratta di una classifica personale, per quanto basata il più possibile su criteri ‘oggettivi’, ma voi potete dire la vostra tramite i commenti che aspettiamo numerosi.

    Naturalmente, quando giungerete alla fine, qualcuno si domanderà magari con rabbia perché manchi questa o quell’altra band. Come i Clash, i Doors, i Kraftwerk (importantissimi per tutta la musica elettronica) o i Sonic Youth. Purtroppo certe scelte andavano fatte, magari ‘dolorosamente’, e proprio per questo non abbiamo inserito alcuni gruppi che amiamo tantissimo, come i Cure o gli Smashing Pumpkins. E voi invece, che ne pensate? Qual è la vostra top ten di tutti i tempi?

    Al primo posto, andando in ordine cronologico, non posso non mettere i Beatles. Il gruppo di Liverpool non è stato solo un fenomeno musicale, ma anche socio-culturale, e persino economico: la storia dice che con la vendita dei loro dischi l’impero di sua maestà la regina ha potuto sanare le casse dello stato… Ma aldilà di questo, quanti possono dire in tutta onestà di non conoscere decine di classici dei Beatles? Oltre alle canzoni più famose, da ‘Yesterday’ a ‘Michelle’, da ‘Love Me Do’ a ‘Please Please Me’, da ‘Help!’ a ‘Hey Jude’, i Fab Four erano un gruppo capace anche di accontentare i palati più raffinati del rock. Questo grazie alla loro pionieristica maniera di utilizzare lo studio di registrazione per sfruttare tutte le potenzialità insite nelle canzoni. I Beatles furono tra i primi gruppi pop, nei grandi anni sessanta, in un’epoca di intensa innovazione e sperimentazione, a capire che dalla manipolazione in studio potevano aprirsi scenari fantastici per la musica.

    La band di Liverpool fu anche una delle prime a concepire gli album non più come raccolte di singoli ma come opere pensate nella loro interezza. Questo passaggio è avvenuto verso metà della loro carriera ed è ben ravvisabile nella discografia: dalle iniziali raccolte di singoli condite con qualche riempitivo si passa ai capolavori ‘Revolver’, ‘Rubber Soul’, ‘Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band’, ‘Abbey Road’, ‘The Beatles’ (il famoso ‘White Album’, chiamato così per la copertina bianca). Non è poco… Senza contare le migliaia di imitatori e la pesante influenza che hanno esercitato nei quarant’anni successivi. E a chi dice che facevano solo canzonette, mi limito a consigliare un bell’ascolto di canzoni come ‘Tomorrow Never Knows’, ‘A Day in the Life’ e certi pezzi del White Album: ci troveranno belle sorprese.

    Passiamo quindi alla band che storicamente è stata accostata, o forse sarebbe meglio dire opposta, ai Beatles: i Rolling Stones, chi altri? A volte la vita è strana: sono passati decenni in cui si è detto che i due gruppi erano in conflitto, che i quattro di Liverpool erano i bravi ragazzi del pop e gli Stones i cattivi rockettari. In realtà la storia è molto diversa: infatti i membri delle band si frequentavano, partecipavano insieme ad attività allora come oggi molto praticate (festini a base di droghe e orge), collaboravano e si stimavano. All’inizio della loro carriera i Rolling Stones avevano anche inciso ‘I Wanna Be Your Man’, uno dei loro primi singoli. Chi erano gli autori? Lennon e McCartney! Anche per quanto riguarda la discografia dei Rolling Stones ci sono tanti capolavori e almeno fino agli anni settanta (visto che continuano ancora) si pesca quasi sempre bene: citiamo solo i più famosi e significativi album, come ‘Aftermath’, ‘Exile on Main Street’, ‘Let It Bleed’, ‘Beggars Banquet’, ‘Sticky Fingers’ (con la famosa copertina-cerniera) e ‘Some Girls’.

    Contemporanei di queste due band inglesi ce n’erano tante altre importanti. Una che è stata veramente fondamentale per tutta la musica sono stati i Velvet Underground guidati da Lou Reed e John Cale (il quale poi abbandonò il gruppo). Dagli esordi con Andy Warhol e il suo entourage e lo spettacolo ‘Exploding Plastic Inevitable’ al famoso album con Nico e la banana in copertina, fino alle evoluzioni che porteranno ad altri dischi immortali come ‘White Light/White Heat’ e ‘Loaded’, e infine allo scioglimento (con un disco apocrifo arbitrariamente firmato col nome ‘Velvet Underground’ da un membro subentrato successivamente, Doug Yule), di questa gloriosa band americana solitamente si dice, riprendendo la famosa teoria di Brian Eno, che all’epoca li ascoltarono in pochi, ma quei pochi formarono tutti una loro band. L’influenza dei VU su molta musica a venire è stata immensa.

    Attraversando di nuovo l’oceano e tornando nel Regno Unito, e proprio a Londra, troviamo un’altra band che è diventata leggenda: i Pink Floyd. Qua potrei attirarmi le ire dei fan più integralisti, perché si tratta di un gruppo che amo molto ma al quale non risparmio critiche per certi dischi poco riusciti o sopravvalutati. Credo che i Pink Floyd più significativi per la musica siano quelli degli esordi, con Syd Barrett in formazione. Quelli dei primi singoli e dell’album di debutto ‘The Piper At The Gates of Dawn’, o del successivo ‘A Saucerful of Secrets’. I Pink Floyd che vennero dopo, quelli capitanati da Roger Waters dopo la pazzia di Barrett, con David Gilmour alla chitarra, sono erroneamente definiti a volte come inventori della psichedelia… Diciamo che chi lo afferma è in ritardo di una decina d’anni. Negli anni settanta il gruppo era a metà strada tra un magniloquente rock progressivo e una psichedelia dalle atmosfere molto dilatate. Uscirono album bellissimi come ‘The Dark Side of the Moon’, o altri che contenevano pezzi memorabili come ‘Wish You Were Here’ (con ‘Shine on You Crazy Diamond’) o ‘Meddle’ (con ‘Echoes’). Altri ancora erano semplicemente pomposi, dispersivi o inutili. Salvo in parte ‘The Wall’, un’opera comunque a suo modo fondamentale, perché contiene alcuni grandi pezzi e perché preso nel suo progetto complessivo, considerando ovvero anche il film, le canzoni guadagnano molto. Aldilà di certi eccessi musicali, i Pink Floyd rimangono un gruppo fondamentale non fosse altro per i milioni di fan che riescono ancora a reclutare a distanza di decenni: mai ufficialmente sciolta, basta un vago accenno di reunion (come quello per il Live Eight) per fare accorrere fiumi di persone.

    Rimaniamo ancora in Inghilterra coi Led Zeppelin. Ero indeciso se mettere loro o i Black Sabbath, per l’enorme impatto che questi hanno avuto vent’anni dopo su generi come il grunge o lo stoner. Purtroppo però bisogna fare delle scelte che costano il posto ad altri gruppi magari altrettanto meritevoli di essere inseriti. La band di Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham rientra comunque a pienissimo titolo tra i dieci grandi. Anche qui, oltre a un imprecisato numero di classici (‘Whole Lotta Love’, ‘Ramble On’, ‘Stairway to Heaven’, ‘Kashmir’, ‘Heartbreaker’, ‘Dazed and Confused’, ecc.), conta molto l’influenza che hanno avuto su tutto ciò che è venuto dopo di loro. Di solito vengono identificati come i capostipiti dell’hard, assieme appunto a Black Sabbath e a Deep Purple, ma di fatto il loro repertorio contiene molte parti acustiche, e grande rilevanza hanno il blues e il folk. Ridurre tutto a una faccenda di chitarre distorte sarebbe fare un torto a questo grandissimo quartetto inglese.

    E sempre dall’Inghilterra arriva la band simbolo del punk: i Sex Pistols. Considerati all’epoca il segno dell’imbarbarimento della civiltà per i loro gesti oltraggiosi, le bestemmie in tv, il look trasgressivo, la band di Johnny ‘Rotten’ Lydon e compagni è stata soprattutto quella che ha portato il punk a livelli di consumo popolare che poche altre band sono riuscite a eguagliare. Anche se molti citerebbero piuttosto i Ramones (americani) o i Clash (più complessi e variegati dal punto di vista musicale), a mio parere i Pistols si fanno preferire perché incarnano meglio di altri l’immaginario legato al punk, unito a un successo planetario. Si rimane comunque sorpresi a leggere in importanti libri che i punk americani si consideravano i veri creatori del genere, così come che i musicisti della successiva era post-punk consideravano quei gruppi come reazionari, dediti a un rock’n'roll tutto sommato convenzionale. Lo stesso Lydon, d’altra parte, dopo i Sex Pistols fondò i PIL (Public Image Limited), una delle più importanti band post-punk. Della band inglese di cui fece parte anche il defunto bassista Sid Vicious esistono numerosissime testimonianze discografiche, ma l’unica da avere veramente è il solo album che mai registrarono: il celeberrimo ‘Never Mind the Bollocks’.

    Dalla scena post-punk, anche se certi puristi snob storcono il naso, vengono anche due band che hanno avuto nel corso degli anni un successo mondiale che ha fatto loro contendere spesso lo scettro di migliore gruppo rock del mondo, grazie anche a concerti eccezionali. La prima di queste è rappresentata ovviamente dagli U2. Bono, The Edge, Larry Mullen jr. e Adam Clayton sono diventati il prototipo di band da stadio e nel corso degli anni si sono costruiti un seguito di milioni di fan grazie a capolavori come ‘War’, ‘The Unforgettable Fire’, ‘The Joshua Tree’. Non si sono adagiati però nel loro successo, cercando nuove vie musicali con album dai sound innovativi come ‘Achtung Baby’, ‘Zooropa’ e ‘Pop’. Forse solo ora stanno emergendo un po’ ii segni del tempo nella creatività del gruppo, complice forse anche la figura di Bono sempre più ‘predicatore’ contro i problemi (reali) del pianeta. L’impegno politico e sociale è sempre stato parte fondamentale della carriera degli U2, ma forse ultimamente la musica è passata in secondo piano… Rimane comunque un gruppo capace di insegnare molte cose alla stragrande maggioranza di band fatte da ragazzini molto presuntuosi, e per ciò che ha fatto in passato si merita di diritto un posto in questa top ten.

    La seconda di queste band sono i R.E.M. che, partiti dai successi presso le radio dei college americani hanno scalato le vette del rock mondiale in virtù di canzoni e album strepitosi, un’abilità di scrittura formidabile, uno stile inconfondibile (grazie anche alla particolare voce di Michael Stipe, riconoscibile sin dalla prima nota) e una presenza scenica che non ha eguali. ‘Murmur’, ‘Document’, con la famosa ‘It’s the End of the World as We Know It (and I Feel Fine)’ di cui Ligabue fece la cover (‘A che ora è la fine del mondo?’), ‘Out of Time’, ‘Automatic for the People’, ‘New Adventures in Hi-Fi’ sono tutte pietre miliari non solo nella discografia del quartetto (ormai sciolto) di Athens, in Georgia, ma di tutto il rock mondiale.

    Ci avviamo alla conclusione. La nona band ha davvero rivoluzionato la scena musicale, influenzando non solo tante band e musicisti, ma anche l’industria discografica e il pubblico, operando grandi cambiamenti culturali, nel modo di vestire, nel modo di comportarsi, dando voce a tante persone che sentivano di averla persa. I Nirvana sono riusciti in questa impresa quasi involontariamente, grazie al carisma e alla bravura del loro sfortunato, fragilissimo leader, quel Kurt Cobain diventato suo malgrado un mito ma che avrebbe volentieri barattato il successo con la possibilità di potersi esprimere liberamente e, probabilmente, con un po’ di malessere (fisico ed esistenziale) in meno. Che i Nirvana sarebbero rimasti un grande gruppo non possiamo ovviamente saperlo con certezza. Possiamo però intuirlo dalla progressiva maturazione dei loro pochi lavori discografici, e dal fatto che il loro testamento, lo splendido, famosissimo ‘Unplugged’, mostra un’evoluzione inaspettata (una band che passa dal rock più selvaggio ad arrangiamenti acustici) che denotano un talento capace di rinnovarsi, di ricercare altre soluzioni oltre a quelle – più sicure – già sperimentate. Tutti ricordano ‘Nevermind’, che è sicuramente un capolavoro, ma a mio parere l’album migliore e più riuscito del gruppo è il successivo ‘In Utero’, ultimo disco in studio.

    Chiudiamo quindi con una band che forse inaspettatamente sta in questa lista, ma che per quello che sta facendo, per il modo in cui lo sta facendo e per la qualità assoluta della musica proposta è sicuramente meritevole di rientrare nella top ten: i Radiohead. La band di Oxford non sbaglia un colpo da quando si è formata e da quando pubblica dischi. Difficilmente qualcuno avrebbe potuto prevedere l’incredibile evoluzione sonora dall’indie-rock degli esordi (l’ep ‘Pop is Dead’, l’album di esordio ‘Pablo Honey’) alla psichedelia alternative rock di ‘Ok Computer’ fino alle suggestioni elettroniche e perfino jazz degli album successivi. Uno degli ultimi lavori della band guidata da Thom Yorke, ‘In Rainbows’, ha scatenato il dibattito per la scelta di distribuirlo inizialmente su internet via mp3 a offerta libera, ma aldilà delle discussioni si tratta di un autentico gioiello, segno che i cinque musicisti inglesi hanno di nuovo fatto centro, mescolando la qualità della loro scrittura a un impegno ‘politico’ (sia per la salvaguardia del pianeta che contro certe dinamiche di mercato, non solo quello discografico) che appare sincero e coerente. Dipende dai gusti, certo, ma qualsiasi album dei Radiohead sceglierete di ascoltare sarà una bellissima esperienza.

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