Il team building che non ti aspetti? Provate con Sartoria della Musica

Il team building che non ti aspetti? Provate con Sartoria della Musica
da in Cantanti, Musica, Spettacoli
Ultimo aggiornamento: Venerdì 05/06/2015 18:58

    Sono contenta di parlarvi di un evento a cui ho partecipato: unico, divertente e veramente indimenticabile. Ve lo racconto passo passo. Mio marito, in qualità di sales manager della sua azienda, ad inizio aprile è stato invitato a un misterioso evento, apparentemente legato al suo business. Misterioso in quanto non gli viene spiegato nulla di quanto succederà durante la serata. Lecito supporre che il meccanismo sia il solito: ci si incontra in un bel posto, si beve del vino chiacchierando per lo più con sconosciuti e cercando di intessere promettenti relazioni, si assaggia qualche stuzzichino. Il sales manager di cui sopra, in qualità di marito, la mattina stessa dell’evento chiede a me di accompagnarlo, ma giusto per non andare da solo. Realizzando di non essermi lavata i capelli e di non avere ovviamente niente da mettermi, mi lamento un po’ dello scarso preavviso, ma accetto di accompagnarlo. “Ci vediamo alle 18,30, andiamo in taxi”. Arriviamo alle 19 circa in una location che ci pare quella dove girano Masterchef. Lo è veramente, ma lo scopriremo dopo. Lasciamo le giacche, compiliamo un foglio che ha tutto l’aspetto di una liberatoria (“Vi filmeremo, per questo”. E perché? Oddio!) e saliamo al piano di sopra. Tutto secondo previsione: c’è il prosecco, un po’ di sound in sottofondo, uno spazio fumatori all’esterno, un centinaio di persone che si guarda in giro tra il timido e lo speranzoso. Non c’è niente da mangiare, ma son le 19,30, magari dopo (vi rivelo già che a fine serata un ottimo buffet ha soddisfatto tutti, sia per qualità che per quantità). E’ verso le 20 che tutto diventa stra-ordinario. Veniamo invitati a disporci a semicerchio intorno a una piccola band che canta e suona dal vivo September degli Earth, Wind and Fire. Innegabilmente bravissimi e coinvolgenti, ma non vi nascondo che il mio pensiero in quel momento è stato: mica faranno un concerto intero? Tenendoci qua in piedi e affamati? (Momento verità: vi confesso che la musica non rientra tra le mie grandi passioni, non conosco quasi nessuna canzone a memoria, il mio contributo alle rade, per me pallosissime serate con chitarra è fare du-du-du ai ritornelli. Non mi ricordo nessuna sigla dei cartoni animati, nemmeno Heidi. Sono una brutta persona, lo so). Timori in ogni caso subito dissipati: finita la performance, ci invitano ad avvicinarci all’orchestra. “Di più, di più”. Siamo in cerchio intorno alla band. Ci comunicano che, tempo un paio d’ore, saremo in grado di cantare una canzone tutti insieme. Non sono una persona timida, ma vi assicuro che una certa apprensione l’ho provata. E anche un po’ di scetticismo. Ci distribuiscono un foglio con il testo di una canzone gospel (I’m a believer), ci dividono in maschi e femmine. Poi dividono le donne in “chi canta normale” e “chi canta come Whitney Houston”. Io non so cosa scegliere, ma certo “I will always love you” non m’è mai venuta come a lei (du-du-du). Quindi mi metto tra quelle normali, ben consapevole dei miei limiti: le sub-normali non sono contemplate? E’ esattamente in questo momento che si compie il miracolo: le persone, io compresa, inizialmente un po’ titubanti, guidate, supportate, motivate da quella piccola (poco numerosa) ma grande (per entusiasmo, grinta e simpatia) band, cominciano a sciogliersi, a sentire il pezzo, a imparare le intonazioni, e DAVVERO, nel giro di, ma che due ore, ne è bastata una, beh… sono pronte a cantare tutta la canzone e soprattutto, veramente desiderose di farlo! Ma non basta: alla performance completa serve una coreografia. Pensate che sia stato difficile, a questo punto, chiedere alla gente di allentare le cravatte, mollare le borse, allargare le braccia e lasciarsi andare? Neanche per sogno! Tutti lì a ballare e scatenarsi, senza alcun freno. Tutti più amici, tutti più uniti. Bellissimo! Considerate che noi eravamo praticamente tutti estranei, ma una cosa del genere ha secondo me un così grande valore coesivo che la consiglio a tutti quelli che, alla ricerca di attività aziendali ricreative, vogliano ricostruire il proprio gruppo attorno a una serie di valori condivisi. Questa è l’attività di team building perfetta: altro che rafting, o spararsi con la vernice! P.S. Se volete contattare la band o scoprire altri dettagli su questa iniziativa, visitate il sito sartoriadellamusica.it e leggete nella prossima pagina la breve intervista che Paolo Picutti, il fondatore della Sartoria, mi ha consegnato per spiegarvi molto meglio di quanto possa fare io il suo progetto.

    Gestire il ritmo, coordinare il respiro, far convergere una molteplicità di voci in un’unica armonia sono tutti presupposti che stanno alla base per raggiungere la miglior performance possibile. In che termini questi aspetti possono essere visti come strumenti per lavorare in team? Il coro è un micro-insieme che presenta le stesse caratteristiche e le stesse dinamiche di insiemi più grandi, con la differenza che non si può salire sul palcoscenico a reclamare attestati: la performance o funziona o non funziona. L’intera attività viene quindi preparata in vista del risultato – “no excuse, no exceptions”. La leadership diventa impersonale e viene assegnata alla competenza; in quanto tale, ripristina il suo significato autentico (il leader è il conducente, non il condottiero) e viene accettata e condivisa naturalmente in una struttura non necessariamente verticale. La complessità degli elementi che formano una buona performance viene affrontata spontaneamente riattivando il senso ludico della “squadra”. In che modo ritenete che un team building costruito proiettando i partecipanti in una performance come quella di mettere in piedi un coro gospel possa essere funzionale nell’ambito di un contesto formativo aziendale? Quali sono le opportunità che consentono di risolvere problematiche aziendali se trattate in coro? Nel coro esistono diversi livelli di equilibrio. Il primo livello è all’interno delle singole sezioni, formate da voci con registro congruente: l’obiettivo è riuscire a non distinguere la propria voce nell’insieme. Il secondo livello di equilibrio è quello tra le sezioni, ed è dinamico: ogni sezione dovrà variare di intensità con o contro le altre, in base al momento musicale. Il terzo livello, quasi sempre sottovalutato, è tra il solista del momento e il coro: va inteso come un normale equilibrio tra sezioni, non come un gruppo di persone che “serve” il più bravo. La performance non avrà successo se questi tre livelli non verranno rispettati, e il risultato finale sarà ugualmente gratificante per tutti gli elementi del gruppo. Questo, in genere, non succede in azienda. Nella vita come nel lavoro c’è sempre chi si espone meno di altri, per paura di compromettere certi equilibri. Quanto preparare una performance gospel potrebbe aiutare a mettersi in gioco un po’ di più? Lo stile scelto per questo team building implica l’uso del corpo e viene posta una particolare attenzione alla parte coreografica per ogni sezione. Sperimentare il coordinamento dei movimenti fruendo della forza del gruppo abbatte le singole ritrosie e crea una forza collettiva in azione. Parliamo sempre di un contesto sperimentale di team building. Potrebbe essere che cantare aiuti a stanare alcuni aspetti della personalità? Il nostro team building è inconsueto, ma non sperimentale. Sperimentale è un termine appropriato per un contesto di pratiche nuove, noi abbiamo solo estratto e rimarcato i molti aspetti impliciti di prassi istintive che esistono da sempre. In un coro, la diversità è la risorsa, non il problema… scoprirsi valorizzato nelle proprie peculiarità, sentire che queste arricchiscono il contesto generale è uno dei modi di ripensarsi all’interno del gruppo. Accade tuttavia anche di scoprire quanto un collega sottovalutato possa improvvisamente mostrare competenze inaspettate. Che format proponete? Quanto dura e come viene strutturato? Il team building dura circa tre ore nella fase di costruzione della performance, in cui viene presentato del tutto in forma ludica, e dovrebbe prevedere in seguito una attenta ed accurata fase di debriefing, di durata variabile, per portare al cosciente il modello di pratiche usato istintivamente ed esportabile nel proprio quotidiano. Quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere? L’obiettivo è di portare alla luce quegli elementi che formano una squadra capace di condurre a termine un dato compito in un dato periodo di tempo, mostrare quali dinamiche risultano funzionali e quali no, trasformare le dinamiche personali in funzione delle necessità del gruppo aumentando contemporaneamente il livello di soddisfazione personale.

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