Marlon Brando: film più belli del leggendario attore morto 10 anni fa

Marlon Brando: film più belli del leggendario attore morto 10 anni fa
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    10 anni senza Marlon Brando

    10 anni fa, esattamente il 1° luglio 2004, moriva a 80 anni Marlon Brando, uno dei più grandi e popolari attori di ogni tempo. Moriva purtroppo (relativamente) povero, malato, grasso e solo, dopo aver sopportato le tragedie di una figlia, Cheyenne, suicida, e di un altro figlio, Christian, condannato per omicidio (e a sua volta poi morto nel 2008). Una fine non troppo felice per un uomo che negli anni ruggenti aveva messo d’accordo le donne di tutto il mondo (‘Trovavo donne che si infilavano nel mio letto, dovunque. Arrivavano a offrirmi soldi o si offrivano di lavarmi i piedi, come Gesù. Ma io non volevo finire in croce‘, raccontava quasi stupito il vecchio Marlon) e conquistato la critica internazionale per capolavori come Fronte del Porto, Gli ammutinati del Bounty, Giulio Cesare, Viva Zapata!, Apocalypse Now, Ultimo tango a Parigi, Queimada e Il Padrino. Giusto ricordarlo con i suoi film più belli.

    Il premio grande successo cinematografico di Marlon Brando fu Un Tram Che Si Chiama Desiderio, diretto nel 1951 da Elia Kazan e basato sull’omonimo dramma di Tennessee Williams. Del resto Brando conosceva alla perfezione il ruolo del protagonista Stanley Kowalski per averlo già interpretato in teatro. La ricezione della critica fu molto positiva nei confronti di Brando, che fu subito etichettato come il nuovo sex symbol di Hollywood e conquistò anche la sua prima nomination agli Oscar. Co-protagonista del film era Vivien Leigh, la Rossella O’Hara di Via col Vento.

    In Viva Zapata! del ’52 Marlon Brando affrontò il ruolo di Emiliano Zapata, ancora una volta sotto la direzione di Elia Kazan, vincendo il Prix d’interpretation masculine al Festival di Cannes e ottenendo una seconda nomination agli Oscar come miglior attore protagonista. In questo film lavorò insieme a Jean Peters, Anthony Quinn e Joseph Wiseman.

    Dopo Zapata, Marlon Brando vestì anche i panni di Marco Antonio nel film Giulio Cesare di Joseph L. Mankiewicz, affiancato dall’amico e collega James Mason. Anche questo film gli valse una nomination agli Oscar, la terza in tre anni, e un BAFTA quale miglior attore internazionale.

    Il Selvaggio, diretto da Laszlo Benedek nel 1953, vide Brando nel ruolo di un ribelle appassionato di motocicletta, precisamente una Triumph Thunderbird 6T. Le immagini dell’attore con giacca di pelle e blue-jeans in sella o in posa sulla moto, sono tra le più iconiche della sua filmografia, tanto che al Madame Tussauds c’è una sua statua di cera ispirata proprio a questo film.

    Nel ’54 Marlon Brando interpretò la parte di Terry Malloy in quello che molti indicano come il suo miglior film in assoluto, Fronte del Porto, ancora di Elia Kazan. Questa pellicola, che gli fece finalmente vincere l’Oscar come miglior attore protagonista (oltre a svariati altri premi tra cui il Golden Globe), è passata alla storia anche per la sua famosa frase ‘Ma non è questo. È questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso‘, che l’American Film Institute ha votato come la 3^ frase più famosa nella storia del cinema.

    In Sayonara del ’57, di Joshua Logan, Marlon Brando recitò i panni di un ufficiale dell’aviazione statunitense innamoratosi di una ragazza giapponese. Il film fu molto criticato per le sue innumerevoli discussioni riguardanti il matrimonio interrazziale ma si rivelò un grande successo guadagnando 10 nomination ai premi Oscar, compresa una candidatura a Brando come miglior attore.

    Indimenticabile l’interpretazione di Brando in Gli Ammutinati del Bounty (1962) di Lewis Milestone, nel ruolo del leggendario primo ufficiale Fletcher Christian, in cui Brando delineò definitivamente i tratti particolarissimi del divo hollywoodiano, facendosi una volta di più interprete di uno stile cupo e istrionico. Fu uno dei suoi più grandi film degli anni ’60, nel quale venne affiancato da Trevor Howard, Richard Harris, Hugh Griffith e Richard Haydn.

    Dopo alcuni flop commerciali, nel ’69 Marlon Brando dette una zampata delle sue con Queimada di Gillo Pontecorvo, un film drammatico in chiave politica che volle essere una critica verso ogni forma di colonialismo. Girato quasi interamente a Cartagena, in Colombia, il regista italiano usò per protagonisti molti nativi locali analfabeti, in una condizione molto simile a quella degli abitanti delle colonie sfruttati dai bianchi e diffidenti verso gli stranieri.

    Deluso dagli insuccessi degli ultimi anni, a parte Queimada, Marlon Brando stava quasi pensando di ritirarsi dal cinema quando nel 1972 la sua carriera venne risollevata da Francis Ford Coppola, il quale scritturò l’attore per il ruolo del mafioso Don Vito Corleone nel film Il Padrino. Grazie a questa grande interpretazione Brando vinse il suo secondo Oscar, ma l’attore rifiutò il premio in protesta contro il modo in cui Hollywood trattava i popoli dei nativi americani.

    Con il controverso Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, nel quale recitò con Maria Schneider e grazie al quale ottiene un’altra nomination ai premi Oscar, Marlon Brando riconfermò la sua rinascita già avviata con Il Padrino. Il film però creò molti scandali al pubblico (e innumerevoli problemi con la censura, fino al ritiro del film dalle sale) a causa delle numerose scene di sesso presenti tra cui, celeberrima, quella del ‘burro’, su cui si discute ancora oggi.

    Nel 1979 il mito di Marlon Brando fu consacrato con un’ultima grande interpretazione, quella dell’inquietante colonnello Kurtz in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, film incentrato sulla guerra del Vietnam e nel quale Brando recitò accanto a un giovane Martin Sheen, entrando imperiosamente in scena nelle leggendarie battute finali della pellicola.

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