Hikikomori in Italia: sono più di centomila i giovani dipendenti da Internet

Gli hikikomori, gli adolescenti ritirati sociali, sono in aumento anche in Italia: secondo le ultime stime sono più di centomila i giovani dipendenti da Internet. Lo psicoterapeuta degli hikikomori italiani: «La scelta di chiudersi in casa è quasi sempre la conseguenza di un fatto traumatico»

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    Hikikomori in Italia: sono più di centomila i giovani dipendenti da Internet

    Sono più di centomila gli hikikomori in Italia. Aumenta sempre di più il fenomeno dei giovani dipendenti da Internet, i cosiddetti adolescenti ritirati sociali, che tendono a sostituire i rapporti diretti con quelli che vengono mediati attraverso la rete. I casi sono molto diffusi in Giappone, dove il fenomeno fu studiato per primo negli anni ottanta e dove fu coniato il termine hikikomori. Gli adolescenti dipendenti dalla rete sono in aumento in tutto il mondo e anche in Italia.

    Gli hikikomori si riconoscono da alcuni atteggiamenti: si ritrovano a controllare il profilo Facebook di notte, rinunciano alla vita reale per restare a chattare e la casa diventa una sorta di bunker, all’interno del quale si può trovare il proprio spazio protetto. L’unica porta per comunicare con il mondo esterno, ma senza esporsi troppo, resta il computer connesso a Internet. L’autoreclusione inizia dalla scuola. Dapprima ci si ritira nella propria camera davanti a uno schermo. Poi si evitano i contatti con il mondo della scuola e con tutta la scena sociale.

    Gli esperti spiegano che di solito l’abbandono scolastico si verifica nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi, dai dati analizzati si è compreso che può essere anticipato anche alle medie. Di solito i ragazzini manifestano mal di pancia e mal di testa, ma si scopre che si tratta soltanto di sintomi fisici per sfuggire a un ambiente vissuto come una sorta di vero e proprio incubo.

    Il web diventa una sorta di valvola di sfogo e si resta connessi anche di notte, invertendo i ritmi circadiani, dormendo di giorno. Anche in casa gli adolescenti autoreclusi passano da una stanza all’altra soltanto quando gli altri dormono, per procurarsi del cibo, e poi ritornano a rifugiarsi nel mondo virtuale, dove tutto appare più confortevole. Manifestano una forte sensazione di controllo.

    Perché gli hikikomori sono dipendenti da Internet?

    Come spiega lo psicoterapeuta, la causa di questa dipendenza da Internet non è l’attrazione fatale verso la rete ma la fuga da traumi avvenuti nella vita reale. Per gli hikikomori, infatti, il web è un porto sicuro in cui rifugiarsi, non il motivo per cui scappano dalla società reale. «È una forma estrema di protesta sociale, un grido di dolore, che nasce dal non sentirsi adeguati ai propri coetanei, incompresi a scuola, schiacciati dalla competizione», spiega a Repubblica Matteo Lancini, psicoterapeuta che da anni cura gli hikikomori italiani. Si tratta di ragazzi ipersensibili, per cui il web appare come l’unica salvezza da un mondo esterno che li fa soffrire: «Si pensa, a torto, che siano affetti da una dipendenza da Internet, schiavi della rete, e che sia stato l’abuso di tecnologia ad averli condotti in questo stato di eremitaggio moderno. La scelta di chiudersi in casa è quasi sempre la conseguenza di un fatto traumatico. Ad esempio: andare a scuola e sentirsi invisibili. Essere etichettati come sfigati, perseguitati per l’aspetto fisico. Su personalità fragili e sensibili tutto questo può diventare insopportabile».

    Hikikomori Italia: il sito sugli adolescenti autoreclusi

    Esiste un sito, Hikikomori Italia, che raccoglie informazioni sugli adolescenti reclusi in casa al computer, e che cerca di aiutarli. Lo ha fondato lo psicologo Marco Crepaldi: «Avevo studiato questi ragazzi per la mia tesi e mi ero reso conto che le famiglie non sapevano davvero a chi rivolgersi. Così ho creato un sito di informazioni sull’autoreclusione, una chat dove oggi si confrontano oltre 500 hikikomori, e su Facebook un gruppo di auto aiuto per i genitori. Ho avuto un boom di contatti e richieste di aiuto, segno che siamo di fronte ad una emergenza sociale, finora senza risposta».