Hikikomori: cosa significa vivere isolati? Intervista a un ex hikikomori italiano

'Ho passato due anni da hikikomori, recluso nella mia stanza. Avevo il rifiuto del prossimo e della società, ma in realtà rifiutavo me stesso'

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    Hikikomori: cosa significa vivere isolati? Intervista a un ex hikikomori italiano

    FOTO di Hiroh Satoh/ licenza CC

    Gli hikikomori sono ragazzi che si isolano dal mondo, recludendo se stessi nelle loro camere per senso di inferiorità o per ansia sociale. Hikikomori è una parola giapponese che significa ‘vivere isolati’. Il fenomeno è drammaticamente diffuso in Giappone e negli ultimi tempi gli hikikomori italiani stanno aumentando. Abbiamo raccolto la testimonianza di un ex hikikomori italiano che ci ha spiegato cosa voglia dire vivere isolati per scelta. Per rispetto della sua privacy non ne riveleremo il nome.

    Per quanto tempo sei stato un hikikomori?

    Per circa 2 anni, dai 18 ai 20 anni. Succedeva verso la fine degli anni ’90.

    Quando hai sentito parlare per la prima degli hikikomori?

    Quando avevo qualche anno in più: facendo zapping mi sono imbattuto in una trasmissione che ne parlava. I giornalisti raccontavano le vite da reclusi degli adolescenti giapponesi, sepolti vivi nelle loro stanze rassicuranti fra libri, fumetti, videogiochi, televisione e autoerotismo. Ne ero fuori da un po’, ma ho capito di essere stato anche io un hikikomori.

    Come sei diventato un hikikomori?

    Delusioni amorose, vergogna per il mio aspetto, noia per la società e per i suoi inutili teatrini, noia per lo studio, depressione, rifiuto della mia famiglia… solite cose insomma.

    Cosa significa nel concreto essere un hikikomori?

    Posso raccontarti la mia esperienza: mi sono chiuso in una stanza per circa 2 anni, uscendo solo per mangiare e per fare poco altro. Avevo il rifiuto del prossimo e della società, ma fondamentalmente avevo il rifiuto di me stesso. In altre parole avevo accettato l’idea del fallimento. Non sono stato un hikikomori di tipo tradizionale, se posso dire così, perché mi sforzavo di uscire anche da solo o con vecchi compagni di scuola. Ma solo perché capivo che dovevo fare qualcosa per me stesso e perché sentivo il bisogno fisico di stare in mezzo alla gente. Siamo animali sociali e rifiutare la società è un modo distorto per affermare il nostro bisogno di farne parte. E’ come quando un adolescente si taglia per praticare il self cutting: in realtà non è voglia di farsi male, è voglia di vedere le ferite che guariscono. O come quando qualcuno si suicida: la sua non è voglia di morire, ma di vivere un’altra vita.

    Quindi come si svolgevano le tue giornate?

    Mi svegliavo tardi, alle 10:00 o alle 11:00. Dormivo con un senso di rivalsa, come se dormire rubasse tempo a una vita sbagliata. In un certo periodo sono arrivato a dormire anche 12 ore al giorno. A volte restavo a letto in dormiveglia per immaginare una realtà alternativa nella quale ero felice o nella quale ero il personaggio di uno dei miei cartoni animati preferiti. Passavo poi moltissimo tempo a mettere a posto la stanza. Trascorrevo interminabili ore a decidere come modificare la mia camera, che rappresentava il mio mondo: a volte attaccavo dei poster alla porta, altre volte spostavo i soprammobili oppure organizzavo i libri secondo criteri sempre diversi. Mio padre tornava al pomeriggio e portava il giornale: lo leggevo da cima a fondo e ritagliavo alcuni articoli per conservarli in un cassetto. Guardavo molta TV e giocavo 5 o 6 ore al giorno ai videogiochi. Il mio record è di 11 ore consecutive. Giocavo ai videogiochi come se fosse un lavoro, mi ci immedesimavo. Quando andavo a dormire chiudevo gli occhi e rivedevo i labirinti di Doom, Quake e degli altri sparatutto in soggettiva.

    Leggevo molti libri e molti fumetti.

    In un determinato periodo mi sono trasformato in un vampiro: dormivo di giorno e mi svegliavo di notte. Lo trovavo confortante perché così potevo evitare di incrociare lo sguardo dei miei genitori. Mi vergognavo molto del fatto che li stessi deludendo. E’ stato molto strano non vedere per mesi e mesi la luce del sole.

    Poi ho avuto la fase culturista: ho iniziato a fare flessioni e sollevare pesi e mi sono gonfiato fino a dover comprare magliette più grandi.

    Hai detto che comunque ti capitava di uscire?

    Sì, per un paio d’ore a settimana, di solito il sabato pomeriggio. Era il massimo che riuscissi a sopportare, ma me lo imponevo come autoterapia. Mi capitava di uscire, ma il 99,9% del mio tempo lo trascorrevo chiuso in camera attorcigliato su me stesso.

    Dove andavi?

    Salivo sul motorino e raggiungevo le vie più trafficate del centro storico, oppure andavo al centro commerciale.

    Cosa andavi a fare?

    Passeggiavo senza meta, oppure compravo qualcosa che non mi serviva realmente giusto per avere interazioni umane o per ammazzare il tempo.

    E come andava?

    Combattevo contro continui capogiri e contro un’ansia che quasi mi paralizzava. Camminavo come ubriaco, anche se non avevo bevuto nemmeno un bicchierino. E’ esattamente questa la sensazione che provavo: ubriachezza analacolica! Credo che si chiami ‘derealizzazione’ o qualcosa del genere.

    E come cercavi di contrastarla?

    Non la contrastavo: era inutile. Era inutile cercare di nuotare contro corrente, semplicemente mi lasciavo trascinare provando a restare a galla. Dopo diversi tentativi inutili di calmare i capogiri e la tachicardia mi rendevo conto che tutto quello che potevo farci era cercare di sopportare pretendendo di comportarmi come se nulla fosse.

    E poi cosa facevi?

    Entravo nei negozi e cercavo di superare i miei problemi, parlavo con le commesse e mi facevo dare dei vestiti da provare. Prima di entrare in un negozio mi preparavo mentalmente rimuginando più e più volte su quello che avrei detto. Poi quando mi sentivo sicuro di poter parlare senza balbettare o senza sembrare un drogato o un pazzo entravo dentro.

    Quindi uscivi solo per andare in giro?

    Andavo anche all’università.

    E come andava?

    Per i primi 2 anni ho dato pochissimi esami: non riuscivo ad affrontare i professori e non riuscivo quasi a frequentare le lezioni. Avevo un tasso di frequenza bassissimo. A volte mi alzavo durante la lezione per scappare a casa. Andare a lezione mi causava un malessere quasi fisico. Soprattutto non riuscivo a sopportare le pause fra una lezione e l’altra, quando i ragazzi normali socializzavano, scherzavano e abbordavano e io me ne stavo da solo a scarabocchiare. Ogni tanto interagivo con qualcuno, simulando normalità. Credo che nessuno si sia mai reso conto di quanta fatica facessi. Ma volevo diventare normale.

    E quando ci sei riuscito?

    Quando l’università mi ha spedito in giro per le aziende a fare uno stage dopo l’altro. Sono stato costretto ad essere puntuale, efficiente, produttivo, ordinato, organizzato. In una parola “normale”. Il lavoro ha fatto per me quello che un tempo il servizio di leva faceva per gli smidollati: mi ha raddrizzato. Col tempo ho imparato l’arte della normalità, ma ci ho messo anni. Ancora adesso sto spesso meglio da solo che in compagnia. Anzi, le serate in compagnia mi creano spesso problemi: dopo un paio d’ore perdo interesse nel prossimo e vorrei fuggire. La solitudine è un ricovero, un refugium. L’hikikomori che sei stato resta per sempre dentro di te. E’ come quando sei grasso da ragazzo ma poi vai in palestra e diventi un adulto dal fisico scolpito che attira gli sguardi delle ragazze e le invidie dei ragazzi: non te ne frega niente perché dentro di te ti senti ancora grasso e sbagliato.

    Cosa diresti a un ragazzo hikikomori?

    Gli direi questo: “Hai tutte le ragioni per fare le cose che fai: il mondo fa schifo, i tuoi coetanei sono stupidi, la politica è ipocrita e la società è cattiva ed egoista. Ogni singola persona là fuori sarebbe pronta a buttarti giù da un burrone se questo le garantisse un piccolo vantaggio personale e avesse la garanzia di impunità. Le relazioni umane sono improntate essenzialmente sulla sopportazione e sull’ipocrisia. Anche gli amici con i quali hai la maggiore familiarità fondamentalmente sono dei bastardi. Il mondo è sbagliato. Ma prima di tutto devi essere onesto con te stesso e riconoscere che anche dentro di te c’è del male, non sei diverso dagli altri. Poi tieni presente che stai facendo del male alle persone che ti vogliono bene: finché sei piccolo e vivi con i tuoi genitori non ti rendi conto di molte cose. Ma quando un giorno avrai lasciato la loro casa rimpiangerai il tempo sprecato e ti sentirai in colpa per averli fatti soffrire. Tu li vedi come “i tuoi genitori” perché sei piccolo. Fra 10 o 15 anni li vedrai come un uomo e una donna che hanno fatto del loro meglio e che anche per colpa tua si sono sentiti dei falliti.

    Rimani in quella stanza ancora qualche giorno. Ma inizia a capire che è sbagliato. Già il fatto di ammettere l’esistenza del problema è il primo passo verso il cambiamento. Tu non sei malato, sei solo più sensibile del normale e la tua anima rifiuta lo schifo che hai attorno e che hai dentro.

    Andiamo nel concreto: una persona è composta da tre elementi interconnessi, ovvero corpo, mente e anima.

    Inizia a migliorare il tuo corpo. Tagliati quei capelli e pettinati, comprati un paio d’occhiali da sole, rinnova il guardaroba, fatti una passeggiata al sole con le mani in tasca e datti un’aria interessante. Fai sport: se non ti senti in grado di affrontare la gente in palestra, vai a correre al parco o fai delle flessioni in casa. I plank fanno miracoli. Le prime due settimane ti sembrerà di morire, ma poi capirai come gestire la fatica. Dopo un mese non ti riconoscerai più. Avrai un aspetto migliore e il potere delle endorfine ti cambierà l’umore. Se esageri nel bere smetti subito. Se fumi, riduci. Se ti droghi dacci un taglio prima di subito.

    Passiamo alla tua mente: non intontirti con videogiochi e altre futilità. Utilizzale per svagarti, ma evita di diventarne schiavo. Leggi: lascia stare gli autori deprimenti, non hai bisogno di essere consolato, tu devi rivoluzionarti. Leggi grandi classici, roba capace di nutrire il tuo cervello e la tua anima. E poi studia, cerca di tenere alti i tuoi voti. E’ vero che fra 10 anni nessun datore di lavoro ti chiederà mai il teorema di Euclide, ma non hai idea di quanto la cultura che ti viene offerta alla scuola superiore ti tornerà utile nella vita.

    Chiudiamo con l’anima: perdonati e perdona tutti gli altri, perché a questo mondo siamo tutti sulla stessa barca. E ricordati che non sei superiore a nessuno, ma nemmeno inferiore. Sei semplicemente tu e anche se non lo diresti mai sei un mito!”