Resistenza agli antibiotici per uso negli allevamenti: un pericolo per la salute

Resistenza agli antibiotici per uso negli allevamenti: un pericolo per la salute
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    Resistenza agli antibiotici per uso negli allevamenti: un pericolo per la salute

    La resistenza agli antibiotici per l’uso negli allevamenti rappresenta un pericolo per la salute. I dati mettono in evidenza come ogni anno tra le 5.000 e le 7.000 persone in Italia muoiano per infezioni contratte in ospedale. Sono numeri incredibili, che indicano come sia sempre più diffuso lo sviluppo di batteri molto difficili da combattere con i consueti farmaci antibiotici utilizzati tradizionalmente. Il fenomeno è determinato dalla resistenza agli antibiotici, spesso impiegati nel nostro Paese in modo massiccio negli allevamenti degli animali. Un’emergenza già evidenziata a partire dal 2009 dall’Agenzia Europea per il Farmaco e che adesso diventa sempre più pressante.

    Come indica l’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’impatto derivante dal consumo di carne, ogni anno più di 25.000 persone in Europa muoiono per infezioni determinate dalla resistenza batterica agli antibiotici. La quantità di antibiotici utilizzata soltanto nel 2010 per gli animali da allevamento ammonterebbe a circa 63.000 tonnellate.

    Le stime per il futuro indicano che questo numero è destinato ad aumentare, almeno del 67% in tutto il mondo entro il 2030. Il problema, infatti, non riguarda soltanto l’Italia, ma anche altre zone, come il Brasile, l’India, il Sudafrica, la Russia e la Cina. Secondo gli esperti, nella lista dei Paesi che consumano più antibiotici sono rilevanti i dati che riguardano la Cina, gli Stati Uniti e, in Europa, soprattutto la Germania.

    La conseguenza più pericolosa, che incide in maniera forte anche sulla salute umana, dell’utilizzo diffuso e indiscriminato degli antibiotici consiste nell’aumento della resistenza a questi farmaci. Il fenomeno comporta la selezione di ceppi batterici resistenti e le resistenze stesse si diffondono attraverso la catena alimentare, producendo significativi problemi per la salute pubblica.

    Le proporzioni della questione sono enormi e possono aumentare nel tempo a causa dell’incremento della domanda di proteine animali, del consumo di carne e della crescita degli allevamenti intensivi. Tutto ciò mette a rischio la conquista realizzata con gli antibiotici, che in campo medico hanno rappresentato una delle più grandi rivoluzioni a cui la ricerca scientifica è mai giunta.

    I batteri possono passare direttamente dall’allevamento ad una persona, sia per contatto diretto che in maniera implicita, attraverso gli alimenti. Un pericolo reale, considerando anche che in Italia vengono allevati 500 milioni di polli all’anno, 175 milioni di conigli, 13 milioni di suini, 9 milioni di bovini e altri animali destinati alla produzione di carne e di altri prodotti, come tacchini, galline e pesci.

    L’uso eccessivo di antibiotici, spesso utilizzati a densità altissime e in condizioni fisiche nelle quali gli animali appaiono debilitati, può comportare per i capi di allevamento il contrarre con facilità delle malattie. Nei capannoni che ospitano decine di migliaia di animali basta che soltanto uno di loro sviluppi un’infezione perché tutto il gruppo debba essere trattato, anche a scopo preventivo.

    Per legge, prima della macellazione, deve essere sospeso ogni trattamento farmacologico. Questo garantisce che nella carne non vi siano residui di antibiotici, ma il pericolo rimane, perché i batteri resistenti possono diffondersi in primo luogo attraverso gli operatori degli allevamenti stessi.

    Gli antibiotici hanno permesso di trattare alcune patologie che prima erano infezioni gravi e che in molti casi portavano ad una morte certa. Come ha spiegato Gian Maria Rossolini, esperto microbiologo dell’ospedale Careggi di Firenze, l’infezione può diventare resistente e quindi l’antibiotico può perdere efficacia.

    I pericoli sarebbero tanti, perché rischiamo di ritornare ad una situazione che si era affermata nel periodo in cui gli antibiotici non venivano ancora utilizzati. A quel tempo si moriva per meningite nell’80% dei casi, tutti i problemi di endocardite non erano trattabili e nel 60% delle situazioni avvenivano decessi per polmonite. Inoltre gli antibiotici rivestono dei ruoli fondamentali nell’ambito di varie procedure mediche, che senza questi farmaci non si potrebbero mettere in atto.

    Il problema della resistenza batterica agli antibiotici non è solo concentrato nelle responsabilità che riguardano gli allevamenti intensivi. C’è anche un uso umano di questi farmaci sempre in incremento, anche se tutto dipende da vari fattori, in primo luogo dalla capacità degli ospedali di isolare i batteri resistenti con analisi accurate e norme igieniche adeguate.

    E’ chiaro che il problema delle troppe prescrizioni degli antibiotici da parte dei medici di base non è affatto indifferente. Se a questo aggiungiamo le dosi massicce di questi medicinali utilizzati in allevamenti, il problema assume contorni ancora più complessi. In Europa alcuni governi, come la Svezia o il Regno Unito, si sono impegnati attivamente nella sensibilizzazione di un uso più attento degli antibiotici, sottolineando come sia importante la lotta all’antibiotico-resistenza.

    Si attendono ancora contributi più evidenti da parte di altri governi, come quelli della Grecia o dell’Italia, che sono fra quelli più colpiti dal fenomeno. Anche il Ministero della Salute si sta attivando nel nostro Paese, con l’obiettivo di monitorare meglio la situazione e di sviluppare un sistema informatico volto alla biosicurezza negli allevamenti di suini, bovini e pollame. A livello europeo, dal 2006, ci si è mossi per proibire l’utilizzo di antibiotici come elementi promotori della crescita degli animali e la Commissione Europea ha elaborato delle linee guida che intendono regolamentare l’uso degli antibiotici.

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