Giornata Mondiale contro AIDS, la parola ai volontari

Intervista ai volontari Anlaids

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    Il 1 dicembre si celebra la Giornata mondiale contro l’AIDS, una malattia che ad oggi sembra quasi dimenticata ma che continua a mietere vittime soprattutto nei Paesi meno fortunati del nostro che però, nonostante il basso tasso di mortalità per AIDS, non rimane escluso da migliaia di nuovi contagi ogni anno. L’Anlaids è un’associazione che da 30 anni si batte per fermare la diffusione dell’infezione da virus HIV. Nata in Italia grazie all’azione di medici, ricercatori, attivisti, gionalisti e volontari, l’Anlaids oggi come nel 1985 ha l’obiettivo di fermare le nuove infezioni, fermare le morti e fermare le discriminazioni di ogni tipo nei confronti dei malati, grazie all’informazione, alla prevezione, alla ricerca e alla tutela dei diritti. In occasione della Gionata Mondiale contro l’AIDS abbiamo deciso di dar voce ad alcuni di questi volontari che ogni giorno scendono in campo attivamente affinchè una delle più grandi emergenze sanitarie del nostro tempo venga definitivamente debellata.

    Quanto e cosa si sa adesso dell’AIDS? Com’è cambiata l’informazione rispetto agli anni ‘90?

    Oggi rispetto all’ Aids si sa molto: la ricerca scientifica ha permesso di acquisire informazioni in merito alla modalità di trasmissione dell’infezione e di cura della malattia ma nonostante i progressi nell’ambito scientifico, le numerose campagne di sensibilizzazione e di prevenzione, vi sono ancora nuovi contagi.

    Si può ancora parlare di “categorie a rischio”?

    Non esistono categorie a rischio. I rapporti sessuali rappresentano, ad oggi, la modalità di trasmissione “privilegiata”: vi è la stessa probabilità di rischio nei rapporti eterosessuali che omosessuali maschili.

    Qual è adesso la situazione in Italia? E nel resto del Mondo? Quanto si muore ancora di AIDS?

    Nei paesi del terzo mondo si muore ancora molto, purtroppo. Le nuove terapie non arrivano per i costi dei farmaci e, spesso, per il disinteresse dei Governi locali. Nei paesi occidentali invece non si muore più o perlomeno le percentuali sono minime. Le attuali terapie hanno determinato un cambiamento radicale rispetto al passato garantendo una “buona” qualità di vita ai malati.

    Perché oggi l’AIDS fa meno paura che in passato?

    Si sta diffondendo la percezione che sia possibile sconfiggere l’Aids, che si possa curare o addirittura prevenire per via farmacologica. Soprattutto, si sta diffondendo la percezione che l’Aids non uccida più, che si sia trasformato da condanna a morte a malattia cronica. L’informazione ha creato una percezione meno stigmatizzante nei confronti delle persone sieropositive: si sono abbassati i livelli di “allerta” che avevano accompagnato i decenni precedenti.

    Diminuita la paura del “contagio” però, si sono abbassati i riflettori : ciò ha determinato una campagna sempre più debole di prevenzione dei comportamenti a rischio, che ancora oggi causano invece nuove infezioni.

    Qual è il rapporto/conoscenza dei giovani con l’HIV?

    I ragazzi ad oggi hanno la possibilità di accedere a molte informazioni rispetto alla trasmissione dell’ HIV+ : le sole informazioni però non appaiono sufficienti se non vengono supportate, “veicolate” attraverso strumenti comunicativi adeguati . Si è modificato, invece, l’atteggiamento della popolazione giovanile verso i contatti sociali con le persone HIV positive/malate di AIDS: contrariamente al passato oggi capita spesso che i ragazzi condannino la discriminazione e stigmatizzazione delle persone sieropositive.

    Come vive ad oggi un malato? Sia a livello fisico che a livello sociale

    Ancora oggi, nonostante il progresso della scienza medica, la persona HIV+ può “viversi” come quella della pubblicità degli anni ‘90, in cui veniva raffigurato con una cornice viola intorno. All’epoca tale terrore era giustificato dalla quasi impossibilità di garantire un futuro ai malati, da una “morte” certa a causa di un virus di cui poco si conosceva. Attualmente, tale sensazione è dovuta ai pregiudizi, agli stereotipi che rimandano al pensiero delle “famose” categorie a rischio ( omosessuali, tossicodipendenti etc).

    I progressi a livello scientifico, che garantiscono una buona qualità, non hanno “ sconfitto” lo stigma sociale.

    Più volte si parla e si è parlato di un possibile vaccino, a che punto è la ricerca? Quali passi avanti sono stati fatti dal punto di vista delle cure per questa malattia?

    Da quello che si legge quotidianamente 25 anni di ricerca non sono passati invano e sembra che il vaccino non sia soltanto un sogno e i passi fatti soprattutto in fatto di cure sono eccezionali.

    Qual è secondo voi l’arma vincente (se c’è) per porre un limite all’epidemia? Come si può realmente combattere l’AIDS?

    La prevenzione può essere considerata una della armi vincenti: ridurre i comportamenti a rischio, usando sempre i preservativi per tutti i tipi di rapporti sessuali, evitando contatti diretti con il sangue, lo sperma, liquidi vaginali e latte materno di una persona sieropositiva.

    Effettuare il test è altrettanto importante, individuare precocemente un’infezione garantisce non solo la salute individuale ma anche quella delle persone con cui si hanno rapporti.

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