Partito Democratico, 10 anni vissuti pericolosamente fra rottamazioni e scissioni. Dove andrà a finire?

Quale sarà il futuro della sinistra italiana? Il più grande partito oggi deve fare i conti con il calo militanza attiva registrato alle primarie, le dissidenze interne e la diaspora di personaggi di spicco. Questi elementi dove porteranno quello che era nato come il partito unico della sinistra italiana?

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    Partito Democratico, 10 anni vissuti pericolosamente fra rottamazioni e scissioni. Dove andrà a finire?

    “Un partito che sia partito, non diretto dall’alto, da forze economiche o mediatiche ma che si esprima in un elevatissimo numero di partecipanti alla votazione del 14 ottobre, per ringiovanire la politica e la società italiana” con queste parole Romano Prodi, nell’ottobre del 2007, descriveva l’idea alla base di quello che sarebbe diventato il Partito Democratico. Nell’autunno di dieci anni fa, 12mila seggi in tutta Italia permettevano di votare il candidato alla segreteria del nuovo partito. La rosa dei cinque nomi comprendeva: Enrico Letta, Mario Adinolfi (Ulivo), Rosy Bindi (Ulivo), Piergiorgio Gawronski e Walter Veltroni. Fu un successo politico: tre milioni e mezzo di votanti, che costrinsero i seggi a un’apertura straordinaria per sostenere l’affluenza, ancora alta all’ora di cena. Di lì a poche ore si sarebbe decretata la vittoria, con il 75% di voti, di Walter Veltroni. Dall’Assemblea Costituente di quell’ottobre 2007 a Milano e da quell’entusiasmo sembra passata un’eternità: è cambiato il PD ma è anche cambiata la politica, con l’astensionismo che corrode gran parte dell’elettorato di tutti i partiti italiani. A parlare in questo quadro sono i numeri delle primarie, consultabili sul sito del Partito Democratico: alla stessa consultazione, nell’aprile 2017, hanno risposto 1.838.938 italiani, poco più della metà di 10 anni prima, che consegnano lo scettro di segretario all’ex premier Matteo Renzi, che per la stessa carica si era dimesso non troppo tempo prima, in seguito al no alle riforme del suo governo. Dov’è oggi l’elettorato del Partito Democratico? Il progetto che dall’Ulivo è confluito nel PD ha mantenuto le sue promesse di riforma?

    DA DOVE VIENE IL PARTITO DEMOCRATICO?

    Le due correnti da cui ha preso più voci sono sicuramente quelle della Margherita e dei Democratici di sinistra (Ds), ma ci furono adesioni anche del movimento Repubblicani europei, dei socialisti di Alleanza Riformista e dell’Italia di Mezzo, partito di derivazione democristiana. La spinta definitiva all’Unione arrivò dopo le elezioni europee del 2004, dove la lista ‘Uniti nell’Ulivo’, che comprendeva la quasi totalità di voci che formeranno poi il PD, anche se con percentuali diverse, raccolse il 31,1% dei consensi, con 25 europarlamentari eletti. Nel PD confluivano queste diverse anime della sinistra, ma aveva tra le sue fila anche personalità del panorama culturale ed economico italiano, da Gad Lerner a Carlo Petrini, presidente Slow Food. Walter Veltroni nel 2009 lasciò il posto a Dario Franceschini, che dovette fronteggiare una perdita di consensi, visibile già alle elezioni europee del 2009 dove il PD raccolse il 26,1% con un -7% rispetto alle politiche del 2008, dove vinse con il 46,81% la coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi.

    La segreteria di Pier Luigi Bersani del 2009 vide le prime defezioni importanti dei volti associati al PD. Tra tutti prendiamo d’esempio Francesco Rutelli per cui a nulla sono valsi i tentativi di Massimo D’Alema per una riconciliazione. I malumori poi non ci saranno solo per l’appoggio all’Udc di Casini per le regionali del 2010 ma anche per quello al governo tecnico di Mario Monti alla fine del 2011. Nel 2012 l’elezione di Bersani alle primarie, vinte contro Matteo Renzi, non frenò l’emorragia di voti registrata alle politiche del 2013: da quelle precedenti del 2008, il PD aveva perso 4 milioni di voti. Ad aprile dello stesso anno due delle anime del Partito Democratico dissero addio alle rispettive cariche: Rosy Bindi da quella di Presidente e Bersani da quella di segretario. Con loro si dimise l’intera segreteria. A Bersani succedette Guglielmo Epifani che passerà presto il testimone a Matteo Renzi, vincitore delle primarie del 2013.

    MATTEO RENZI E I DISSIDI INTERNI: L’ETERNA FRAMMENTAZIONE DELLA SINISTRA

    Per Matteo Renzi il passo dalla carica di segretario a quello di presidente del Consiglio si è consumato in pochi mesi nel 2014. Da qui l’ex sindaco di Firenze incassa ben due vittorie, alle regionali e alle europee, le prime confermando i suoi candidati, le altre raggiungendo più del 40% di voti. Ma la vita del PD deve fare i conti con i dissensi interni al partito, vero cancro della sinistra italiana. Nelle regionali del 2015 cominciano le prime avvisaglie con Sergio Cofferati che esce dal Partito in seguito alla votazione che porta Raffaella Paita come volto del PD. Il risultato lascerà la Liguria, dopo 10 anni, agli avversari del centrodestra di Giovanni Toti. A maggio anche Giuseppe Civati dice addio dopo l’approvazione dell’Italicum, fondando nel 2015 a Roma il partito Possibile, seguito da Stefano Fassina, che fonderà Futuro a Sinistra. Molto del dibattito politico legato al Partito Democratico ruota attorno alla figura di Matteo Renzi. Dalle sue dimissioni da Presidente del Consiglio, fino alla seconda segreteria del febbraio di quest’anno, sono in molti a criticare il personalismo del partito nei confronti dell’ex premier. A cavallo delle ultime primarie che lo vedono vincitore, un gruppo di dirigenti e parlamentari, guidati da Pier Luigi Bersani, Enrico Rossi e Roberto Speranza, escono dal PD e fondano Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista (MDP). Le pagine politiche di tutti i più grandi quotidiani dell’ultimo periodo sono popolate dal braccio di ferro tra Campo progressista, fondato daGiuliano Pisapia, MDP e PD. In questi mesi si delineerà quello che dovrebbe essere il nuovo fronte di sinistra radicale.

    CALO MILITANZA ATTIVA E DISAFFEZIONE POLITICA: RAGIONIAMO SUI DATI CON IL POLITOLOGO ALBERTO MARTINELLI

    Un milione e 660mila. È questo il numero di voti persi dal PD in dieci anni di primarie, ovvero di elettori attivi, quelli che probabilmente in quel 2007 costitutivo vedevano aprirsi una nuova pagina della politica italiana contro quello che venne definito da sempre il vero nemico: l’antipolitica. La storia è andata diversamente, non solo per il Partito Democratico, ma per la politica tutta. I dati di affluenza delle elezioni parlano di una disaffezione nei confronti delle istituzioni che ha raggiunto livelli preoccupanti: ” Il calo di partecipazione riguarda tutti, non è un calo specifico del PD. Alcuni dei militanti sono semplicemente meno attivi, ma non hanno abbandonato il partito. Altri invece sono su posizioni diverse, sappiamo che il PD ha avuto una scissione a sinistra e quindi ha perso sicuramente un po’ di voti da quella parte. Ci sono vari fattori e varie cause, ma questo rientra in un quadro generale, non è specifico del PD, anzi per certi aspetti il Partito Democratico sembra quello che più degli altri riesce comunque a mobilitare centinaia di migliaia di persone, non c’è un fenomeno analogo. Il Movimento Cinque Stelle, per la scelta di Di Maio leader ha avuto poche decine di migliaia di votanti, e anche nel centrodestra non si vede una partecipazione di questo tipo” precisa Martinelli.

    Storicamente il primo vero calo coincise con Tangentopoli ma fino agli inizi degli anni 90 gli italiani al voto erano comunque l’87,35% mentre nel 2013 si è registrato appena il 75,20%. Se ci basiamo sui dati, per quanto riguarda le politiche abbiamo visto una flessione dei voti al PD dal 2008 al 2013, ma più recentemente, le elezioni Europee avevano dato un risultato diverso, positivo. Ci sono state posizioni alterne al voto: “Si, infatti, questa è una fase abbastanza difficile perché il PD da un lato non è riuscito a realizzare una riforma che avrebbe dovuto garantirgli di diventare il partito dell’innovazione istituzionale, dall’altro si ritrova a essere il partito maggiore di una coalizione di governo che sta governando in situazione di difficoltà, anche se è vero che, essendoci adesso dei risultati migliori per quanto riguarda l’economia, questo potrebbe avere un effetto positivo sul prossimo voto – spiega il politologo – Non dimentichiamo che non è ancora completamente risolta la lunga crisi che ha dovuto essere gestita e governata. In questi casi non vengono premiati i partiti di governo. Vediamo in un paese come la Germania, che pure ha una solidità maggiore, dove il principale partito della coalizione di governo precedente ha subito un calo elettorale molto cospicuo, e il secondo partito ancora di più. In questo caso possiamo dire che l’attività di governo logora”.

    Un progetto nuovo può spingere più elettori ad esprimere il loro parere: Virginia Raggi ha vinto le elezioni comunali con una percentuale superiore rispetto all’ultima tornata del 2011, in controtendenza rispetto al resto d’Italia: “Sappiamo che è più facile che ci sia consenso e entusiasmo intorno a una nuova proposta politica che non nei confronti di un partito che ha già fatto esperienza di governo quindi è soggetto a valutazioni in chiaro scuro. Non mi riferisco solo al caso Raggi, dico in generale: quando un partito ha responsabilità di governo, nazionale o locale, stenta un po’ di più perché si espone anche alla critica su decisioni reali veramente prese, non dichiarazioni o promesse. Quindi è evidente che una parte dei consensi si perda. Per altro il PD tiene abbastanza bene, andando a vedere le previsioni elettorali, per quanto valgano, Doxa lo conferma ancora il primo partito, seppur di poco rispetto a M5S, e decisamente davanti rispetto a Lega o Forza Italia. Quindi il PD ha subito un’erosione, tra l’altro dovuta a una scissione interna che ha portato via voti, ma tiene bene”.

    I sondaggi, nonostante tutto, danno il partito intorno al 27%, quindi sembrerebbe reggere il colpo, anche se recentemente non sono stati molto fedeli ai risultati effettivi delle consultazioni: “Certo, usiamo i dati sempre con estrema prudenza, anche perché manca ancora diverso tempo alle prossime elezioni politiche di primavera. Anche questo numero di indecisi o incerti che si preannunciano nelle previsioni è da prendere con molta, molta cautela. I 5stelle sono molto vicini, però insomma, considerando che ha avuto una scissione e che i sondaggi variano del 3%, direi che siamo sui livelli in cui era un anno fa, lasciando stare l’exploit delle europee, perché quelle sono elezioni particolari”.

    In questo quadro di frammentazione, a cui si aggiunge il calo della partecipazione della militanza attiva alla vita politica, il futuro del PD sembra difficile da delineare: “Non è semplice, io direi che per ora ha mostrato una tenuta anche superiore a quello che si poteva aspettare tenendo conto di tutti gli elementi negativi, un’opposizione interna molto intransigente, radicale, che addirittura è arrivata alla scissione, dover governare in una situazione molto difficile, quella di una lunga stagnazione economica con la crescita di diseguaglianze, e poi dover tenere una posizione su questioni dirimenti come quella sull’immigrazione. Se si tiene insieme tutto questo, e la sconfitta del proprio disegno riformatore delle istituzioni, mi sembra che si possa dire che il PD ha tenuto meglio di quanto ci si potesse attendere. Da questo a dire che è in una fase di grande ripresa, no, non si può dire”.

    In conclusione diciamo che non c’è una ripresa ma non c’è nemmeno una débâcle?: “C’è una tenuta. Poi adesso ci saranno le elezioni siciliane, il cui risultato sarà sicuramente negativo per il centrosinistra in genere e per il PD, ma anche quella fa parte di una situazione contingente, importante, ma pur sempre una realtà regionale. La tenuta c’è, anche se non con grandi prospettive di crescita, in questo momento. La domanda di fondo è se il progetto originario dell’Ulivo, poi diventato PD, cioè la capacità di permettere una fusione o integrazione di diverse culture politiche – a cominciare da quella socialdemocratica all’italiana post Partito Comunista, insieme a quella post democristiana – abbia funzionato, o no? Nel complesso ha funzionato, ma con una certa difficoltà, come abbiamo visto, perché in realtà una parte dell’elettorato potenziale ritiene il PD un partito molto diverso, lontano dal mainstream socialdemocratico. Sicuramente il voto sul referendum costituzionale ha significato una sconfitta, una battuta d’arresto di un progetto riformatore che doveva caratterizzare il PD, e anche questo si è sentito, nel senso che ha ridimensionato le ambizioni del partito che pensava di riuscire a riformare il sistema partitico italiano nel senso di una maggiore governabilità. Per cui siamo in una fase di ripensamento anche della strategia, perché quel disegno, almeno sul piano delle riforme istituzionali non ha dato i suoi frutti”.