Mantenimento dei figli maggiorenni e minori, come funziona in Italia?

Dopo il caso della 26enne che ha portato il padre in tribunale per avere il mantenimento, si è aperto il dibattito sull'utilità o meno di queste sentenze che obbligano i genitori a mantenere i figli anche oltre un'età ragionevole

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    Mantenimento dei figli maggiorenni e minori, come funziona in Italia?

    Il caso della 26enne che ha portato il padre in Tribunale perché le aveva ridotto la paghetta sta facendo molto discutere. Come avevamo raccontato, il Tribunale le ha dato ragione e ha riconosciuto l’obbligo al mantenimento più un plus di 350 euro: la ragazza vive col padre che le paga gli studi, l’auto e gli extra, è iscritta all’Università senza aver finito la triennale e si era rivolta al giudice chiedendo di ricevere direttamente un mantenimento di 2.500 euro mese. Il giudice ha invece confermato il mantenimento a carico del padre per vitto, alloggio, studi e auto, e ha stabilito una “paghetta” extra. La vicenda ha riportato a galla il tema della necessità di mantenimento per i figli maggiorenni, ma cosa dice la legge italiana? Abbiamo chiesto il parere dell’avvocato Francesca Passerini, fondatrice di DDiritto.it.

    Il caso è molto spinoso perché il tema si intreccia con molte problematiche dei nostri tempi. Da una parte la disoccupazione giovanile in aumento e un numero crescente di giovani che non studiano e non lavorano; dall’altra il peso economico che questo ha sulle famiglie, soprattutto se separate.

    “Nel caso di minori è semplice”, ci spiega l’avvocato Passerini. “ll giudice stabilisce quanto deve essere il contributo di ogni coniuge e uso questo termine perché è errato dare la nozione papà-bancomat come invece spesso sentiamo. I minori hanno sempre diritto ad avere quanto stabilito dal giudice, oltre per legge l’aumento Istat ogni anno, come contributo base, oltre agli oneri straordinari per le spese mediche non coperte dal SS e spese extra”.

    La questione diventa più complessa nel caso di figli maggiorenni. “La sentenza farà molto discutere, ma non è la prima: è dal 2010 che diversi tribunali hanno decretato l’obbligo per un genitore di mantenere i figli ormai adulti oltre il quarto di secolo anche se, come dico io, hanno scambiato l’università per un parcheggio o non danno segni di volersi impegnare o rifiutano ogni proposta di lavoro”.

    “Nel caso specifico, la ragazza aveva chiesto un minimo sindacale in alimenti che aveva quantificato in oltre 2.500 euro: non una paghetta quindi, ma un mantenimento diretto, così poi lei avrebbe pagato tutte le sue spese. Il giudice ha modificato le sue richieste e ha mutato, pur dando ragione alla ragazza, la qualifica di quella somma non come sostentamento ma come un incremento del plus, fermo restando che le fossero pagate le altre cose”, ci spiega l’avvocato.

    In Italia per legge c’è l’obbligo del mantenimento dei figli maggiorenni e soprattutto non c’è un limite definito di età quanto piuttosto la necessità di valutare nel singolo caso. “Il dovere al mantenimento dei figli maggiorenni è sancito dall’articolo 30 della Costituzione e dagli articolo 147 e seguenti del codice civile”, ci ricorda Francesca Passerini.

    Il mantenimento però non è eterno. Se la legge 54 del 2006 ha stabilito la necessità per il giudice di valutare le circostanze del singolo caso e di disporre a favore di figli maggiorenni non indipendenti il pagamento del mantenimento, cinque anni dopo è stato il tribunale di Novara con la sentenza 238 del 2011 a indicare che il mantenimento non poteva essere infinito.

    La domanda però rimane ancora lì: fino a quando una persona adulta ha diritto a questo tipo di richieste? “Dipende dal singolo caso. A Milano per esempio c’è un’ordinanza del 2016 che stabilisce il limite massimo a 34 anni”, sottolinea l’avvocato Passerini.

    Le sentenze come quella più recente però “non aiutano a rendere indipendenti e autonomi questi ragazzi che alla fine si trovano penalizzati: i nostri figli che a 30 anni sono ancora a casa e hanno una laurea presa dopo lungo tempo, non sono più competitivi rispetto per esempio a quanto accade all’estero. È come se barattassero la propria indipendenza economica per avere una sorta di tranquillità economica e questo a discapito della possibilità di avere una propria carriera lavorativa perché troppo in là degli anni”.

    È per questo che lo Stato dovrebbe intervenire a fianco delle famiglie ma soprattutto dei ragazzi. “Bisognerebbe avere un welfare degno di questo nome che aiutasse i giovani a liberarsi da questo capestro: se vogliono andare a vivere da soli, l’affitto costa tanto, se vogliono avere figli, i costi aumentano, non ci sono asili pubblici e devi rivolgerti a strutture private: invece dovrebbero avere dei veri ammortizzatori sociali per non essere sempre costretti a ricorrere ai genitori”.

    La pronuncia attuale è comunque pericolosa anche perché non è la sola di questo genere. La ragazza potrebbe usare altre sentenze per prolungare il tempo di mantenimento oltre al giugno 2019 stabilito dal giudice. “È dal 2010 che ci sono casi simili. Il primo fu il tribunale di Roma che condannò i genitori a dare ai figli, fuoricorso all’università, 1.800 euro al mese più il 70% della pensione; a Bergamo, con un figlio 8 anni fuori corso a Filosofia, il Tribunale condannò il padre a continuare a pagare il mantenimento”, elenca l’avvocato.

    Poi ci sono stati anche dei tribunali più lungimiranti, come quello di Palermo. “In quel caso il giudice aveva dato ragione al genitore di un 30enne indietrissimo con gli esami, stabilendo che, se non dava più esami, non aveva più diritto al mantenimento e doveva trovarsi un impiego”.

    Stabilire un limite d’età fisso per legge non è comunque utile. “Se si decide di entrare prima nel mondo del lavoro dopo il diploma, il limite deve essere più basso, mentre per chi vuole continuare a studiare ci devono essere dei criteri per premiare e gratificare chi si dedica all’attività scolastica come un impegno lavorativo: una volta superati i termini ragionevoli – conclude l’avvocato – non si dovrebbe avere più diritto al contributo dei genitori”.