Vitalizi addio? Il ddl Richetti alla prova della politica tra contrari e lo spettro dell’incostituzionalità

L'approvazione alla Camera del ddl per l'abolizione dei vitalizi ai politici è solo il primo passo e potrebbe infrangersi contro il muro di quei politici già pronti a dar battaglia

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    Vitalizi addio? Il ddl Richetti alla prova della politica tra contrari e lo spettro dell’incostituzionalità

    Il voto della Camera sul ddl Richetti per l’abolizione dei vitalizi ai politici è solo il primo passo e potrebbe infrangersi contro il muro di quella politica già pronta alla battaglia al grido di incostituzionalità. Questa frase però contiene un errore, ed è proprio l’espressione “abolizione dei vitalizi” tanto cara alla stessa politica. Come abbiamo ribadito, scritto, riscritto, sottolineato, ricordato, quasi urlato da anni, i vitalizi già non esistono più per gli attuali eletti in Parlamento fin dal 2012. La discussione di oggi dunque verte sul sistema pensionistico degli onorevoli di oggi e di ieri, gli unici ad aver mantenuto il vero e proprio vitalizio. L’Aula ha dunque votato una riforma delle pensioni per deputati e senatori in chiave contributiva per tutti, vecchi e nuovi. Ce n’era davvero bisogno? E soprattuto sarà davvero legge dopo il passaggio al Senato? Chi ci assicura che non ci saranno ricorsi e battaglie legali?

    Chi scrive non è una persona ottimista di natura, specie se si parla della politica di oggi. L’impressione che la lotta sui vitalizi sia stata solo propaganda rimane, soprattutto a fronte di quella che potrebbe essere la realtà. Il condizionale, ricordiamo, è d’obbligo perché manca ancora il voto del Senato perché il ddl sia legge e nella vita, ma soprattutto nel Parlamento italiano, non si sa mai.

    Passiamo ora alla prima domanda: c’era davvero bisogno del ddl Richetti? Tutti sono pronti a dire sì perché bisognava “abolire un privilegio medievale“, citazione di Luigi Di Maio e Danilo Toninelli solo per citare due del M5S (che ha detto sì al ddl perché “ha fatto scacco matto al PD“) che abbiamo sentito come un mantra buddista, ma anche perché “è una questione di serietà“, come ha ripetuto a mari e monti il primo firmatario del PD (che ha votato a favore ma con troppi mal di pancia), Richetti.

    Alla base ci dovrebbe essere il taglio ai costi della politica e un attacco alla “casta” della politica, intoccabile nei suoi privilegi. Eppure l’odore di populismo non accenna a scemare. Davvero pensiamo che tagliando le pensioni agli ex parlamentari, quelli di oggi diventeranno di colpo più bravi a risolvere i nostri problemi?

    Ce n’era bisogno perché si risparmia, si dirà, Vero ma a metà. Tito Boeri, presidente dell’INPS, ha spiegato che il ricalcolo dei vitalizi farebbe passare l’assegno medio da circa 56mila euro lordi l’anno a 33mila e 500 euro lordi, con una riduzione di circa il 40% (quindi nessuna “macelleria sociale“, come disse il relatore PD Maino Marchi).

    Ce n’era bisogno perché privilegio assurdo a confronto di chi prende una pensione da fame, si dirà. Senza voler ricordare che l‘articolo 69 della Costituzione italiana prevede che gli eletti debbano essere pagati (ma noi siamo campioni nello sport ‘Usa la Costituzione quando ti fa comodo e poi chiudila nel cassetto’), non è che i soldi risparmiati finiranno nelle nostre tasche, come invece chiedeva la sinistra di Mdp (che si è astenuta).

    La verità è che il vitalizio non è stato abolito (anche perché lo era già), come cianciano tutti: è stata ricalcolata la pensione su base contributiva anche agli ex parlamentari per un totale di 117 persone a cui spettava ancora il vecchio vitalizio.

    A proposito di Costituzione. Forza Italia (che non l’ha votato a parte alcune esponenti di punta come Gelmini, Santanchè e Carfagna) ha già paventato lo spettro della presunta incostituzionalità del testo, lasciando intendere che ci potrebbero essere ricorsi. Non sarebbe la prima volta che una riforma targata PD viene rimandata indietro, anche perché, se tutti i grandi partiti sono restii a dirsi a favore dei privilegi, non possiamo escludere che ex parlamentari, magari di alto profilo e vicini alla stessa Corte, siano pronti a tutto pur di mantenere l’attuale stile di vita.

    La vera battaglia sarà al Senato, dove la maggioranza ha numeri risicati (AP ha votato contro alla Camera) e i malumori potrebbero esplodere, ma l’ipotesi di una bocciatura sembra difficile. Siamo a un passo dalle elezioni, che al massimo si dovranno tenere nel 2018 al termine della legislatura, e nessun partito vuole cucirsi addosso l’etichetta di “difensori della casta” in campagna elettorale.

    Una cosa positiva il ddl Richetti ce l’ha ed è aver portato alla luce del sole uno degli aspetti da sempre regolati dai Regolamenti interni agli organi parlamentari, tra l’altro nato male (sempre per lo sport della Costituzione di cui sopra). I vitalizi furono infatti decisi nel 1954 in autodichìa, cioè tramite la prerogativa del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie con i propri dipendenti, con una delibera dell’ufficio presidenza del Senato, elaborata da un comitato segreto i cui nomi non sono mai stati resi noti.

    A conti fatti, l’operazione “ddl Richetti” fa comodo a tutti perché sposta l’attenzione dai veri problemi del Paese che non sono le pensioni dei parlamentari, è un ottimo slogan da campagna elettorale in ogni senso lo si giri e parla alla pancia delle persone.

    Peccato che la politica dovrebbe parlare alla testa delle persone e occuparsi dei problemi reali: mentre in Aula andavano in scena baruffe e scontri da operetta, il Parlamento si è dimenticato di discutere la legge sul biotestamento, quella promessa sull’onda del caso di Dj Fabo, “seppellendola sotto una montagna di emendamenti“, come ha scritto Enrico Mentana.

    Sarebbe davvero ora di finirla con la politica di facciata, che guarda continuamente il dito e non la luna, sempre se crede all’allunaggio.