Assegno di mantenimento, cosa dice davvero la sentenza della Cassazione e cosa cambia

Cosa dice davvero la sentenza della Cassazione sull'assegno di mantenimento e cosa cambia per le coppie in fase di divorzio: lo spiega l'avvocato Francesca Passerini di DDiritto

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    Assegno di mantenimento, cosa dice davvero la sentenza della Cassazione e cosa cambia

    La recente sentenza della Corte di Cassazione sull’assegno di mantenimento ha fatto molto discutere dentro e fuori le Aule dei Tribunali. La Prima sezione civile, con la sentenza 11504 del 10 maggio 2017, ha stabilito che per il calcolo dell’assegno di mantenimento del coniuge non si dovrà più tenere conto del tenore di vita ma si dovrà modulare in base alla “indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede“. La decisione ha scatenato reazioni opposte: da una parte chi versa l’assegno ha sperato di vederlo annullato o rimodulato, dall’altra chi lo riceve ha temuto di perdere parte del sostentamento. Si è arrivati anche a definire la sentenza un colpo alle donne separate con figli che avrebbero visto sfumare il sostegno economico garantito dalla legge. Cos’è cambiato davvero con quella sentenza? Ce lo siamo fatto spiegare da Francesca Passerini, avvocato e fondatrice dello studio DDiritto.

    La sentenza della Cassazione ha avuto molta risonanza mediatica anche perché tratta un tema quotidiano, come è il divorzio, che spesso causa situazioni familiari e personali difficili. Pensiamo alle donne separate con figli che non ricevono l’assegno di mantenimento, ma anche ai padri separati che, per continuare a pagare quanto stabilito, si riducono sul lastrico. Per questo è importante capire cosa dice davvero la sentenza 11504 del 10 maggio 2017: lasciamo la parola all’avvocato Passerini.

    Non è un precedente

    La sentenza ha sicuramente creato molto panico perché, come spesso accade, ha avuto un’eco maggiore rispetto a quello che è davvero. Dobbiamo infatti ricordare che in Italia, a differenza degli Stati Uniti, le sentenze non devono essere per forza adottate: nemmeno le sentenze di Cassazione diventano dei precedenti, come invece avviene all’estero. In Italia c’è la discrezionalità del giudice: se è d’accordo sposa questa tesi, se non lo è non la usa.

    Divorzio o separazione?

    La prima cosa da ricordarsi è che la sentenza si riferisce solo al divorzio. Questo spiega ad esempio anche perché il ricorso in Cassazione di Silvio Berlusconi sia stato respinto. Non è che il giudice non ha accolto l’orientamento della nuova sentenza: il ricorso si riferiva al periodo di tempo in cui era separato e quindi non c’erano fattispecie applicabili.

    La vera novità della sentenza

    La sentenza stabilisce che con il divorzio si scioglie non solo il vincolo del matrimonio e i suoi effetti ma anche il fatto di dover dipendere dall’ex consorte o coniuge. È come dare un taglio netto a quello che potremo definire ‘il cordone ombelicale dell’assegno‘.

    La sentenza dice che, se ci sono i requisiti, questo cordone ombelicale va tagliato e chi divorzia torna a essere una singola persona a cui deve essere garantita solo la solidarietà post coniugale, non lo stesso tenore di vita avuto durante il vincolo matrimoniale.

    Tutto questo però si differenzia dal diritto ai puri alimenti. In quel caso non stiamo parlando del mantenimento di uno stile di vita ma del far fronte alle necessità irrinunciabili che è il minimo previsto per legge.

    Cosa dice esattamente la sentenza della Cassazione

    La sentenza dice che, una volta sciolto il vincolo del matrimonio, si torna a essere persona singola, quello che un tempo era il “libero di stato” e quindi non si deve più contare di essere mantenuta, ma si deve dimostrare o di non essere in grado o di non avere i mezzi adeguati per avere lo stesso tenore di vita o l’indipendenza economica. Quello che conta è che ci devono essere delle ragioni oggettive.

    Per la sentenza, ci devono essere ragioni reali e contingenti per non avere l’indipendenza economica, cioè quando non si può o non si riesce ad avere un’occupazione lavorativa retribuita. Il cambiamento c’è: non si può più rimanere a casa per accudire i figli per scelta come accadeva prima.

    Quali sono le ragioni oggettive

    Le ragioni oggettive si riferiscono a chi si è dedicata alla famiglia e ha rinunciato al lavoro o alla carriera ma anche a chi ha contribuito all’aumento della capacità patrimoniale dell’altro coniuge, lavorando per esempio in azienda o nella stessa attività come consulente per l’attività del coniuge.

    Tra le ragioni oggettive ci sono anche le attuali condizioni del mercato del lavoro che rendono quasi impossibile trovare un’occupazione in età avanzata e che soprattutto richiedono costanti aggiornamenti nelle competenze lavorative. Prendiamo anche un lavoro di segreteria: con i cambiamenti e gli strumenti telematici in evoluzione, sappiamo che basta essere rimaste ferme anche solo il tempo di mandare i bambini a scuola che diventa difficile reinserirsi nel mondo lavorativo.

    Bisogna poi valutare se chi lavorava, ha smesso per accudire alla famiglia o se, come tante sentenze hanno evidenziato, è stato il coniuge a chiederlo, come spesso avviene per quei lavori che portano al contatto col pubblico o che magari necessitano di assenze da casa. Diverso ancora è il caso di chi non ha mai lavorato. In questo caso bisognerà capire il perché: se perché sono nati i figli o perché il marito non ha voluto o non ha ritenuto decoroso uscire di casa per lavorare.

    Va quindi valutato il perché della sospensione lavorativa e quindi i motivi che portano a non essere economicamente indipendenti.

    Cosa succede al mantenimento dei figli

    Nulla. La sentenza non si riferisce ai figli non autosufficienti, che sia per età o per proprie condizioni. La sentenza di Cassazione, è bene ribadirlo, non incide sul mantenimento dei minori o non autosufficienti. Se una donna con figli di 12-13 anni riesce a trovare lavoro e quindi a rendersi indipendente economicamente, ciò non toglie che l’ex coniuge debba continuare a mantenere i figli come prima.

    Cosa cambia davvero la sentenza

    La vera novità della sentenza è che, in caso di divorzio, è necessario prima vedere se il mantenimento è dovuto e solo dopo stabilire il quanto, mentre finora si determinava solo il quanto perché il mantenimento era comunque dovuto.

    La sentenza non è retroattiva

    Chi ha pensato che la sentenza potesse servire per chiedere una riduzione dell’assegno in sede di divorzio si sbaglia. In primo luogo, i giudici valutano comunque le motivazioni e i parametri che avevano portato a determinare l’assegno. In seconda battuta occorre ricordare che le leggi valgono per il futuro e non sono retroattive. Le modifiche all’assegno di mantenimento si possono sempre chiedere, compreso l’annullamento, ma vale sempre e solo per il futuro: se qualcuno pensava di poter chiedere il rimborso di quanto già versato grazie a questa sentenza è meglio che faccia un passo indietro.

    Come si è arrivati alla sentenza

    Come tutte le sentenze, anche questa va letta in un certo contesto sociale. In particolare, questa è nata per dirimere una battaglia tra persone con un determinato tenore di vita, un ex ministro e la sua ex moglie, una facoltosa straniera. La sentenza andrebbe letta nella sua interezza: nelle oltre 10 pagine, ci sono molti paragoni con vecchie sentenze degli anni ’90 fino a quelle preparatorie per la legge sul divorzio del 1986. Inoltre, è molto articolata e introduce le valutazioni sull’indipendenza economica, sul fatto di non poter essere in grado di procurarsela e molto altro.

    Come bisogna leggere la sentenza

    La sentenza è stata vista in due modi diversi. C’è chi l’ha letta come un attacco alle donne che hanno rinunciato alla carriera per la famiglia e chi invece la vede come uno stimolo, per chi avesse i requisiti e le possibilità, di rimboccarsi le maniche per non fare la solita figura della donna che si appoggia all’ex coniuge perché non è in grado di mantenersi.

    La sentenza ha due volti: è uno sprone per le donne che possono e riescono a ricominciare e una tutela per chi non può. Da un lato ci fa capire che, quando ci sono i mezzi, le donne hanno la forza per ricominciare, ma che la tutela rimane sempre. In particolare rimangono tutelate le donne di una certa età, visto che il tempo intercorso tra separazione e divorzio sposta molto in là l’età delle donne: non possiamo pretendere di applicare questa sentenza a persone magari over 60. Adesso, col divorzio breve, i tempi saranno più vicini e, chi potrà, avrà la propria indipendenza economica per poter proseguire da sola.