Redditi dei politici: così Emiliano vuole ridurli

Valeria Fedeli è la più ricca del governo, mentre i grillini non sono più i più poveri del Parlamento, con Di Maio e Di Battista a quasi 100mila euro. Il governatore della Puglia è l'unico a rilanciare al ribasso

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    Redditi dei politici: così Emiliano vuole ridurli

    Redditi dei politici tutti online in nome della trasparenza, ministri compresi, con alcune novità importanti che cambiano lo scenario politico. Il M5S non è più il partito dei “poveri della politica”, con guadagni medi che sfiorano i 100mila euro soprattutto nei casi dei big come Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, più ricchi dello stesso Beppe Grillo. Guardando alla compagine di governo, è la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli la più ricca (ma con il reddito da senatrice). Finisce così l’epoca dei deputati e senatori “proletari” che siedono in Parlamento da nullatenenti o con stipendi “normali”: dopo 4 anni di legislatura, si sono appianate le differenze e ora tutti fanno parte della cosiddetta “casta”. L’unico rimasto a parlare di politica dei poveri è Michele Emiliano, governatore della Puglia e candidato alla segreteria del PD (anche se il CSM non vuole) che, in un impeto di pauperismo francescano, propone addirittura di eliminare gli stipendi ai politici, avvicinando l’Italia alla Cuba comunista.

    La pubblicazione dei redditi dei politici è un passaggio richiesto dalla legge 21 febbraio 2014: da allora tutti coloro che hanno un ruolo istituzionale, dai Presidenti di Camera e Senato ai singoli deputati e senatori, passando per i ministri e i leader politici o tesorieri dei partiti, devono rendere pubblici i redditi.

    Il reddito del Governo

    Le novità sono molte, a partire dall’esecutivo, passato dal governo Renzi al governo Gentiloni. Per i ministri confermati nel passaggio tra i due esecutivi non ci sono stati grossi scossoni rispetto all’anno precedente, mentre per i nuovi i redditi sono riferiti soprattutto allo status di parlamentare, essendo cambiato il governo a fine anno.

    Partiamo dai due Presidenti del Consiglio, con quello attuale, Paolo Gentiloni, che con un reddito di 109.607 euro (dato dalla carica di ministro degli Esteri) supera l’ex premier Matteo Renzi, stabile a 103.283 euro. Come avevamo spiegato, lo stipendio del Presidente del Consiglio non è il più alto della compagine di governo e molto spesso i ministri guadagnano meno di un parlamentare.

    LaPresse

    Così, la più ricca è la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che ha dichiarato al Fisco 151.457 euro di reddito imponibile: sono redditi derivanti non dalla posizione di ministro ma di senatrice (ricordiamo che il governo Gentiloni si è insediato il 12 dicembre 2016. Secondo posto per il ministro della Cultura Dario Franceschini, con 148.692 euro, lui sì da ministro visto che ha fatto parte del governo Renzi; terza Anna Finocchiaro, anche lei però all’epoca ‘semplice’ senatrice, con un reddito di 144.853 euro: seguono il ministro della Famiglia Enrico Costa con 112.034 euro, e il premier, allora ministro degli Esteri.

    Si prosegue con il ministro dei Trasporti Graziano Delrio, già titolare del dicastero con Renzi, che dichiara un imponibile di 104.473 euro, mentre il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha dichiarato 104.432 euro. Poco più in basso troviamo Angelino Alfano, prossimo a chiudere l’Ncd, con un reddito di 102.300 euro.

    Il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha dichiarato un reddito di 102.058 euro: seguono la ministra della Pubblica Amministrazione Marianna Madia con un reddito di 98.816 euro, e il ministro della Giustizia Andrea Orlando, anche lui candidato alla segreteria PD, con 98.471 euro. Identica cifra per Luca Lotti, nel 2016 sottosegretario alla presidenza, attuale ministro dello Sport (98.471 euro). Claudio De Vincenti da sottosegretario alla presidenza, e ora ministro della Coesione, ha dichiarato un reddito di 97.728 euro, Il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti 97.631 euro, la ministra della Salute Beatrice Lorenzin è poco dietro con 97.576 euro, seguita dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti, a quota 96.663 euro.

    L’allora ministra delle Riforme, ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi è a quota 96.571 euro; Marco Minniti, nel 2016 sottosegretario alla presidenza e ora ministro dell’Interno, dichiara 92.237 euro e la ministra dell’Istruzione del governo Renzi, Stefania Giannini, 91.072. Si chiude con Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia con un imponibile di 49.958, a fronte però di un reddito totale di 125.181 euro, mentre il ministro dell’Agricoltura si ferma a quota 46.750, con un reddito complessivo di 104.165 euro.

    I redditi dei parlamentari

    Passiamo ora ai redditi dei parlamentari. Il Presidente del Senato, Pietro Grasso, si conferma più ricco della presidente della Camera, Laura Boldrini con un reddito imponibile di 340.563 euro, in calo rispetto ai 352.171 dell’anno precedente. Cresce invece l’imponibile di Boldrini, che passa da 137.566 a 144.883 euro.

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    Per quanto riguarda i capigruppo alla Camera, il più ricco è Giovanni Monchiero di Civici e innovatori, con 219.964 euro, seguito da Renato Brunetta (Forza Italia) che ha dichiarato nel 2016 un reddito imponibile nel 2015 di 213.342 euro, l’acquisto di una Smart usata e la nomina a rappresentante legale di una società agricola di cui è socio: il più “povero” è il capogruppo di NcD, Maurizio Lupi, con 88.406 euro.

    Il capogruppo del PD, Ettore Rosato, ha dichiarato un reddito di 93.071 euro, meno di Giulio Marcon, capogruppo di Sinistra Italiana, con 94.610, del presidente dei deputati di Fratelli d’Italia, Fabio Rampelli (96.196) e meno del capogruppo dei M5S, Vincenzo Caso, e quello del neonato gruppo dei Democratici e progressisti, Francesco Laforgia (98.471 per entrambi).

    Si sale di cifra con il capogruppo della Lega, Massimiliano Fedriga, ha dichiarato 98.482 euro e l’acquisto di un appartamento a Trieste; il presidente di Democrazia solidale- Centro democratico, Lorenzo Dellai, ha un reddito imponibile per il 2016 di 98.475; Saverio Romano di Scelta Civica-Ala ha dichiarato 104.094 euro e Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto, 189.129;.

    Al Senato invece svetta su tutti Karl Zeller, presidente del gruppo per le autonomie, con 422.779 euro: seguono Mario Ferrara (Gal) con 144.170 euro, Paolo Romani (Forza Italia) con 142.318 euro, Luigi Zanda (PD) con 140.892 euro, Loredana De Petris (misto) con 139.218 euro, Lucio Tarquinio (Cor) con 106.368 euro, Lucio Barani (Ala-Sc) con 105.858 euro, Michela Montevecchi (M5s) con 101.326 euro, Laura Bianconi (Ap) con 97.761 euro, Gian Marco Centinaio (Lega) con 96.493 euro; chiude la capogruppo di Articolo 1-Democratici e progressisti (Mdp) Maria Cecilia Guerra con 92.876 euro.

    Redditi del M5S: Di Maio e Di Battista più ‘ricchi’ di Grillo

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    I redditi dei politici che più fanno notizia sono quelli del Movimento 5 Stelle, equiparati in tutto e per tutto agli altri colleghi. Il cambiamento è profondo: mentre prima si contrapponevano alla “casta”, ora ne fanno parte a tutti gli effetti, guadagni compresi. Guardando i redditi dichiarati, si nota come il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e il presidente della Vigilanza Rai Roberto Fico, abbiano dichiarato la stessa cifra: 98.471,04 euro ( Di Battista al netto dei 4 centesimi. Poco meno ha dichiarato Roberta Lombardi (97.826 euro), mentre molto di più la senatrice Paola Taverna (102.908 euro): il suo nuovo compagno, il deputato M5S Stefano Vignaroli, nel 2016 ha dichiarato un reddito pari a 102.104 euro.

    Il dato è importante se confrontato con la situazione del 2013, quando tutti gli eletti del movimento entrarono per la prima volta in Parlamento da semplici cittadini: allora almeno 51 deputati erano disoccupati, a ‘reddito zero’, compresi Di Maio e Fico, mentre Di Battista, all’epoca, dichiarava di aver guadagnato solo 3.176 euro.

    Chi ci ha rimesso pare sia invece Beppe Grillo: senza altre variazioni, come vendite o acquisti di immobili, nel 2015 il leader pentastellato, ha avuto un reddito di 71.957 euro, con un vero e proprio crollo rispetto all’anno precedente quando dichiarava 355.247 euro (ben 283.290 euro in meno). Un ‘misero’ reddito rispetto a quello di altri leader politici (Giorgia Meloni per esempio ha dichiarato 97.946 euro, mentre Pier Luigi Bersani, ex PD e tra i leader di Democratici e progressisti, ha un imponibile di 150.211 euro). “Il mio reddito deriva dal mio lavoro da privato cittadino. Sono l’unicoche con la politica ci ha rimesso e ne sono orgoglioso”, ha sottolineato Grillo con un tweet.

    Niente stipendio ai politici

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    Di fronte a queste cifre, è difficile sostenere di essere “migliori” perché “poveri”: la politica è un lavoro di altissimo livello, che richiede competenza e passione e deve essere adeguatamente retribuito. Invece, negli ultimi anni, complice il M5S, la lotta alla mala politica (di cui ci sono esempi a bizzeffe) si è trasformata in una lotta alla “ricca politica”. Dopo le discussioni sulla restituzione degli stipendi, il movimento sta puntando (legittimamente) alla questione delle pensioni (e non vitalizi, visto che sono stati aboliti dal governo Letta nel 2012), in uno scambio di accuse con il PD che ha presentato un progetto di riforma delle pensioni dei politici (senza mai farlo arrivare in Aula).

    Invece di impiegare i lauti stipendi che lo Stato (quindi gli elettori) garantisce ai politici per fare il bene della comunità, si usa il tema dei costi della politica come arma elettorale, da una parte e dall’altra. Così, ora c’è qualcuno che vuole battere il M5S con una proposta ancora più “pura”: Michele Emiliano. Il governatore della Puglia e candidato della minoranza alla segreteria del PD, si è introdotto nella discussione sulle pensioni, alzando il tiro: eliminiamo del tutto gli stipendi ai politici e diamo loro dei semplici indennizzi, “come a Cuba”.

    Non serve ricordare che l’Isla Grande ha un regime politico con un solo partito (quello comunista) e un’organizzazione statale molto diversa dall’Italia. Infine, non pagare i politici significa chiudere le porte del potere ai più giovani e ai più poveri che devono potersi dedicare alla politica a tempo pieno, senza le preoccupazioni di come campare, come il caso del M5S ha dimostrato: un buon politico non è quello povero ma quello che fa bene il suo lavoro.