Matteo Renzi dimissioni: sono davvero un atto dovuto?

Matteo Renzi dimissioni: sono davvero un atto dovuto?

Il premier dimissionario potrebbe tornare sui suoi passi?

    Matteo Renzi dimissioni: sono davvero un atto dovuto?

    Matteo Renzi è salito al Quirinale per dare ufficialmente le dimissioni a Sergio Mattarella. L’incontro è durato un’ora e ora il premier dimissionario è tornato a Palazzo Chigi. L’attesa è tutta per la decisione del Capo dello Stato che dovrà ora prendere in mano le redini della politica nazionale. Al referendum costituzionale il NO ha vinto con un distacco nettissimo, e il fatto di aver personalizzato la campagna referendaria mette Renzi nell’impossibilità di restare al governo. “Se vince il NO preparo i popcorn per vedere cosa succede”, così aveva detto solo pochi giorni fa Renzi. I pop corn adesso serviranno davvero. La vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre segna anche la fine dell’avventura politica di Matteo Renzi come presidente del Consiglio e forse anche come segretario del PD? Lo scopriremo fra poco.

    Con la netta vittoria del No si palesa il significato politico del voto che tutto ha riguardato tranne che la modifica della Costituzione. Le opposizioni e la minoranza dem ha festeggiato non tanto il risultato numerico del voto referendario quanto la sua diretta conseguenza, cioè le dimissioni di Renzi. La palla ora è nelle mani del Presidente Mattarella e gli scenari non sono poi così tanti.

    Se il premier ha già dato rimesso il mandato e forse si avvia alla fine della sua carriera politica (“Non pensavo che mi odiassero così”, pare abbia detto in riferimento ai suoi del PD), è comunque riuscito ad aumentare il suo consenso: il 40,89% dei voti del Sì sono tutti suoi e, a livello numerico, sono maggiori anche dell’esito delle europee (13.432.208 nel 2016, da solo e senta tutto il PD, contro i 12.405.581 che prese con tutta la coalizione due anni fa). Il fronte del No invece si deve dividere il 59,11% (19.419.507 voti): ora ne rivendicano la paternità Forza Italia, la Lega Nord, il M5S, Fratelli d’Italia, Sinistra Italiana e la minoranza del PD.
    Cosa succederà adesso? Passiamo in rassegna tutti i possibili scenari.

    Nuove elezioni

    I volti più giovani, dal M5S a Matteo Salvini fino a Giorgia Meloni, chiedono subito nuove elezioni ma servono tempi tecnici e accordi politici che, al momento, non si intravedono. Salta anche l’ipotesi di un governo a guida Renzi fino al voto: il premier ha rifiutato un Renzi bis : il Capo dello Stato, come da legge, ha chiesto al segretario del partito di maggioranza di riprovare a cercare la fiducia del Parlamento, ricevendo un secco “no, grazie”.

    La prassi (e la legge) prevede ora che Mattarella dia il via alle consultazioni al Quirinale per cercare la personalità politica in grado di formare un nuovo esecutivo tra gli esponenti dei partiti che compongono il Parlamento, dove il PD ha comunque ancora la maggioranza. In base al risultato delle consultazioni potrebbe scegliere la strada del voto anticipato, sciogliendo le Camere (ricordiamo che solo il Presidente della Repubblica può farlo), oppure puntare a un governo tecnico (come fece Giorgio Napolitano con Mario Monti dopo il Berlusconi IV).

    Palazzo Chigi   Conferenza Matteo Renzi dopo i risultati del referendum costituzionale

    Governo tecnico

    L’ipotesi è forse quella più battuta e non solo per le conseguenze politiche internazionali delle dimissioni di Renzi. L’Italia ha sul piatto temi delicatissimi da affrontare con (o contro) l’Europa, dalla legge di stabilità alla gestione dei migranti fino alla flessibilità: lasciare il paese senza un esecutivo troppo a lungo potrebbe essere deleterio soprattutto per i conti italiani. Il governo tecnico sarebbe la soluzione più facile e farebbe la gioia dei mercati e dell’UE che troverebbe un interlocutore che non potrà dire no. I nomi che circolano lo dicono chiaramente. In pole position c’è Pier Carlo Padoan, l’attuale ministro del Tesoro: la sua nomina darebbe continuità al progetto economico del governo. Gli altri nomi più battuti sono quelli del presidente del Senato, Pietro Grasso e del ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio. C’è però un chiaro limite nel caso di governo tecnico, cioè quello di non riuscire a chiudere la partita sulla legge elettorale.

    Governo di scopo

    L’altro scenario è quello di un governo di scopo, cioè un governo politico con ministri appartenenti trasversalmente a tutte le forze in campo. La finalità di questo governo è approvare una nuova legge elettorale che sostituisca l’Italicum e poi si andrà al voto. I problemi però qui sono molti. Riuscire a immaginare un governo che riunisca PD e la sua minoranza, con il ritorno di un Massimo D’Alema sempre più ingombrante, Forza Italia e l’eterno Silvio Berlusconi, la Lega di uno scalpitante Salvini o il M5S di un Alessandro Di Battista che è già sceso sul piede di guerra, è pressoché impossibile.

    Renzi lascia anche la segreteria del PD

    Matteo Renzi non è solo il presidente del Consiglio, ma anche il capo del Partito Democratico. Dopo aver visto gli abbracci di gioia tra D’Alema e Roberto Speranza, che ha ricordato di non aver mai chiesto le dimissioni del premier, Renzi potrebbe lasciare anche la segreteria del PD. Abbiamo già ricordato quel “Non pensavo mi odiassero così tanto” sussurrato dopo il discorso delle dimissioni. Non si dovrà attendere molto, visto che la direzione del partito è già fissata per martedì: sarà quello un momento cruciale per capire in che direzione andrà la politica del centrosinistra nei prossimi anni.

    Nuove primarie del PD

    In caso si andasse a nuove elezioni e Renzi volesse proporsi nuovamente come candidato del Centro Sinistra potrebbe certamente farlo: ma prima dovrebbe presentarsi alle primarie del PD e vincerle. In quel caso la partita sarebbe molto interessante: gli oltre 13 milioni di voti del sì sono tutti di Renzi che ha affrontato il referendum solo contro tutti, PD compreso.

    Analisti politici e sostenitori di entrambi gli schieramenti hanno prospettato scenari apocalittici in caso di vittoria del fronte del NO, soffiando sul fuoco delle polemiche di partito e spesso senza entrare nel merito della riforma. Certamente ci sono delle conseguenze politiche e staremo a vedere quali. Ma soprattutto ci saranno ricadute reali.

    Con la vittoria del NO tutto rimane come è adesso e la Costituzione mantiene lo stesso testo in vigore oggi, comunque diverso da quello delle origini, visto che è già stata cambiata 13 volte nel corso degli anni. Rimane il bicameralismo perfetto, con Camera e Senato con identiche funzioni, il Cnel non viene abolito così e il Titolo V resta lo stesso, con le province, ora enti di secondo livello, ancora inserite nel testo della Costituzione (come abbiamo già spiegato qui, per cancellarle del tutto è necessario eliminarle anche dalla Carta costituzionale). Nessun cambiamento per l’elezione del Presidente della Repubblica, per i referendum, le leggi di iniziativa popolare e l’elezione dei cinque giudici della Corte Costituzionale: tutto rimane uguale.

    Anche il Senato rimane uguale a quello che conosciamo oggi, nel numero dei suoi componenti (315 più quelli a vita) e nelle prerogative (identiche funzioni della Camera dei Deputati per l’aspetto legislativo e identica immunità parlamentare, come abbiamo visto qui). Qualcosa però cambia e riguarda l’elezione del Senato. Il referendum costituzionale è infatti legato a doppio filo alla legge elettorale dell’Italicum, già approvata, ma che vale solo per l’elezione alla Camera. Mantenendo i due rami del Parlamento, rimane l’elezione diretta del Senato (la riforma prevede invece l’elezione indiretta dei nuovi senatori) ma con una legge diversa. Nello specifico, il Senato sarà eletto da tutti i cittadini sopra i 25 anni con il Consultellum, ossia il vecchio Porcellum modificato dalla sentenza della Corte Costituzionale. Toccherà al Parlamento decidere se rimettere mano a tutto l’impianto dell’Italicum, creare una nuova legge o tenere due metodi elettivi.

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